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La Cina respinge l’impero delle menzogne degli USA

Calvin Deutschbein, Workers 31 luglio 2020

La classe dirigente statunitense sempre più si rivolge a disinformazione e propaganda per controllare sotto l’epidemia di COVID-19. Ciò include la creazione di un conflitto imperialista con la Cina. In risposta, i giornalisti cinesi costantemente risposero. L’articolo “Verifica della realtà delle accuse degli Stati Uniti contro la Cina sul COVID-19” della Xinhua fornisce il resoconto completo per chiarire le cose. Il documento è riassunto di seguito.

Soluzione cinese, non “virus cinese”
Sebbene Wuhan, in Cina, sia stata la prima regione al mondo a segnalare il virus alla comunità internazionale, ciò non significa che vi abbia avuto origine. L’origine, infatti, non è ancora stata individuata. La ricerca della fonte è una questione scientifica seria che dovrebbe basarsi sulla scienza e studiata da scienziati ed esperti medici. Storicamente, i virus non furono identificati per la prima volta nei loro luoghi di origine. Ad esempio, l’infezione da HIV fu segnalata per la prima volta dagli Stati Uniti, ma non è chiaro se vi abbia avuto origine. Molte prove suggeriscono anche che la pandemia del 1918 (virus H1N1), a volte chiamata “influenza spagnola”, non abbia avuto origine in Spagna. Oggi, l’Organizzazione mondiale della sanità ha linee guida rigorose contro la denominazione delle malattie dalle loro presunte origini. Sebbene tutt’altro che conclusivo sulle origini del COVID-19, un articolo sull’International Journal of Antimicrobial Agents del giugno 2020, intitolato “SARS-COV-2 già si diffondeva in Francia a fine dicembre 2019”. Riferisce che i ricercatori scoprirono che un paziente di un’unità di terapia intensiva ricoverato per una malattia simile all’influenza, tra il 2 dicembre 2019 e il 16 gennaio 2020, successivamente si dimostrò positivo al COVID-19. Il paziente non aveva alcun legame con la Cina e non aveva viaggiato all’estero. Etichettare un virus dalla prima posizione per dare una risposta efficace, serve solo a demonizzare le risposte a nuove malattie, specialmente quando quell’etichetta ha lo scopo di accusare. Una pandemia è un’emergenza sanitaria pubblica globale. Non esiste una cosa come “responsabilità di Stato” associata ai casi segnalati nel primo Paese. L’HIV/AIDS fu rilevato per la prima volta negli Stati Uniti negli anni ’80. Da allora si diffuse nel mondo, ma la comunità internazionale non chiese mai agli Stati Uniti di assumersi la responsabilità o di pagarne i danni. Il 4 maggio, una delle riviste più importanti del mondo, Nature, pubblicò uno studio di esperti di Cina, Stati Uniti e Gran Bretagna che mostrava che i tre principali gruppi di interventi non farmaceutici adottati dalla Cina: restrizioni ai viaggi interurbani, identificazione precoce e isolamento dei casi, oltre a restrizioni di contatto e allontanamento sociale, non solo avevano contenuto la diffusione del COVID-19 in Cina, ma anche guadagnato tempo prezioso al mondo. Lo studio precisava che senza queste misure, i casi di coronavirus cinesi si sarebbero probabilmente moltiplicati per 67 volte, per oltre 7 milioni.

Come la Cina conteneva il COVID-19
Sebbene la Cina sia stata accusata di non essere riuscita a fermare il COVID-19, in realtà prese le misure più rigorose nel minor tempo possibile, mantenendo il virus in gran parte a Wuhan. Le statistiche mostrano che pochissimi casi uscirono dalla Cina. Il governatore di New York Andrew Cuomo indicò una ricerca della Northeastern University che mostrava che i ceppi del nuovo coronavirus trovati nel suo Stato non provenivano dalla Cina. Il New York Times citò una ricerca statunitense secondo cui la maggior parte dei casi di coronavirus del New York non proveniva dall’Asia. La Cina pose Wuhan sotto blocco temporaneo dal 23 gennaio, il che significa che dal 24 gennaio all’8 aprile non furono effettuati voli commerciali o servizi ferroviari in uscita. Era impossibile per i residenti di Wuhan viaggiare all’estero durante questo periodo. Quando Wuhan fu chiusa il 23 gennaio, solo un caso fu confermato pubblicamente negli Stati Uniti. Quando gli Stati Uniti il 2 febbraio chiusero i confini a tutti i cittadini cinesi e agli stranieri che erano stati in Cina nei 14 giorni precedenti, c’erano solo otto casi confermati negli Stati Uniti, secondo i dati ufficiali. Quando gli Stati Uniti dichiararono l’emergenza nazionale il 13 marzo, il numero dei casi confermati era salito a 1896. Quando la Cina revocò il blocco su Wuhan, il numero di casi confermati negli Stati Uniti era salito a 400000. Ci vollero meno di 100 giorni perché il numero di casi confermati negli Stati Uniti aumentasse da 1 a 4 milioni.

La Cina ha collaborato con OMS e Stati Uniti contro COVID-19
Il 27 dicembre 2019, il Dottor Zhang Jixian, direttore del Dipartimento di medicina respiratoria e di terapia intensiva dell’ospedale provinciale di Hubei di medicina integrata cinese e occidentale, segnalò tre casi di polmonite dalla causa sconosciuta subito dopo aver ricevuto i pazienti. Questa fu la prima segnalazione di casi sospetti di una nuova malattia da parte delle autorità locali in Cina. Lo stesso giorno, il CDC di Wuhan condusse indagini e test epidemiologici su quei pazienti. Dopo la prima segnalazione pubblica di polmonite da parte della Commissione sanitaria municipale di Wuhan il 13 dicembre 2019, la Cina completò identificazione e sequenziamento del virus già il 7 gennaio. Condivise le informazioni sul genoma con OMS e altri Paesi l’l1 gennaio. Il 10 gennaio, l’Istituto di virologia dell’Accademia delle scienze cinese di Wuhan e altre istituzioni professionali sviluppavano kit dei test preliminari e intensificarono la ricerca su vaccini e farmaci efficaci.

La Cina onora il Dottor Li Wenliang
I media aziendali degli Stati Uniti parlarono a lungo e con grande inesattezza del Dottor Li Wenliang, compreso un articolo della CNN dell’11 febbraio intitolato “L’eroico medico cinese fu punito per aver detto la verità sul coronavirus”. La realtà è molto più tragica e meno favorevole al programma politico della CNN ed altri media aziendali. Il Dottor Li Wenliang era un bravo medico morto il 6 febbraio mentre curava pazienti affetti da coronavirus. Aderiva al Partito Comunista Cinese, non una cosiddetta “figura anti-establishment”. Il 5 marzo fu nominato “operatore sanitario modello nazionale nella lotta contro il COVID-19”. Il 2 aprile fu onorato come martire. Etichettare il Dottor Li Wenliang come un “eroe anti-establishment” o “allertore” piuttosto che come informatore è irrispettoso nei suoi confronti e della sua famiglia. È una manipolazione puramente politica senza alcua decenza. Il 28 aprile, il Comitato Centrale della Lega della Gioventù Comunista Cinese e la Federazione Giovanile di tutta la Cina emisero congiuntamente le “Medaglie del 4 maggio” per onorare rappresentanti di spicco e modelli di comportamento di giovani cinesi. Il Dottor Li Wenliang era tra i premiati. L’Independent Media Institute condusse un’indagine approfondita sugli ingiusti rapporti dei media sul Dottor Li. In una serie in tre parti pubblicata a marzo e aprile intitolata “Verità e propaganda sul Coronavirus”, concluse che il tentativo dei media imperialisti di descrivere ciò che accadde al Dottor Li come prova della soppressione delle informazioni sul virus da parte del governo cinese, era semplicemente illogico.

La Cina riporta accuratamente sul virus
Il numero relativamente basso di casi confermati e decessi in Cina è attribuibile alle misure globali, rigorose e approfondite adottate prontamente dal governo cinese, come l’interruzione completa dei trasporti da Wuhan. La rivista Science stimò in uno dei suoi rapporti che queste misure contribuirono a impedire almeno 700000 infezioni in Cina. Il 3 marzo, il dottor Bruce Aylward, consulente del direttore generale dell’OMS, osservò in un’intervista coi media digitali statunitensi Vox che la Cina non nasconde nulla. Si aspettava che i dati raccolti dai colloqui coi medici di vari ospedali e altre parti interessate avrebbero aiutato a corroborare i dati della Cina. Il 17 aprile, in conformità con la legge della Repubblica popolare cinese, Wuhan emuse una notifica che rivide al rialzo il numero di casi confermati da 325 a 50333 e di casi fatali da 1290 a 3869. Agendo per alto senso di responsabilità nei confronti della storia, del popolo e delle vite perse a causa del coronavirus, Wuhan prese l’iniziativa di rivedere i dari per riflettere i fatti raccolti.

Lo stile di governo cinese era un vantaggio
I virus non distinguono tra ideologie o sistemi sociali. Il Partito Comunista Cinese e il governo cinese svolsero un ruolo decisivo e critico nel guidare il popolo cinese nella lotta riuscita al COVID-19. Il sistema politico cinese, che ha effettivamente unito e mobilitato 1,4 miliardi di persone su un territorio vasto 9,6 milioni di chilometri quadrati, diede una forte garanzia politica alla Cina nel superare le difficoltà incontrate da un Paese in via di sviluppo, al fine di raccogliere tutte le forze e risorse disponibili per vincere la battaglia contro il virus. Ciò che accadde mostra che il sistema sociale e la via di sviluppo scelto dal popolo cinese si adattano alle condizioni nazionali della Cina e che il PCC gode del fermo e ampio sostegno del popolo cinese. In una conferenza stampa della missione congiunta OMS-Cina sul COVID-19 del 24 febbraio, il dott. Aylward affermò che la Cina lanciò probabilmente lo sforzo di contenimento delle malattie più ambizioso, agile e aggressivo della storia. L’audace approccio della Cina cambiò il corso della malattia e comprese le uniche misure di successo note nel contenere il COVID-19.

La Cina si è impegnata per l’internazionalismo
La Cina sostiene fermamente il multilateralismo. Per tutto il tempo il Paese ha mantenuto una buona comunicazione e cooperazione coll’OMS e non ha mai tentato di manipolare l’organizzazione. La sospensione dei finanziamenti dagli Stati Uniti, il maggior contribuente dell’OMS, fu ampiamente osteggiata dalla comunità internazionale. Le azioni della Cina nei confronti dei giornalisti statunitensi furono la risposta all’oppressione continue dei media cinesi negli Stati Uniti, soprattutto alla luce dell’espulsione di 60 giornalisti cinesi. La Cina rilasciò informazioni in modo aperto, trasparente, responsabile e tempestivo. Mentre Taiwan, come parte della Cina, non ha il diritto di aderire all’OMS, la cui adesione richiede uno Stato sovrano, il canale della cooperazione tecnica tra Taiwan e l’OMS non fu ostacolato dalla Cina. Il governo e il popolo cinesi inviarono molte forniture mediche necessarie a oltre 150 Paesi e organizzazioni internazionali, e questi sforzi sono ancora in corso. La Cina anche sfruttava la potente capacità di produzione e prontamente aprì il mercato delle forniture mediche e i canali di esportazione. Le statistiche preliminari indicano che entro il 6 maggio province, regioni autonome e comuni, istituzioni e aziende cinesi donarono più di 9,6 milioni di maschere, 500000 kit di test, 305900 paia di guanti medici e di altro tipo e 133500 occhiali a 30 Stati e 55 città degli Stati Uniti.Traduzione di Alessandro Lattanzio