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Il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki non era necessario

I capi statunitensi sapevano che non dovevamo sganciare bombe atomiche sul Giappone per vincere la guerra. Lo fecero comunque.
Gar Alperovitz e Martin Sherwin, Los Angeles Times, Common Dreams, 06 agosto 2020In un momento in cui i nordamericani rivalutano così tanti aspetti dolorosi del passato della nazione, è opportuna una conversazione nazionale onesta sul nostro uso delle armi nucleari sulle città giapponesi nell’agosto 1945. La fatidica decisione di inaugurare l’era nucleare cambiò radicalmente il corso della storia moderna e continua a minacciare la nostra sopravvivenza. Come il Bulletin of the Atomic Scientists’s Doomsday Clock mette in guardia, il mondo è ora più vicino all’annientamento nucleare che in qualsiasi momento dal 1947. Come accettata negli Stati Uniti negli ultimi 75 anni, sganciare le bombe su Hiroshima il 6 agosto 1945 e Nagasaki tre giorni dopo fu l’unico modo per porre fine alla seconda guerra mondiale, senza un’invasione che sarebbe costata centinaia di migliaia di vite nordamericane e forse milioni di giapponesi. Non solo le bombe posero fine alla guerra, secondo logica, lo fecero nel modo più umano possibile. Tuttavia, le schiaccianti prove storiche dagli archivi nordamericani e giapponesi indicano che il Giappone si sarebbe arreso ad agosto, anche se non fossero state usate le bombe atomiche, e documenti dimostrano che il presidente Truman e i suoi più stretti consiglieri lo sapevano.
La richiesta alleata di resa incondizionata portò i giapponesi a temere che l’imperatore, che molti consideravano una divinità, sarebbe stato processato come criminale di guerra e giustiziato. Uno studio del Southwest Pacific Command del generale Douglas MacArthur paragonò l’esecuzione dell’imperatore alla “crocifissione di Cristo per noi”. “La resa incondizionata è l’unico ostacolo alla pace”, telegrafò il ministro degli Esteri Shigenori Togo all’ambasciatore Naotake Sato a Mosca, il 12 luglio 1945, cercando di arruolare l’Unione Sovietica come mediatrice per termini di resa accettabili del Giappone. Ma l’entrata in guerra dell’Unione Sovietica l’8 agosto cambiò tutto per i capi giapponesi, che riconobbero in privato la necessità di arrendersi prontamente. L’intelligence alleata riferiva da mesi che l’ingresso sovietico avrebbe costretto i giapponesi a capitolare. Già l’11 aprile 1945, lo stato maggiore congiunto dei servizi segreti predisse: “Se in qualsiasi momento l’URSS dovesse entrare in guerra, tutti i giapponesi si renderanno conto che la sconfitta assoluta è inevitabile”.
Truman sapeva che i giapponesi cercavano un modo per porre fine alla guerra; si riferì al cablogramma intercettato del 12 luglio da Togo come “telegramma dell’imperatore giapponese che chiede la pace”. Truman sapeva anche che l’invasione sovietica avrebbe eliminato il Giappone dalla guerra. Al vertice di Potsdam, in Germania, il 17 luglio, a seguito dell’assicurazione di Stalin che i sovietici sarebbero intervenuti nei tempi previsti, Truman scrisse nel suo diario: “Sarà in guerra coi giapponesi il 15 agosto. E saranno finiti quando ciò avverrà”. Il giorno dopo, assicurò la moglie, “Finiremo la guerra un anno prima e pensiamo ai bambini che non saranno uccisi!” I sovietici invasero la Manciuria occupata dai giapponesi a mezzanotte dell’8 agosto e distrussero rapidamente la decantata Armata del Kwantung. Come previsto, l’attacco traumatizzò i capi giapponesi. Non potevano combattere una guerra su due fronti e la minaccia di un’avanzata comunista sul territorio giapponese era il loro peggior incubo. Il primo ministro Kantaro Suzuki spiegò il 13 agosto che il Giappone doveva arrendersi subito perché “l’Unione Sovietica non prenderà solo Manciuria, Corea, Karafuto, ma anche Hokkaido. Ciò distruggerà le fondamenta del Giappone. Dobbiamo porre fine alla guerra quando potremo trattare cogli Stati Uniti”.
Anche se la maggioranza degli americani potrebbe non sapere questa storia, il Museo Nazionale della Marina degli Stati Uniti a Washington, DC afferma in modo inequivocabile, su una targa alla mostra sulla bomba atomica: “La vasta distruzione provocata dai bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki e la perdita di 135000 persone ebbero un impatto minimo sull’esercito giapponese. Tuttavia, l’invasione sovietica della Manciuria… gli cambiò idea”. Ma online la formulazione fu modificata per mettere i bombardamenti atomici sotto una luce positiva, mostrando ancora una volta come i miti possano sopraffare i fatti. Sette degli otto generali a cinque stelle degli Stati Uniti nel 1945 concordarono con la valutazione al vetriolo della Marina. I generali Dwight Eisenhower, Douglas MacArthur e Henry “Hap” Arnold e gli ammiragli William Leahy, Chester Nimitz, Ernest King e William Halsey dichiararono che le bombe atomiche erano militarmente non necessarie, moralmente riprovevoli o entrambe le cose. Nessuno fu più appassionato nella condanna di Leahy, capo di Stato Maggiore di Truman. Scrisse nel suo libro di memorie “che l’uso di quest’arma barbara a Hiroshima e Nagasaki non fu di alcun aiuto materiale nella nostra guerra contro il Giappone. I giapponesi erano già sconfitti e pronti ad arrendersi….Per essere stati i primi ad usarle, adottammo uno standard etico da barbari del Medioevo”. MacArthur pensava che l’uso delle bombe atomiche fosse imperdonabile. In seguito scrisse all’ex-presidente Hoover che se Truman ne avesse seguito il consiglio “saggio e da statista” di modificare i termini di resa e dire ai giapponesi che avrebbero potuto mantenere il loro imperatore, “i giapponesi l’avrebbero accettato volentieri, non ho dubbi”.
Prima dei bombardamenti, Eisenhower esortò a Potsdam, “i giapponesi erano pronti ad arrendersi e non era necessario colpirli con quella cosa orribile”. Le prove dimostrano che aveva ragione, e l’orologio dell’apocalisse ricorda che la violenta inaugurazione dell’era nucleare va ancora limitata al passato.

Gli storici Kai Bird e Peter Kuznick hanno contribuito all’articolo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio