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Nonostante i lazzi, gli Stati Uniti non hanno alleati contro la Cina

Salman Rafi Sheikh, New Eastern Outlook 03.08.2020

Dopo in particolare lo scoppio della pandemia di COVID-19, si è verificato un cambiamento radicale nelle politiche statunitensi nei confronti della Cina. L’ultima manifestazione si ebbe il 23 luglio quando il segretario di Stato nordamericano, Mike Pompeo, pronunciò ciò che fu chiamato discorso della “cortina di ferro” nordamericana, “La Cina comunista e il futuro del mondo libero”. Il discorso di Pompeo fornisce una visione significativa di come gli Stati Uniti cercano di stabilire una politica globale da “nuova guerra fredda” in base cui ricominciare a essere a capo del “mondo libero” contro la Cina, cosiddetta epitome della “minaccia” “Negli USA: la loro supremazia unilaterale, il loro dominio egemonico della politica mondiale dopo la disintegrazione dell’Unione Sovietica e la crescente inclinazione al sabotaggio degli accordi multilaterali, come l’accordo nucleare iraniano, per estendere la supremazia loro e dei loro alleati, anche se a scapito della pace. Il discorso di Pompeo mostra che gli Stati Uniti proiettano la Cina come “potenza malvagia” che va contrastata. A citarlo: “Se ci pieghiamo adesso, i bambini dei nostri figli potrebbero essere in balia del Partito Comunista Cinese, le cui azioni sono oggi la sfida principale al mondo libero. Il Segretario Generale Xi non è destinato alla tirannia all’interno e all’estero della Cina per sempre, a meno che non lo consentiamo. Ora, non si tratta di contenimento. Non è vero. Si tratta di una nuova sfida complessa che non abbiamo mai affrontato prima. L’URSS fu esclusa dal mondo libero. La Cina comunista è già entro i nostri confini. Quindi non possiamo affrontare tale sfida da soli. Nazioni Unite, NATO, Paesi del G7, il G20, il nostro potere economico, diplomatico e militare combinati sono sicuramente sufficienti a far fronte a questa sfida se la dirigiamo chiaramente e con grande coraggio”. Tuttavia, mentre Pompeo rifiutava di parlare di “contenimento”, strategia della “nuova guerra fredda” è un rollback della Cina da Stati Uniti ed Europa. In parole povere, gli Stati Uniti spacciano il mantra del “disaccoppiamento” agli alleati sia in Europa ed altrove. È così che gli Stati Uniti mirano a riconquistare la posizione di leadership persa negli ultimi anni. Di conseguenza, mentre il “disaccoppiamento” dalla Cina è importante, solo l'”America è perfettamente posizionata a guidare” questo sforzo, affermava Pompeo.
Ma la domanda è: quanto viene accolta la retorica della “nuova guerra fredda” degli Stati Uniti? Come affermava lo stesso Pompeo, gli Stati Uniti da soli non possono raggiungere tale obiettivo. Gli alleati, tuttavia, sembrano pensarla completamente diversa nel definire le relazioni con la Cina. Con sgomento degli Stati Uniti, non molti alleati, anche se le relazioni con la Cina non sono in genere “amichevoli”, pensano che seguire gli Stati Uniti sia una buona idea. Non molti sembrano credere che una “nuova guerra fredda” sia necessaria per disaccoppiarsi e contenere la Cina. Ciò fu particolarmente evidente quando il ministro degli Esteri australiano Marise Payne visitava recentemente gli Stati Uniti, anche se la pandemia vi imperversa. Mentre il ministro affermò di avere differenze con la Cina e l’Australia, come gli Stati Uniti, ha una propria posizione nei confronti della Cina. Come spiegava al fianco di Pompeo, la loro posizione è ben lontana dal disaccoppiamento potenziale o addirittura reale. In realtà, vi si impegnano. A citarlo: “Ma soprattutto dalla nostra prospettiva, prendiamo le nostre decisioni, i nostri giudizi nell’interesse nazionale australiano e nel rispetto di nostri sicurezza, prosperità e valori. “Quindi trattiamo la Cina allo stesso modo. Abbiamo un forte impegno economico, altri impegni e nell’interesse di entrambi i Paesi”. Aggiungendo inoltre, il ministro disse: “Come ha recentemente affermato il mio primo ministro, il rapporto che abbiamo con la Cina è importante e non abbiamo intenzione di ferirlo”. Mentre gli Stati Uniti avrebbero ovviamente voluto il sostegno australiano per contrastare la Cina nel Pacifico, neanche l’Europa è particolarmente entusiasta della “nuova guerra fredda” degli Stati Uniti. In effetti, le relazioni USA-Europa sono già troppo fragili per affrontare ciò che Pompeo definiva “una nuova sfida”. Quando la fragilità integrale delle relazioni USA-Europa sia evidente dalla decisione degli Stati Uniti nel ridurre le loro truppe in Germania, Paese che non solo non è più in buoni rapporti cogli Stati Uniti, ma attivamente cerca di coltivare la Cina come partner economico affidabile dell’Europa. In effetti, la Germania e la leadership cinese avevano stabilito una frequenza dei contatti che nemmeno gli Stati Uniti hanno coll’Europa.
Perfino il Regno Unito, nonostante le continue tensioni con la Cina su Hong Kong e la decisione di escludere il 5G cinese, non segue il pensiero degli Stati Uniti su una grande strategia e grande alleanza contro la Cina. In effetti, quando il segretario agli Esteri del Regno Unito recentemente incastrava la politica cinese nel discorso alla Camera dei Comuni del 20 luglio, sottolineando la cooperazione sullo scontro, dicendo “Vogliamo lavorare con la Cina. C’è un enorme margine per un impegno positivo, costruttivo. Vi sono ampie opportunità, dall’aumento degli scambi commerciali, alla cooperazione nella lotta ai cambiamenti climatici”. Lo sforzo degli Stati Uniti, quindi, di creare una nuova cortina di ferro è assai improbabile attiri interessati pronti a saltare sul carro, dall’Europa o altrove. Significativamente, se l’Europa continua a mantenere una distanza calcolata cogli Stati Uniti sulle politiche verso i cinesi, anche altri alleati degli statunitensi, come l’Australia, si sentiranno incoraggiati a tracciare un piano d’azione indipendente.

Salman Rafi Sheikh, analista di ricerca di relazioni internazionali e affari esteri e interni del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio