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La causa uigura, cara all’occidente

Bruno Guigue, RT 22 marzo 2019L’analista politico Bruno Guigue ripercorre la campagna a favore degli uiguri, popolo musulmano cinese che l’occidente ritiene vittima di bullismo di Pechino. Qual è l’agenda geopolitica dietro i rapporti delle ONG occidentali?
Ripetuta dai media occidentali, l’accusa contro la Cina si è diffusa come un incendio: nella provincia strategica dello Xinjiang, si dice che Pechino abbia “incarcerato un milione di uiguri nei campi di internamento e costretto due milioni a seguire corsi di riabilitazione”. Gli uiguri sono una delle 54 minoranze riconosciute dalla Costituzione della Repubblica popolare cinese. Situata all’estremità occidentale della Cina, la regione autonoma uigura dello Xinjiang ha una popolazione composita di 24 milioni di persone, di cui il 46% uiguri e il 39% han. Se le accuse della stampa occidentale fossero corrette, la popolazione uigura, stimata in 10 milioni di persone, avrebbe quindi subito un mostruoso attacco! Per internare un milione di persone, infatti, si dovrebbe catturare la metà della popolazione maschile adulta di questo sfortunato gruppo etnico. Curiosamente, alcuna testimonianza menziona questa enorme scomparsa dalle strade di Urumqi, Kashgar ed altre città della provincia autonoma. Oltre a tale effettiva improbabilità, il processo a Pechino soffre anche di parzialità e unilateralità delle fonti di informazione menzionate. Credere nel discorso ufficiale è del tutto ingenuo, ma cadere nell’eccesso opposto sposando ciecamente il discorso dell’opposizione non è affatto meglio. Tuttavia, la narrativa dei media su tale incarcerazione di massa si basa su un rapporto scritto da un’organizzazione composta da oppositori al governo cinese e finanziata dal governo degli Stati Uniti. Tale organizzazione, affermatasi a Washington, la “rete cinese di difensori dei diritti umani” (CHRD in inglese), è presieduta da un fervente ammiratore del nobile dissidente cinese Liu Xiaobo. Condannato a 11 anni di prigione nel 2009, poi morto di cancro nel 2017 poco dopo la liberazione, quest’ultimo approvò con entusiasmo gli interventi militari nordamericani e chiese la colonizzazione del suo Paese da parte delle potenze occidentali, per “civilizzarlo”. È tale rete di oppositori in esilio negli Stati Uniti che orchestra la campagna mediatica contro Pechino presentandone la politica nello Xinjiang come schiavitù totalitaria. Per fortuna, una delle principali fonti citate nel “dannato rapporto” deò CHRD non è altro che “Radio Free Asia”, una stazione radio gestita dal “Broadcasting Board of Governors”, agenzia federale supervisionata dal dipartimento. Stato e destinato a sostenere la politica estera degli Stati Uniti. Un’altra fonte importante è il Congresso mondiale uiguro. Organizzazione separatista creata nel 2004, considerata terroristica dalle autorità cinesi che l’accusano di essere causa delle sanguinose rivolte di Urumqi che nel 2009 diedero il segnale alla destabilizzazione della regione. Con sede negli Stati Uniti, il suo presidente ebbe il sostegno ufficiale di George W. Bush nel 2007. Naturalmente, tale organizzazione è finanziata dal “National Endowment of Democracy”, ramo del Congresso degli Stati Uniti che costituisce il perno delle politiche del “cambio di regime” e sospettata di dubbia vicinanza alla CIA.
Come notavano Ben Norton e Ajit Singh in un recente studio, “La dipendenza quasi totale dalle fonti a Washington è caratteristica delle notizie occidentali sui musulmani uiguri in Cina, così come sul Paese in generale, e presentano regolarmente accuse sensazionalistiche”. Di fronte a un fenomeno simile al terrore importato in Siria, le autorità cinesi reagivano costantemente Pubblicando un “Libro bianco sulla lotta a terrorismo ed estremismo e la protezione dei diritti umani nello Xinjiang”, il 18 marzo 2019, il governo cinese rispose a tali accuse. Poco commentato in occidente, e per una buona ragione, il terrorismo jihadista colpì duramente la Cina negli anni 2009-2014 creandovi un vero trauma. Dalla carneficina che uccise 197 persone a Urumqi nel maggio 2009, aumentarono gli attentaati commessi dai separatisti: Kashgar nel maggio 2011 (15 morti), Hotan nel luglio 2011 (4 morti), Pechino (in Piazza Tiananmen) in ottobre 2013 (5 morti), Kunming a marzo 2014 (31 morti), Urumqi di nuovo ad aprile (3 morti) e a maggio 2014 (39 morti). Eppure tale enumerazione menziona solo gli attentati più sanguinosi sul suolo cinese. Nel summenzionato “Libro bianco”, Pechino affermava che dal 2014 furono arrestati 2955 terroristi, sequestrati 2052 esplosivi e 30645 persone furono punite per 4858 attività religiose illegali. Il documento indica anche che furono confiscate 345229 copie di testi religiosi illegali. Contrariamente a quanto afferma la stampa occidentale, non si tratta del Corano, ma della letteratura waqfita taqfirista che trasuda odio verso i musulmani che non appartengono a tale obbedienza settaria. In un Paese in cui il potere politico viene giudicato in base alla capacità di garantire stabilità, è ovvio che qualsiasi tentativo di destabilizzazione, a maggior ragione del terrorismo indiscriminato, venga combattuto senza pietà. Possiamo giudicare questa politica particolarmente repressiva. Lo è, e le autorità cinesi non lo nascondono. Una pietra miliare fu senza dubbio quando il terrore si diffuse dalla provincia dello Xinjiang. La prospettiva di una generale conflagrazione del Paese sollevò lo spettro di uno scenario siriano. Tale paura era tanto più giustificata dato che la principale organizzazione separatista uigura, il Partito islamico del Turkestan, è diffusa in Cina e Siria, dove gli uiguri (che si dice siano 15000, famiglie incluse) sono particolarmente apprezzati nel movimento jihadista. Ma i sostenitori di questa nobile causa di solito dimenticano di menzionare che tale organizzazione, che probabilmente vedono come un’associazione filantropica, è il ramo locale di al-Qaida. Sorprendentemente ciechi, i suoi attacchi causavano centinaia di morti. Di fronte a tale ondata di violenza, cosa dovrebbe fare il governo cinese? A differenza degli Stati occidentali, la Cina non spedisce i suoi estremisti da altri. Combatte davvero il terrorismo, non per finta. La sorveglianza è generalizzata, repressione grave, prevenzione sistematica. La stampa occidentale denuncia i campi di rieducazione cinese, ma osserva un silenzio complice quando la CIA crea campi di addestramento per i terroristi. In Cina, la repressione dell’estremismo ha la schiacciante approvazione pubblica e questa politica portò alla fine delle violenze armate.
Contrariamente alle affermazioni della stampa occidentale, il governo cinese, da parte sua, non ha mai lanciato una campagna contro la religione musulmana. Ma gli irriducibili oppositori del regime cinese sparano di tutto: ora arrivano al punto di incriminare la presunta ostilità nei confronti dell’Islam. Ma tale accusa si basa sul nulla. La stampa occidentale citava utenti di Internet che presumibilmente stigmatizzavano la religione musulmana e denunciato la pratica dell'”halal”. In un Paese in cui 300 milioni di persone hanno un blog e in cui la libertà di parola è maggiore di quanto si pensi, vengono fatti commenti di ogni tipo. Sfortunatamente, ci sono islamofobi in Cina come altrove. Ma contrariamente alle affermazioni della stampa occidentale, il governo cinese, da parte sua, non ha mai lanciato una campagna contro la religione musulmana. Perché l’Islam è una delle cinque religioni riconosciute ufficialmente dalla Repubblica Popolare Cinese accanto a Taoismo, Buddismo, Cattolicesimo e Protestantesimo. Le moschee sono innumerevoli (35000) e talvolta costituiscono gioielli del patrimonio nazionale che attesta la presenza musulmana. Non vi è alcuna discriminazione legale contro i musulmani, liberi di praticare la propria religione in conformità con la legge. Come gli uiguri, anche i musulmani hui hanno una regione autonoma, Ningxia. Le donne hui indossano spesso l’hijab e nulla lo proibisce. I ristoranti halal si trovano ovunque, comprese le stazioni e gli aeroporti. In Cina, l’Islam fa parte del quadro. Fuori dai confini, la RPC collabora con decine di Paesi musulmani nell’ambito della Nuova Via della Seta. Chi sostiene i separatisti uiguri e accusa Pechino di perseguitarli commette un triplice errore. Diffama un Paese che non ha controversie col mondo musulmano e la cui politica fu salutata dall’Organizzazione della Conferenza islamica. Si schiera cogli estremisti affiliati a un’organizzazione criminale (al-Qaida), la maggior parte delle cui vittime sono di fede musulmana. Infine, crede di difendere i musulmani mentre serve gli interessi di Washington, loro peggior nemico. Il problema nello Xinjiang non è l’Islam e la sua presunta persecuzione da parte delle autorità cinesi. L’origine dei disturbi che agitano questa parte del territorio cinese non è religiosa, ma geopolitica: è la strumentalizzazione della religione da parte di organizzazioni settarie che deve la propria nocività alla complicità straniera. Il problema dello Xinjiang non è quello della nazione uigura, integrata nella Repubblica popolare cinese sin dalla fondazione nel 1949. Lo Xinjiang faceva già parte dell’Impero Qing (1644-1912) e la presenza cinese risale ad alla dinastia Tang di 1300 anni fa. Che ci siano difficoltà nella convivenza non sorprende, essendo un problema a cui alcun Paese sfugge. L’aumento dell’insediamento han ha indubbiamente alimentato la frustrazione tra certi uiguri. Ma questa situazione sembra difficile da cambiare. La mescolanza multi-secolare delle popolazioni e la progressiva definizione dei confini univano una moltitudine di nazionalità nella Repubblica popolare cinese, che ha ereditato la maggior parte del territorio dal predecessore imperiale sino-manciuriano. Gli uiguri ne fanno partei, e questa eredità storica non può essere spazzata via con un colpo di penna.
I detrattori della Cina affermano che gli han (90% della popolazione) sono prepotenti. Ma se avessero voluto dominare le minoranze, Pechino non le avrebbe esentate dalla politica del figlio unico imposta all’etnia han dal 1978 al 2015. Questo trattamento preferenziale stimolò la crescita demografica delle minoranze, e specialmente uiguri. Usare il linguaggio usato per decodificare le pratiche coloniali per spiegare la situazione delle nazionalità in Cina non ha senso. Da Mao, alcuna discriminazione ha colpito le minoranze, al contrario. Nonostante la lontananza e l’aridità, lo Xinjiang si sviluppa a beneficio di una popolazione multietnica. Incoraggiato da oppositori sottomessi all’estero e senza pensare ai diritti umani, il separatismo uiguro è una follia aggravata da un’altra follia: quella del jihadismo planetario sponsorizzato da Washington da quarant’anni. Proprio come il governo degli Stati Uniti accese i fuochi della jihad contro l’Unione Sovietica in Afghanistan, armava i suoi “fantocci” in Medio Oriente contro la Siria, ed ora è fondamentale nella causa uigura per destabilizzare la Cina dal suo fianco occidentale. Non è un caso che il dipartimento di Stato annunciasse nel settembre 2018 che studiava la possibilità di sanzioni contro la Cina per la politica nello Xinjiang. Come sempre, il discorso umanitario delle cancellerie occidentali e delle loro ONG satellite è il volto pubblico dell’azione clandestina volta a organizzare la sovversione col terrore. Con una legge del genere, i Paesi presi di mira sono sempre quelli la cui indipendenza e dinamismo costituiscono una minaccia sistemica all’egemonia occidentale. La propaganda jihadista uigura, ora più che mai, prende di mira la Repubblica popolare cinese. Per i suoi predicatori, la “nazione del Turkestan” (è con tale nome che designano la maggior parte dell’Asia centrale turcofona) subisce un’oppressione insopportabile sul fianco orientale (Cina) come sul quello occidentale (Russia). Invocando il boicottaggio della Cina, criticano gli abusi storici presumibilmente inflitti dai cinesi agli uiguri, citando assurdità come “lo stupro di donne musulmane” o “l’obbligo di mangiare carne di maiale”. Disincantato dalla svolta degli eventi in Medio Oriente, spinto dai servizi segreti turchi, il movimento jihadista in Turkestan riorienta la sua lotta: ora intende colpire di nuovo il nemico vicino (Cina) piuttosto che il nemico lontano (Siria) . Bisognerebbe essere ingenui nel credere casuale la coincidenza tra tale propaganda jihadista, febbre degli oppositori cinesi e stigmatizzazione della Cina dai media occidentali. Non per niente fanno piagnucolare la gente nei cottage sugli oppressi uiguri. Il tempismo è giusto. Alleata della Russia, la Cina diede un prezioso aiuto alla Siria nella lotta ai mercenari occidentali. Emarginando gli Stati Uniti, partecipa attivamente alla ricostruzione del Paese. In Sud America, sostiene il Venezuela acquistandone il petrolio, sconfiggendo l’embargo occidentale. La guerra commerciale con Pechino è un gioco a somma zero e Washington vede i propri limiti. La realtà è che la Cina è una potenza in aumento, gli Stati Uniti decadente. Quando le due curve s’intersecano, tutto va bene, dal punto di vista dei perdenti, per cercare di fermare la marea.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Dichiarazione del portavoce dell’ambasciata cinese in Francia sulle bugie recentemente emerse in merito alla regione dello Xinjiang
Ambassade de Chine en France

In tempi recenti, alcuni politici nordamericani, australiani e britannici e alcune cosiddette “organizzazioni per i diritti umani” occidentali hanno lanciato una nuova campagna di calunnie contro lo Xinjiang cinese. Spinti da fini politici, hanno fabbricato un’intera serie di menzogne sensazionali che hanno toccato l’opinione pubblica e persino ingannato alcuni politici in Francia. L’ambasciata cinese in Francia è di nuovo determinata a mettere le cose in chiaro. Alcuni accusano lo Xinjiang di aver istituito “campi di internamento” o “campi di rieducazione”, nei quali “un milione di uiguri sono detenuti”. Questa menzogna è fabbricata e propagata da Chinese Human Rights Defenders, un’organizzazione non governativa finanziata dall’amministrazione statunitense che, con nient’altro che interviste con solo otto uiguri e una vaga stima a sostegno, ha confezionato la conclusione assurda secondo cui “tra i 20 milioni di abitanti dello Xinjiang, il 10% è detenuto nei campi di rieducazione”. La realtà è che i centri di istruzione e formazione professionale istituiti nello Xinjiang secondo la legge, simili ai centri di de-radicalizzazione in Francia e in altri paesi, sono un’utile misura antiterrorismo e di deradicalizzazione. Questi centri osservano rigorosamente i principi fondamentali di rispetto e protezione dei diritti umani sanciti dalla costituzione e dalle legge cinesi. La libertà personale dei tirocinanti è pienamente garantita. I centri sono gestiti come collegi e vengono forniti pasti halal. Coloro che seguono la formazione possono tornare a casa regolarmente e richiedere tempo libero per occuparsi di affari personali. Possono usare lingua e scritto del proprio gruppo etnico. I costumi di tutti i gruppi etnici e la libertà di credo religioso sono pienamente rispettati e protetti. Attraverso l’apprendimento della lingua comune, delle conoscenze giuridiche e delle tecniche professionali del Paese, gli stagisti che sono stati influenzati da idee estremiste e che hanno commesso piccoli reati possono sbarazzarsi di queste idee estremiste, acquisire competenze e reintegrarsi in la società. Questa misura ha dato risultati riconosciuti e ha contribuito a preservare la stabilità sociale nello Xinjiang e a difendere un ambiente sano per lo sviluppo delle religioni.
Alcuni accusano lo Xinjiang di organizzare “lavori forzati di massa”. Questa falsa voce proviene dall’Australian Strategic Policy Institute (ASPI), un’organizzazione finanziata da molti anni dall’amministrazione e dai produttori di armi statunitensi. Il 1° marzo, l’ASPI ha elaborato un presunto rapporto intitolato “Uiguri in vendita” con storie inventate, descrivendo in modo calunnioso, usando espressioni come “lavoro forzato”. l’iniziativa volontaria degli indigenti abitanti dello Xinjiang meridionale che si recano nell’est del Paese per trovare posti di lavoro e redditi più elevati. Il dipartimento di Stato e il del Congresso degli Stati Uniti quindi comunicarono queste bugie e redatto i cosiddetti “rapporti”, con l’obiettivo finale di interferire negli affari interni della Cina, interrompendo la stabilità e lo sviluppo dello Xinjiang e opprimere le aziende cinesi. Sotto la maschera dei diritti umani, cercano di privare i poveri dello Xinjiang del diritto al lavoro e ad una vita migliore. Che infigardaggine. La realtà è che lo Xinjiang è una regione al confine nord-occidentale della Cina, dove lo sviluppo è relativamente in ritardo e molti residenti vivono ancora in condizioni di povertà. Negli ultimi anni, il governo della regione autonoma uigura dello Xinjiang ha attuato una strategia per dare priorità all’occupazione e perseguire una politica occupazionale proattiva per affrontare il problema della povertà. I lavoratori di diverse etnie nello Xinjiang possono scegliere liberamente mestieri, senza alcuna restrizione alla libertà personale. Il governo dello Xinjiang è molto impegnato a proteggere i diritti e gli interessi dei lavoratori. La discriminazione sulla base di etnia, sesso e credo religioso non è tollerata. I lavoratori sottoscrivono contratti di lavoro con aziende ai sensi della legge, beneficiano della sicurezza sociale; vecchiaia, malattia, disoccupazione, infortuni sul lavoro e assicurazione sulla maternità e guadagnano salari non inferiori al salario minimo. Alcuni parlano di “sterilizzazioni forzate” nello Xinjiang. Questa è una totale assurdità. Come ha rivelato il notiziario indipendente statunitense The Grayzone, Adrian Zenz, cosiddetto esperto tedesco sullo Xinjiang e autore di questa menzogna, è in realtà un membro di un’organizzazione di estrema destra supportato dall’amministrazione nordamericana. È anche membro  di un gruppo di ricerca sui centri di istruzione e formazione professionale nello Xinjiang, istituito e manipolato dall’intelligence statunitense. Si sa che Adrian Zenz ha l’abitudine di fabbricare disinformazione contro la Cina. I suoi falsi discorsi si sono già scontrati con la realtà dei fatti molto tempo fa.
Il governo cinese protegge con uguale attenzione i diritti e gli interessi legittimi delle persone di tutti i gruppi etnici in Cina. In effetti, per molti anni, la politica della popolazione cinese ha teso a favore delle minoranze etniche. Dal 1978 al 2018, la popolazione uigura dello Xinjiang è cresciuta da 5,55 milioni a 11,68 milioni, rappresentando circa il 46,8 percento della popolazione totale della regione. Quanti paesi nel mondo hanno raddoppiato la propria popolazione in 40 anni? Alcuni accusano la Cina di “aver distrutto moschee nello Xinjiang”. È una favola pura. Nel 2018, la Grande Moschea di Kargilik è stata identificata come un edificio a rischio dopo verifiche tecniche. Nel febbraio 2019, il distretto di Kargilik ha rinnovato questa moschea per proteggerla, ed ha riaperto il mese successivo. Per quanto riguarda la Moschea Id Kah di Keriya, una moschea di 800 anni situata nella prefettura di Hotan, non solo non è mai stata distrutta, al contrario, è stata classificata dal governo centrale cinese nella lista dei patrimoni cittadini protetti. Gli autori di tali notizie false hanno sostenuto le loro menzogne con foto di moschee in cattive condizioni, ma non mostrano mai le foto delle stesse moschee dopo i lavori di ristrutturazione. Oggi, lo Xinjiang ha 24400 moschee, o una moschea per ogni 530 musulmani, più di dieci volte il totale delle moschee negli Stati Uniti. Alcuni sostengono che esiste una “massiccia sorveglianza del popolo dello Xinjiang”. Infatti, come in altre parti della Cina, il governo dello Xinjiang sta installando telecamere a circuito chiuso su strade principali, rotte dei trasporti e altri luoghi pubblici, in conformità con la legge, nel tentativo di innalzare gli standard di governance e per prevenire e combattere il crimine in modo più efficace. Questi dispositivi non si rivolgono a nessun particolare gruppo etnico. Hanno reso i residenti più sicuri ed hanno il sostegno generale della popolazione multietnica locale. Alcuni negli Stati Uniti qualificano l’uso di mezzi ad alta tecnologia nello Xinjiang come “violazione dei diritti umani” e li usano per imporre sanzioni alle società cinesi, mentre è risaputo che i servizi di intelligence statunitensi controllano il mondo intero 24 ore su 24. È la pratica del doppio standard e della logica del bandito.
Va notato che durante i 20 anni precedenti l’applicazione delle misure preventive antiterrorismo e sulla radicalizzazione nello Xinjiang, la regione ha subito migliaia di attentati terroristici, con centinaia di vittime, migliaia di feriti e perdite economiche inestimabili. Mentre lo Xinjiang non ha visto un attentato terroristico negli ultimi 40 mesi, l’economia locale si sta sviluppando bene, la società è stabile e la gente vive in pace. Eppure ci sono persone che non lo vogliono. Brandiscono i diritti umani e la religione e fabbricano costantemente assurde bugie estreme. Il loro vero scopo? Destabilizzare lo Xinjiang e arginare la Cina. Oggi non sono le “prove a dimostrare l’innocenza della Cina” o l’invio di “osservatori indipendenti” in Cina di cui abbiamo più bisogno, ma dobbiamo mostrare che hanno inventato ogni menzogna sullo Xinjiang e mostrare come vengono inventate, al fine di svelare la verità e proteggere i popoli del mondo dall’inganno.