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“La Cina è capitalista” è una posizione anti-marxista

Rainer Shea. 16 luglio 2020

Lo scrittore Andre Vltchek osservava la tendenza dei media occidentali a ritrarre la Cina come “capitalista” e concluso sulle loro motivazioni che: “Perché mentire sul fatto che la Cina “non sia socialista”? La risposta è semplice: perché la maggior parte delle persone associa parole come “socialismo” e “comunismo” alla speranza. Si lo fa! Almeno inconsciamente. Anche dopo decenni di lavaggio del cervello e insulti! “Cina socialista” significa “la Cina che porta ottimismo al proprio popolo e all’umanità”. D’altra parte, le persone di tutti i continenti associano il “capitalismo” a qualcosa di deprimente, stantio e regressivo. Pertanto, chiamano la Cina “capitalista” evocando tristezza e depressione”. Il collegamento di tali caratterizzazioni fuorvianti riguardo al sistema economico cinese coll’attuale propaganda anti-cinese da guerra fredda degli Stati Uniti è quindi chiaro. Se la propaganda occidentale riuscirà a convincere gli insoddisfatti dell’attuale sistema economico che la Cina sia speculare alla società in cui viviamo, saranno inclini a credere a falsità come “La Cina soffoca la democrazia a Hong Kong” o “La Cina ha creato un sistema sociale orwelliano”. È così che la sinofobia si è normalizzata sia a destra che a sinistra. L’idea che la Cina non sia socialista, o che il Partito Comunista Cinese abbia “tradito” il socialismo dopo Mao, ha un altro scopo oltre ad essere mera propaganda da guerra ibrida: disperare la sinistra e il movimento comunista. Se il più grande tentativo della storia di costruire una società marxista si è trasformato solo in un’altra oligarchia, i principi marxisti-leninisti su cui si fonda la Repubblica popolare cinese non possono essere considerati attendibili. Finché si vuole rimanere anticapitalisti, non c’è quindi altra scelta che rifiutare il marxismo-leninismo a favore di anarchismo, socialdemocrazia, trotskismo o qualsiasi altra ideologia di sinistra contraria alla Repubblica popolare cinese.
Le narrazioni su come la RPDC sia una “monarchia” oppressiva o il Vietnam “capitalista di Stato”, hanno lo stesso scopo: far sì che le persone interessate al socialismo cerchino di evitare i programmi socialisti per la convinzione che questi programmi siano falsamente socialisti. Ciò che permette di vedere il difetto di tale pensiero è capire che si basa su una semplificazione eccessiva dell’operato di questi Stati socialisti e del perché esistano nelle attuali forme. Poiché Cina, Corea democratica e Vietnam sono Paesi asiatici, l’orientalismo svolge indubbiamente un ruolo in tale impulso a giudicare e semplificare eccessivamente. L’affermazione che Kim Jong Un è un sovrano onnipotente che occupa la sua posizione per eredità deriva da atteggiamenti razzisti nei confronti delle società asiatiche. Le caratterizzazioni del Partito Comunista del Vietnam come “capitalista di Stato”, ignorando le realtà complesse che il partito ha attraversato in un’economia globale dominata dai capitalisti, perpetuano anche la percezione che gli asiatici abbiano sbagliato socialismo. Tali accuse di tirannia e regressione capitalista sono usate per attaccare la Cina. E data la prevalenza dell’orientalismo negli Stati Uniti e nei loro Paesi vassalli, tale tattica di diffamazione della Cina come Paese “totalitario” in cui il socialismo ha “fallito”, è ampiamente efficace. Tuttavia si basa su una percezione del Paese distaccata dalle realtà materiale e che può quindi facilmente sbriciolarsi se sfidata da un’analisi materialistica.
Uno dei modi per contrastare l’idea che il Partito comunista cinese abbia abbandonato il marxismo a favore del dispotismo aziendale è evidenziare i fattori storici alla base dell’economia cinese esistente nella forma attuale. Come nel modo in cui i detrattori della RPDC la denigrano per lo sviluppo di armi nucleari, anche se questo è l’unico modo per impedire l’invasione imperialista, gli idealisti di sinistra occidentali rigettano il PCC per aver aperto l’economia cinese agli affari anche se questa era l’unica via per uscire dalla povertà. L’editorialista Yuen Yuen Ang scrisse l’anno scorso che secondo un’opinionista economico, le riforme Deng tanto diffamate furono innegabilmente la fonte dell’enorme aumento della qualità della vita in Cina: “Negli ultimi quattro decenni, oltre 850 milioni di persone in Cina sono sfuggite alla povertà. Come osserva Yao Yang dell’Università di Pechino, questo non aveva “nulla a che fare cogli RCT”, né implicava distribuire volantini ai poveri. Invece, fu il risultato del rapido sviluppo nazionale. Da quando Deng Xiaoping lanciò la “riforma e apertura” nel 1978, la Cina perseguì l’industrializzazione guidata dalle esportazioni, liberalizzando il settore privato, accogliendo gli investimenti esteri e abbracciando il commercio globale. Mentre milioni di agricoltori passarono dai campi alle fabbriche, guadagnando salari, salvando e mandando i loro figli a scuola. La liberalizzazione della Cina nel settore privato e l’abbraccio del commercio estero oggettivamente furono di grande beneficio materiale per la popolazione del Paese, spiegando perché la stragrande maggioranza dei cinesi abbia una visione positiva del proprio governo. E nonostante le affermazioni delle organizzazioni socialiste anti-PCC che ciò avrebbe portato allo smantellamento della democrazia proletaria cinese e ad abbracciare l’imperialismo, la natura dello Stato cinese come dittatura del proletariato non è sostanzialmente cambiata da Mao. Come scrisse lo scrittore marxista H Khoo in risposta a un documento della Tendenza marxista internazionale del 2006, che accusava la Cina di perseguire la “lunga marcia al capitalismo”: “Il fatto è che i membri del Partito Comunista o i quadri della burocrazia guidano la maggior parte delle lotte dei lavoratori. Ciò rivela chiaramente che il divario tra le classi si riflette nel Partito Comunista e nello Stato. La classe capitalista non è una forza politica o economica nazionale consolidata in grado di decidere la politica nazionale. Per poter assumere il potere sarebbe necessaria una sconfitta decisiva della classe operaia e del Partito comunista. La posizione che la nostra tendenza ha assunto nei confronti della Cina fraintende la situazione e induce in errore il nostro movimento verso posizioni settarie nei confronti del Partito comunista cinese”. Questa realtà, secondo cui i sistemi economici e politici della Cina sono guidati e al servizio del proletariato, dimostra ciò che argomento in un saggio: che la Cina non si adatta ai criteri di Lenin della potenza imperialista. Uno di questi criteri è che i capitali bancario e industriale si fondono per formare un’oligarchia finanziaria, il che chiaramente non è così in Cina, visti i severi limiti politici alla classe capitalista cinese che Khoo osservava.
Oltre a questi difetti nelle affermazioni sul fatto che la Cina sia controllata dalla classe capitalista, la misura in cui l’impresa privata guadagnava presenza nel Paese è notevolmente esagerata dalle narrazioni sulla “Cina capitalista”. La proprietà pubblica domina ancora il Paese e lo Stato è responsabile dell’economia. Non sarà l’utopia comunista ideale, ma non è neppure la crudele società neoliberista. Ciò riflette il modello economico spiegato dal vicepresidente della Commissione del Comitato Centrale del Partito Comunista del Vietnam, Tran Dac Loi, il cui partito abbraccia un approccio economico molto simile a quello della Cina: “Il mercato è gestito e regolato dallo Stato socialista al fine di utilizzarne i lati positivi, minimizzare quelli negativi e dirigere le attività di mercato nell’attuazione di determinati obiettivi dello sviluppo… Il settore economico statale dovrà svolgere il ruolo dominante in settori chiave essenziali per la macroeconomia come energia, finanza, telecomunicazioni, aviazione, ferrovie, trasporto marittimo, trasporti pubblici, ecc… La terra e le risorse naturali rimangono di proprietà di tutti sotto gestione statale”. Caratterizzare questo modello come affronto al socialismo e prove dell’oligarchia cinese non è un’analisi seria di come si sono sviluppati Cina e Vietnam. È una dimostrazione di orientalismo dallo scopo utile al capitalismo e all’imperialismo degli Stati Uniti: convincere la gente nel mondo neoliberista che non esiste alternativa a tale sistema. Un’analisi marxista di questi Paesi pone fine a tale falsa percezione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio