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Il mostruoso piano “Troyan”

Evgenij IvanovIl 14 luglio 1949 gli Stati Uniti firmarono il mostruoso piano “Troyan”. L’aggressore pianificò di sganciare 300 bombe nucleari e 20000 convenzionali sulle città dell’URSS. Erano trascorsi quattro anni e mezzo dalla fine della Seconda guerra mondiale, ma il mondo poteva esplodere in una nuova e molto più terribile guerra. Il piano, chiamato “Troyan”, prevedeva un massiccio attacco aereo nordamericano su 20 città dell’URSS.
Il 1° gennaio 1950, l’aggressore progettò di sganciare su di esse 300 bombe nucleari e 20mila convenzionali. Se ciò fosse accaduto, ci sarebbero state nuove “Hiroshima”, ma molto più terribili con innumerevoli vittime. Ora siamo lancito nel lontano passato. Mancava ancora un anno alla fine della seconda guerra mondiale, ma gli esperti nordamericani già guardavano al futuro. Il 16 maggio 1944, il Capo di Stato Maggiore degli USA informò il governo che dopo la guerra l’URSS sarebbe diventata una grande potenza. Quindi lo scontro di interessi economici coll’Unione Sovietica di Stati Uniti e Gran Bretagna sarebbe diventata reale. Prima dell’inizio della Conferenza di Jalta nel febbraio 1945, il comitato presentò un’analisi dettagliata dei possibili eventi. Esperti degli esteri suggerirono che l’Unione Sovietica sarebbe stata costretta a ridurre l’esercito a tre milioni di soldati al fine di liberare gli operai per ripristinare un’economia distrutta. Questo periodo sarebbe durato fino al 1952. Il momento migliore per attaccare.
Le relazioni tra gli alleati peggiorarono costantemente. I giornali sovietici avevano molti articoli arrabbiati e caricature di Boris Efimov e Kukryniksij, che denunciavano gli “incendiari belluini”. Le pubblicazioni nordamericane risposero con attacchi ideologici all’URSS. Ma la questione non si limitò alla furiosa retorica verbale. La leadership degli Stati Uniti pochi mesi, ecco gli insidiosi alleati!, dopo la fine della seconda guerra mondiale, incaricò i militari di sviluppare un piano di attacco contro l’Unione Sovietica. Il 14 dicembre 1945, il Comitato misto di pianificazione militare degli Stati Uniti emanò una direttiva che, tra l’altro, affermava: “Le armi più efficaci che gli Stati Uniti possono usare per attaccare l’URSS sono le bombe atomiche disponibili”. Detto fatto. Da allora, un rapporto militare aggressivo sostituiva l’altro. E ognuno portava una allegra brezza di vittoria incondizionata. C’erano molti argomenti a favore dell’ottimismo, e il principale era che gli Stati Uniti avevano la bomba atomica, mentre l’Unione Sovietica la stava ancora sviluppando. Il primo piano Pincher fu preparato il 2 marzo 1946. La probabile regione delle ostilità era il Medio Oriente, poiché lì, secondo gli analisti nordamericani, l’URSS avrebbe provato a creare una barriera per difendere le sue aree industriali più sviluppate: Caucaso ed Ucraina. Ma gli Stati Uniti lanciando un potente attacco atomico, sarebbero stati vittoriosi. Negli anni successivi, i membri dello Stato Maggiore nordamericano letteralmente attuarono le loro idee. Uno dopo l’altro, i piani furono Bushvecker, Crankshaft, Hafmun, Cogwill, Offtek. Nel 1948 fu sviluppato Chariotir. 200 bombe atomiche dovevano essere sganciate su 70 città sovietiche. In generale, ogni giorno la guerra fredda poteva diventare calda. Dopo la creazione della NATO, gli Stati Uniti ottennero altri alleati e di conseguenza aumentarono il potenziale militare. Più ciniche e crudeli erano le intenzioni dell’esercito nordamericano rispetto al 1949. Secondo il piano Dropshot, 300 bombe atomiche e 250mila tonnellate di bombe convenzionali dovevano essere sganciate sull’URSS. L’Unione Sovietica sconfitta e in rovina soggetta ad occupazione. Il territorio del Paese andava diviso in quattro “aree di responsabilità”: la Parte occidentale, Caucaso – Ucraina, Urali – Siberia occidentale – Turkestan, Siberia orientale – Transbaikalia – Primorye. Le zone andavano suddivise in 22 “sottozone di responsabilità”. Due divisioni nordamericane dovevano essere schierate a Mosca e una a Leningrado, Minsk, Murmansk, Gorkij, Kujbyshev, Kiev e altre 15 città dell’URSS.
Si pensi involontariamente, da chi studiarono gli strateghi nordamericani? Gli sviluppatori di Barbarossa stesero tali piani? La tensione cresceva di giorno in giorno. Alla fine del 1949, gli ultimi dettagli del piano Troyan furono perfezionati. Si prevedeva che la Gran Bretagna partecipasse all’attacco all’URSS. Come detto, gli aggressori si preparavano a sganciare 300 bombe atomiche e 20mila bombe convenzionali su 100 città dell’URSS. Per farli, andavano compiute seimila sortite. I membri del Comitato dei capi di Stato Maggiore decisero di testare nei giochi di guerra le grandi possibilità di distruggere nove aree strategiche: Mosca – Leningrado, Urali, Regione del Mar Nero, Caucaso, Arkhangelsk, Tashkent – Alma-Ata, Bajkal, Vladivostok. In teoria, tutto sembrava fantastico, ma gli analisti giunsero a una conclusione deludente: la probabilità di un attacco riuscito era del 70%, il che avrebbe comportato la perdita del 55% dei bombardieri. Una cifra sbalorditiva! Per capirlo, va citato un fatto, ma molto eloquente della storia della Seconda guerra mondiale. Il danno peggiore fu subito da un gruppo di 97 aerei alleati che bombardarono la città tedesca di Norimberga nel marzo 1944. Qui, 20 aerei non ritornarono dalla missione, pari al 20,6 percento degli aerei che partecipavano al raid. Tuttavia, soprattutto statunitensi ed inglesi temevano l’attacco di ritorsione sovietico. Compreso un ampio attacco al suolo. E così gli strateghi occidentali dovettero ritirarsi. Il maggiore-generale S. Anderson, capo delle operazioni dell’aeronautica statunitensi, riferì al segretario di Stato dell’aeronautica S. Symington che “l’aeronautica nordamericana non può: a) effettuare un attacco aereo totale secondo il piano Troyan, b) fornire la difesa aerea a Stati Uniti e Alaska”.
Mosca, nel frattempo, mantenne una calma gelida. Ma nelle parole placide e pacate del Vicepresidente del Consiglio dei Ministri dell’URSS, Vjacheslav Molotov, c’era una chiara minaccia: “L’Unione Sovietica non può essere intimidita da una bomba all’idrogeno, che in realtà non esiste. Ma se gli imperialisti osassero attaccare l’URSS, il popolo sovietico li spazzerà via dalla faccia della terra… ” In effetti, c’erano “argomenti” convincenti: un altro vicepresidente del Consiglio dei ministri, Kliment Voroshilov, annunciò l’esistenza della bomba atomica sovietica. Ma il fervore belluino di Washington non svanì. Nel 1952, il presidente degli Stati Uniti Harry Truman dichiarò: “Elimineremo tutti i porti e le città che dovranno essere distrutti per raggiungere i nostri obiettivi”. La vita dimostrò che gli statunitensi erano e sono coraggiosi e decisi solo sulla carta. E quando il nemico è ovviamente più debole. La terza guerra mondiale non scoppiò solo perché l’URSS aveva testate nucleari e missili balistici. Inoltre, Josif Stalin, che sapeva dei piani degli statunitensi dai rapporti dell’intelligence, nell’agosto 1950 firmò il decreto del Consiglio dei Ministri dell’URSS sulla creazione di un sistema di difesa aerea per città e strutture strategiche, denominato in codice Berkut. La base era una classe di armi sostanzialmente nuova per quel tempo: i missili antiaerei. Nel 1955, il sistema S-25 entrò in servizio nell’esercito sovietico. Le sue caratteristiche erano uniche e le capacità sorprendenti. Più precisamente, sorprendenti perché il sistema poteva sparare contemporaneamente contro 20 bersagli a un’altitudine tra 3 e 25 chilometri e a una distanza massima di 35 chilometri. In breve, l’S-25 poté presentare una schiacciante interdizione agli aerei nemici. La situazione di più di mezzo secolo fa ricorda la situazione sviluppatasi oggi. Le mani di Washington hanno un disperato bisogno di “punire” la Russia ribelle, ma l’esercito nordamericano è un duro realista. Anche esso, bruciato dai cinici, ha paura d’immaginare New York, San Francisco, Atlanta, Detroit, Kansas City e altre città degli Stati Uniti dopo l’attacco di rappresaglia di Mosca. E negli anni successivi, lo scontro militare tra URSS e USA più di una volta minacciò di esplodere in una grande guerra. Ciò avvenne, ad esempio, nel 1961, quando i carri armati nordamericani si fermarono a pochi metri dal muro di Berlino. Blindati sovietici avanzarono verso di essi. Fortunatamente, entrambe le parti hanno mostrato prudenza e i cannoni non parlarono. Una situazione molto più grave si sviluppò durante la crisi dei Caraibi nel 1962, che durò 13 giorni e notti. Ma questo argomento è già un’altra storia. I piani di aggressione nordamericani contro l’URSS, tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta, non sono fantasie, non un frutto di un’immaginazione malata. Il fatto che gli Stati Uniti abbiano pianificato ripetutamente l’attacco all’Unione Sovietica divenne noto negli anni Settanta. Inoltre, tali documenti segreti furono resi pubblici da Washington.

Traduzione di Alessandro Lattanzio