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Debacle in Afghanistan

Brian Cloughley, SCF 7 luglio 2020Dal 1897 il New York Times issa lo slogan “Tutte le notizie vanno bene per la stampa” e, in generale, fu appropriato negli anni, salvo per alcune volte come l’invasione dell’Iraq nel 2003, quando trasmise una palese propensione belluina e pubblicò quella che il terribile Trump avrebbe definito “notizie false”. Un anno dopo l’invasione, il Times fece scuse di cuore sui suoi irresponsabili fandango giornalistici che avevano lo scopo di incoraggiare il pubblico nordamericano a sostenere la guerra di Washington che distrusse innumerevoli vite e ridusse il Medio Oriente nel caos. Alla fine, la principale reporter coinvolta, la ripugnante ciarlatana chiamata Judith Miller, fu costretta a lasciare il giornale (con una generosa liquidazione) dopo aver trascorso del tempo in prigione per essersi rifiutata di divulgare il nome di un’altra “fonte” delle sue informazioni. Una delle cose intriganti delle scuse del NYT è che si riferiva a un rapporto secondo cui “uno scienziato che afferma di aver lavorato nel programma di armi chimiche dell’Iraq per più di un decennio aveva detto a una squadra militare nordamericana che l’Iraq ha distrutto armi chimiche e da guerra biologica solo pochi giorni prima dell’inizio della guerra”, Il Times ammise tardivamente che “non diede dato seguito alla veridicità di questa fonte o ai tentativi di verificarne le affermazioni”. E sembra che il Times continui a essere riluttante a dare seguito all’affidabilità di alcune sue fonti, perché l’ultimo scoop in stile iracheno è una storia “basata su fonti” non verificabili che afferma che la Russia ha pagato i taliban per uccidere soldati nordamericani in Afghanistan. Il Times si riferiva inesorabilmente ai “funzionari” come fonti di tale accusa estremamente delicata, senza la minima intenzione di fornire nomi o alcun dettaglio corroborante. Non c’è un briciolo di prove a sostegno di tali accuse esplosive perché tutte le “informazioni” provengono da tali fonti d0intelligence sempre pronte ad alimentare in modo attraente la propensione dei fessi volenterosi. Come Ray McGovern disse, “le dubbie accuse del Times occuparono i titoli di tutti i media rischiano di rimanere indelebili nella mente dei nordamericani creduloni. E appare essere ciò il principale obiettivo”. E lo era certamente, e sebbene una moltitudine di osservatori indipendenti abbia distrutto la storia, fu deplorevole che il Times non ritenesse opportuno riportare la notizia che il Pentagono non l’avvallava. Il 29 giugno, il portavoce del Pentagono dichiarò che “fino ad oggi, il DoD non ha prove a sostegno delle accuse tratte dai rapporti open source”.
È interessante che la storia del Times sia esplosa solo cinque giorni dopo che il portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale afgano annunciava che “la settimana scorsa fu la più mortale degli ultimi 19 anni. I taliban effettuarono 422 attacchi in 32 province, martirizzando 291 membri delle ANDSF [forze di sicurezza] e ferendone altri 550”. Non menzionò che 148 civili furono uccisi e, stranamente, fu il Times a registrarlo nel suo eccellente “Rapporto sulle vittime di guerra” che appare nel suo settimanale. Non fu dichiarato quanti di questi civili furono uccisi dagli attacchi aerei delle forze governative, dagli attacchi interni o dal tiro di mortai irregolare, ma la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan osservò che “Le vittime civili attribuite all’ANSF nell’aprile 2020 furono 172 civili, con un aumento del 38% rispetto ad aprile 2019 e del 37% a marzo 2020”. Le forze di sicurezza dell’Afghanistan, esercito, polizia, aeronautica e forze speciali, sono scarsamente addestrate e la loro motivazione è discutibile. La forza numerica di questi servizi non viene divulgata, e nel 2018 Reuters riferì che l’esercito nordamericano classificò “per la prima volta dal 2009, il totale di truppe effettivi e autorizzati e il tasso di attrito e delle forze di difesa e sicurezza nazionali afgane, o ANDSF”. La soppressione di notizie cattive o scomode è una tattica ben collaudata nella propaganda, come osservava John Sopko, ispettore speciale nordamericano per la ricostruzione in Afghanistan, SIGAR, “al popolo nordamericano si continua a mentire” sul conflitto in Afghanistan. Negli anni di guerra, 18,8 miliardi di dollari furono versati in Afghanistan in aiuti e quasi tutti furono sprecati, in particolare le ingenti somme utilizzate per acquistare ville di lusso, appartamenti e ville a Dubai e molti altri pozzi della corruzione. E la situazione sul terreno nell’Afghanistan devastato dalla guerra è disperata, col Council on Foreign Relations che registrava il 1° luglio che “secondo le stime ufficiali del governo degli Stati Uniti del 2019, solo il 53,8 per cento dei distretti afgani [era] sotto controllo o influenza del governo, Il 33,9 per cento contestato e il restante 12,3 per cento sotto controllo o influenza dei taliban. L’ANDSF continua a subire gravi perdite e, mentre le cifre attuali sono classificate dai militari statunitensi, alti funzionari afgani stimano che in diversi mesi nel 2018 furono uccisi dai trenta ai quaranta dipendenti ogni giorno”.
Il governo di Kabul è incompetente e incapace di dirigere gli affari nel Paese, come dichiarato pubblicamente dal segretario di Stato nordamericano Pompeo dopo aver visitato Kabul nel marzo 2020. Censurò severamente il presidente Ghani e il suo rivale Abdullah Abdullah, dicendo: “Gli Stati Uniti sono delusi e il senso della condotta in Afghanistan e i nostri interessi condivisi. Il loro fallimento danneggiò le relazioni tra Stati Uniti e Afghanistan e, purtroppo, disonora quei partner afgani, nordamericani e della coalizione che sacrificarono vite e risorse nella lotta per costruire un nuovo futuro in questo Paese. Poiché questo fallimento della leadership rappresenta una minaccia diretta agli interessi nazionali statunitensi con effetto immediato, il governo degli Stati Uniti avvierà la revisione della nostra cooperazione coll’Afghanistan”. È estremamente irresponsabile per l’alto rappresentante degli affari esteri di qualsiasi nazione criticare apertamente i leader di un Paese apparentemente alleato impegnato in una guerra civile, perché agli oppositori del governo avranno una spinta massiccia nella propaganda. Non ci sono notizie su come i taliban abbiano visto il mostruoso errore di Pompeo, ma fu un’abbondante conferma che chi pretendeva di guidare l’Afghanistan avesse fallito. Non solo, ma si diceva che il presidente effettivamente fosse una minaccia per l’allusivo alleato che invase il Paese quasi venti anni fa. Sarebbe assai sorprendente se i taliban non sfruttassero al massimo la propaganda da tale assurdità.
Di pari importanza, è ovvio che Pompeo e tutti gli altri arroganti dilettanti di Washington hanno completamente distrutto le relazioni USA-Afghanistan e qualsiasi brandello di fiducia negli USA che possa essere rimasto nel governo di Kabul. Un’indagine del Washington Post rivelò che “alti funzionari statunitensi non dicono la verità sulla guerra in Afghanistan nella campagna di 18 anni, facendo dichiarazioni rosee che sapevano false e nascondendo prove inconfondibili che la guerra era impossibile da vincere”. Data la combinazione tra inganno e insulto di Washington, insieme alla corruzione dilagante di Kabul, ed incapacità di governare su gran parte del Paese ed incompetenza generale, il quadro è quello del disastro, una debacle di proporzioni colossali. Washington dovrebbe smettere di dare al New York Times ed altri racconti fatui su presunte trame che coinvolgono bonus sui corpi e semplicemente ridurre le perdite (gigantesche) e uscirsene adesso.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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