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La spazzatura anticomunista dei “100 milioni di morti”

Bruno Guigue, 8 luglio 2020

Dal Parlamento europeo ai libri di testo e Michel Onfray, l’anticomunismo è tornato in servizio. “Democrazia contro totalitarismo”, “100 milioni di morti”, Gulag, Rivoluzione culturale, tutti intrecciati e composti a tavolino per stordire l’opinione pubblica, inoculando l’idea di una vasta cospirazione di forze del male di cui la Cina, questo odioso regime totalitario di cui Le Monde predisse la “bancarotta” tre mesi fa, sarebbe l’ultimo avatar. Ma se solo fossimo contenti di rimediare al presente! No, è ancora necessario riscrivere la storia ridipingendola coi colori dell’ideologia dominante. Si arriva persino a dire che furono le coraggiose democrazie occidentali guidate dallo zio Sam a sconfiggere Hitler, non l’Unione Sovietica. Non importa la realtà storica, non importa che da Mosca a Stalingrado a Kursk a Berlino fu l’URSS che abbatté la macchina da guerra del nazismo e ne gettò i piani di dominio razziale nella spazzatura della storia. E che al prezzo di 27 milioni di morti, il popolo sovietico liberò il mondo da tale follia omicida.
Dimentichiamo, allo stesso tempo, di ricordare l’immenso contributo del comunismo all’emancipazione umana. Perché fu il bolscevismo a dare slancio decisivo alla lotta anticoloniale e al “Congresso dei popoli dell’Est”, riunitosi a Baku nel 1920 inaugurando il processo della liberazione che costituì il principale evento del ventesimo secolo. Un appello alla rivolta che fu un clamoroso successo in Asia! Dopo aver trasformato il più grande Paese del pianeta, la Russia, il comunismo trionfò nel Paese più popoloso, la Cina. E ponendo fine a un secolo di caos e saccheggio coloniale, Mao Zedong ripristinò la sovranità cinese nel 1949. Dopo aver unificato il paese, abolito il patriarcato, portato avanti la riforma agraria, avviato l’industrializzazione, sconfitto l’analfabetismo, dato ai cinesi altri 24 anni di aspettativa di vita, ma commesso anche tragici errori degli anni ’60, il popolo cinese fece il punto e il maoismo passò la mano. I suoi successori tennero conto delle lezioni apprese da questa esperienza e costruirono un’economia mista, guidata da uno Stato forte, i cui risultati sfidano le previsioni più ottimistiche. Ma senza la Cina di Mao, come poteva mai nascere quella di Deng e Xi?
Certamente, dopo un secolo di esistenza, il vero comunismo sembra molto lontano dalla teoria sviluppatasi nel XX secolo. Ma quale dottrina nella storia è un’eccezione alla regola secondo cui le azioni degli uomini sfuggono alle loro intenzioni? E ce n’è una che è riuscita a trasformare la convivenza umana in un letto di rose? L’avanzata del comunismo non sicura, come testimonia il crollo dell’Unione Sovietica, disastroso per l’equilibrio mondiale. Il comunismo storico non ha abolito né la divisione interna della società né il peso del vincolo statale. Ma evitò le difficoltà del sottosviluppo, sconfitto la malnutrizione, sradicato l’analfabetismo, alzato il livello di istruzione e liberato le donne nei Paesi in cui il capitalismo non aveva lasciato altro che rovine. Ovviamente, è meglio nascere in Cina che in India: il tasso di mortalità infantile è quattro volte più basso e l’aspettativa di vita di 77 anni contro 68. In India, è meglio vivere in Kerala: guidato dai comunisti dal 1957, questo stato è il più sviluppato dell’Unione e l’unico in cui le donne godono di un tasso d’iscrizione scolastica vicino al 100%. È meglio vivere a Cuba, Paese socialista, che ad Haiti, protettorato nordamericano: l’aspettativa di vita è di 80 anni invece di 64, persino superando quella degli Stati Uniti. È vero che il sistema sanitario cubano e il sistema educativo sono modelli riconosciuti a livello globale. Vincitore su due imperialismi, anche il socialista Vietnam vive uno sviluppo spettacolare basato su economia mista e Stato forte.
Il movimento comunista non ha trovato una società senza classi, ma ha combattuto la lotte di classe che ha contribuito al progresso sociale nel mondo. Se i francesi beneficiano della sicurezza sociale, lo devono al comunista Ambroise Croizat, figura della resistenza prima di diventare ministro del generale de Gaulle nel 1944. I progressi sociali del mondo sviluppato non sono il frutto della generosità dei padroni, ma conquiste ottenute duramente. Nel costruire un favorevole equilibrio di potere, i combattimenti guidati dai comunisti ebbero un ruolo importante. La loro influenza nei sindacati, la contro-potenza insediata nei Paesi sviluppati, ed anche il prestigio dell’Unione Sovietica e l’eco incontrata dai progressi ottenuti nei Paesi socialisti contribuirono al progresso sociale in occidente e altrove. Ma è necessario altro per scoraggiare i critici del comunismo. Le violenze nei processi rivoluzionari infatti, fungono da pretesto per un’interpretazione astorica. Riducendo il processo in teatro d’ombra ideologico, questa lettura faziosa si libera da qualsiasi contesto. Nasconde quindi il vero significato del fenomeno comunista: la risposta delle masse proletarie alla crisi parossistica delle società arretrate, coloniali e semi-coloniali (Russia, Cina, Corea, Vietnam, Cuba). Allo stesso modo, il bilancio delle vittime del comunismo si presta a un’inflazione grottesca. I morti della guerra civile russa, della guerra civile cinese, della collettivizzazione forzata, del Gulag, del Grande balzo in avanti e della rivoluzione culturale vengono quindi accatastati senza sfumature. Negare la realtà della violenza in nome del comunismo è assurdo, ma la raccolta di dati che proibiscono qualsiasi comprensione storica e identificano il comunismo a crimine è insulsa. Tale inganno ha ovviamente lo scopo di nascondere il ruolo del capitalismo agli orrori del secolo. È liberato da vari fatti gravi: massacri coloniali, guerre imperialiste, crimini delle dittature ed embarghi imposti dalle cosiddette democrazie, per non parlare dell’impoverimento di intere popolazioni da parte del capitalismo, fecero venti volte più morti del comunismo. I criteri di apprezzamento che si applicano a questi ultimi diventerebbero irrilevanti quando si applicano ai crimini dei capitalisti? E delle atrocità commesse dalle democrazie occidentali, perché non si deduca la natura criminale del liberalismo?
Poiché gli spacciatori di anticomunismo adorano le cifre, non possiamo resistere al piacere di darle. Quando Hannah Arendt accredita la tesi del “sistema di concentrazione” omogeneo che sarebbe comune a nazismo e stalinismo, per esempio, è chiaro che è fuori dalla realtà dei fatti. A differenza dei campi nazisti, i Gulag non obbedirono a una logica di sterminio, ma di punizione e rieducazione. E dal lavoro svolto dagli storici J. Arch Getty, Gábor T. Rittersporn e Viktor N. Zemskov coll’apertura degli archivi sovietici, il quadro del sistema carcerario sovietico è molto più affidabile delle solite estrapolazioni. Tra il 1933 e il 1953, il numero di prigionieri, di tutte le categorie, oscillò tra 900000 e 1700000, raggiungendo un picco di due milioni nel 1938, un tasso d’incarcerazione medio paragonabile a quello degli Stati Uniti all’inizio del 21° secolo, dove naturalmente, le condizioni di detenzione sono molto dure. Mischiati ai detenuti comuni che rappresentavano il 90% della forza lavoro, gli oppositori o dichiarati tali scontarono una pena infame. A causa del freddo e delle condizioni sanitarie, la mortalità fu alta, specialmente durante la guerra, ma la popolazione sovietica soffrì di più quando vicina al fronte. Ci furono 1300000 morti, un tasso del 4,1% per l’intero periodo (1933-1953) e del 10% durante la guerra. (1)
Ai milioni di morti del Gulag (1933-1953), vanno ovviamente aggiunti 680000 esecuzioni negli anni del terrore 1936-38. E se vogliamo completare il quadro, vanno anche attribuiti a ciò due-tre milioni di vittime della rivoluzione cinese (1949-1969), la violenta rivoluzione agraria guidata da contadini affamati alla fine degli anni ’40, responsabile della maggior parte di queste perdite umane in un Paese che aveva 500 milioni di abitanti nel 1949 e un miliardo nel 1980. Ma se questi eventi drammatici fecero precipitare l’umanità negli abissi della violenza, che dire dei dieci milioni di amerindi sterminati dalla democrazia americana, i dieci milioni di congolesi assassinati dal re dei belgi, i due milioni di algerini, indocinesi e malgasci massacrati dalla repubblica francese tra il 1945 e il 1962, dei due milioni di coreani, i tre milioni di vietnamiti e i quattro milioni di abitanti del sud-est asiatico, Medio Oriente e America latina eliminati a distanza dalla cibernetica militare, giustiziati da dittature o massacrati dai terroristi di cui Washington ancora tira le corde oggi?
Ovviamente, il numero di vittime conta meno della loro posizione sullo spettro politico. In Indonesia, la repressione militare organizzata dalla CIA contro i comunisti nel 1965 uccise 700000 persone. Ma tale evento non compare in alcun libro di storia occidentale. Eppure tali cifre menzionano solo le vittime di operazioni militari o paramilitari. Se si tiene conto dell’effetto mortale delle sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti, il pedaggio umano assume dimensioni incalcolabili e i 500000 bambini assassinati dall’embargo contro l’Iraq (1991-2003) illustrano solo tale antologia dell’orrore. Queste vittime immolate sull’altare della cosiddetta democrazia e cosiddetti diritti umani, è vero, sono pari a zero per la missione civilizzatrice dell’occidente. Ma la falsificazione ideologica non si ferma qui. Poiché è necessario a tutti i costi gonfiare le cifre sul lato opposto, si procede a un altro inganno statistico. Si includono, nel conteggio delle vittime del comunismo, le catastrofi subite dai Paesi socialisti durante il loro sviluppo.
La carestia degli anni 1931-33 viene quindi attribuita alla volontà perversa del regime stalinista, che sarebbe l’unico responsabile, con la dekulakizzazione, della drammatica carenza di risorse alimentari. Tuttavia, tale interpretazione è sbagliata. Per lo storico Mark Tauger, ovviamente, “il regime ha una parziale responsabilità sula crisi e i circa cinque milioni di morti dovuti a ciò”, ma bisogna fare una distinzione tra “responsabilità e atto intenzionale”. La carestia del 1931-33 fu “un evento estremamente complicato, con cause sia ambientali che umane”. In definitiva, “le azioni del regime sovietico, per quanto gravi possano essere state, sembrano chiaramente dirette a gestire una crisi economica e carestia involontarie, piuttosto che a crearle intenzionalmente per punire un particolare gruppo”. (2) Che tali carestia non solo colpì l’Ucraina, ma anche gran parte della Russia, inoltre, invalida la tesi cara ai neonazisti di Kiev che Stalin volesse punire gli ucraini facendoli morire di fame.
In Cina, il clamoroso fallimento del Grande Balzo in avanti causò anche una carestia responsabile di dieci-dodici milioni di morti tra il 1959 e il 1961. Mentre questo fu un errore monumentale nella politica economica aggravata dalle condizioni climatiche disastrose, il discorso dominante attribuisce tale catastrofe alla natura criminale del maoismo. Il principale svantaggio di tale visione antistorica dei fatti è quindi confonderne la lettura. Oscura le condizioni oggettive che i comunisti, impadronendosi delle redini di una società sull’orlo del collasso, ereditarono nonostante tutto. Perché una volta completata la presa del potere, il Paese doveva uscire dai vicoli ciechi della miseria e della dipendenza. E per mancanza di alternativa credibile, la transizione alla modernità avvenne con investimenti colossali e ritmi infernali. Questo sforzo per lo sviluppo avvenne nelle peggiori condizioni, tutte le risorse erano dirette alla crescita accelerata delle forze produttive, il primato dell’industria pesante relegò in secondo piano la produzione di beni di consumo. Era necessario gettare le basi di un’economia moderna senza alcun supporto estero, correggere gli errori commessi, cambiare rotta quando necessario. Dramma del decollo industriale accelerato in un ambiente ostile, questa esperienza fu anche pagata da un dramma politico, solo il pugno di ferro del partito comunista poté mantenere la rotta contro ogni previsione. Ma se Russia, Cina e Vietnam divennero nazioni moderne, è chiaro che lo fu per gli sforzi fatti sotto il socialismo. La storia non offre alcuna assoluzione, ma ancora vanno considerati i fatti con onestà intellettuale. Ammettiamo che i regimi comunisti siano responsabili di tali tragedie umane. Se vogliamo davvero attribuirne le responsabilità al comunismo, la logica vorrebbe che lo si faccia anche col capitalismo per le carestie che colpirono le popolazioni sottoposte al giogo europeo coloniale e neo-coloniale. Quindi i fatti parlano da soli. Le devastazioni del colonialismo europeo non sono quantificabili e a genocidio si cumula genocidio. Per fare un solo esempio, quante decine di milioni di morti fece in India il dominio inglese? E chi sa che Churchill, ordinando la requisizione delle riserve di grano, uccise tre milioni di bengalesi nel 1943?
Battaglia di cifre, inventario di ecatombi, macabra contabilità accusatoria, lettura criminologica della storia? Non c’è problema, andiamo. Ma a tal proposito, vediamo infinitamente più ragioni per essere comunista che liberale, conservatore, reazionario e tutto ciò che si vuole Sì, ci sono stati 100 milioni di morti, ma sono attribuibili al capitalismo e ai suoi avatar, colonialismo ed imperialismo. Il comunismo salvò infinitamente più vite di quante ne sacrificò. Se le rivoluzioni comuniste generarono violenze, fu per rispondere alla crudeltà dei sistemi di oppressione di cui volevano la scomparsa. E contrariamente agli orrori occidentali, il comunismo, anche quando fu greve, non attaccò mai i bambini. Scusate, alcuna contabilità obiettiva delle vittime stabilirà l’equivalenza storica tra comunismo e barbarie. Leitmotiv dell’ideologia dominante, spazzatura liberale, tale imputazione esclusiva delle disgrazie del secolo si condanna all’insulso.

1. J. Arch Getty, Gábor T. Rittersporn e Viktor N. Zemskov, “Vittime del sistema penale sovietico negli anni prebellici: primo approccio sulla base delle prove archivistiche”, The American Historical Review, Oxford University Press , 1993.
2. Mark Tauger, Carestia e trasformazione agricola in URSS, Delga, 2017, p. 23.

Traduzione di Alessandro Lattanzio