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Controrivoluzione del 1776: la guerra d’indipendenza degli Stati Uniti fu una rivolta schiavista?

Democracy Now

AMY GOODMAN: Qui Democracy Now!, The War and Peace Report . Sono Amy Goodman a Chicago col nostro prossimo ospite. Juan González di New York.
JUAN GONZÁLEZ: Bene, il prossimo fine settimana, gli Stati Uniti celebrano il 4 luglio, il giorno in cui le colonie americane dichiararono l’indipendenza dall’Inghilterra nel 1776. Mentre molti americani appenderanno bandiere, parteciperanno a sfilate e guarderanno fuochi d’artificio, il Giorno dell’Indipendenza non è una causa da festeggiare per tutti. Per i nativi americani, è ancora un altro amaro promemoria del colonialismo, che portò malattie mortali, egemonia culturale e genocidio completo. Né la promessa della nuova repubblica di vita, libertà e ricerca della felicità si estese agli afroamericani. Come notano i nostri prossimi ospiti, i coloni bianchi che dichiararono la loro libertà dalla corona non condivisero la loro liberazione appena ottenuta coi milioni di africani che avevano catturato e costretti alla schiavitù.

AMY GOODMAN: Il professor Gerald Horne sostiene che la cosiddetta guerra rivoluzionaria fu in realtà una controrivoluzione, in parte, non un passo avanti per l’umanità, ma uno sforzo conservatore dei colonialisti americani per proteggere il loro sistema della schiavitù. Per di più, il professor Horne si riunisce qui nel nostro studio di Chicago. È autore di due nuovi libri: The Counter-Revolution del 1776: Slave Resistance and the Origins of the United States of America e un altro nuovo libro, appena uscito, Race to Revolution: The US and Cuba When Slavery and Jim Crow. Il professor Horne insegna storia e studi afroamericani all’Università di Houston.
Benvenuto a Democracy Now! È bello avervi con noi. Quindi, mentre ci avviciniamo questa settimana del Giorno dell’Indipendenza, cosa dovremmo capire della fondazione degli Stati Uniti?
GERALD HORNE: Dovremmo capire che il 4 luglio 1776, per molti aspetti, rappresenta una controrivoluzione. Ciò significa che ciò che contribuì al 4 luglio 1776, fu la percezione tra i coloni europei sulla terraferma nordamericana che Londra si passava rapidamente all’abolizione. Questa percezione fu provocata dal caso di Somerset, un caso deciso a Londra nel giugno 1772 che sembrò suggerire che l’abolizione non solo sarebbe stata ratificata a Londra, ma oltrepassando l’Atlantico e sostanzialmente avvivando nella terraferma, metteva a repentaglio numerose fortune non solo basate sulla schiavitù, ma sulla tratta degli schiavi. Questa è la risposta breve. Una risposta più lunga implicherebbe volgersi a un’altra rivoluzione, vale a dire, la cosiddetta Rivoluzione Gloriosa in Inghilterra nel 1688 che, tra le altre cose, comportò un passo indietro per il monarca, per il re, e un passo avanti per la classe mercantile in ascesa. Ciò portò a una deregolamentazione della tratta degli schiavi africani. Vale a dire, la Royal African Company fino a quel momento ebbe il controllo della tratta degli schiavi, ma col crescente potere della classe mercantile, questa tratta fu liberalizzata, portando a quello che chiamo libero scambio di africani. Vale a dire, i mercanti scesero sul continente africano catturando e ammanettando ogni africano che vedevano, con l’energia di api impazzite, trascinandoli oltre Atlantico, in particolare nei Caraibi e nel Nord America. Ciò fu dettato dal fatto che i profitti per la tratta degli schiavi erano enormi, a volte del 1600-1700 percento. E come sa, ci sono anche oggi quelli che venderebbero il primogenito per un profitto così. Questo, da un lato, contribuì a rafforzare le forze produttive nei Caraibi e sulla terraferma, ma portò a numerose rivolte di schiavi, non da ultimo nei Caraibi, ma anche sulla terraferma, contribuendo a fare ripensare i continentali sui tentativi di Londra per l’abolizione.

JUAN GONZÁLEZ: Gerald Horne, una delle cose che mi ha colpito nel suo libro non è solo la tesi principale, che fu in gran parte una controrivoluzione, la nostra guerra d’indipendenza degli Stati Uniti, ma anche ebbe un legame molto stretto con ciò che succedeva nelle colonie caraibiche dell’Inghilterra, così come negli Stati Uniti, non solo tra gli schiavi ma anche tra la popolazione bianca. E, in effetti, indica che molti di coloro finiti qui negli Stati Uniti per promuovere la Rivoluzione americana erano in realtà profughi delle battaglie tra bianchi e schiavi nei Caraibi. Potreste spiegarlo?
GERALD HORNE : È noto che fino alla metà del 18° secolo, Londra riteneva che le colonie caraibiche, Giamaica, Barbados, Antigua in particolare, fossero più preziose delle colonie continentali. Il problema era che nelle colonie caraibiche gli africani erano più numerosi dei coloni europei, a volte fino 20 a uno, il che facilitò le rivolte degli schiavi. Ci furono grandi rivolte di schiavi ad Antigua, ad esempio, nel 1709 e nel 1736. I Maroon, vale a dire, gli africani sfuggiti alla giurisdizione di Londra in Giamaica, sfidarono la corona seriamente. Ciò portò, come suggerisce la sua domanda, a molti coloni europei dai Caraibi compiere il gran viaggio verso la terraferma, venendo cacciati dai Caraibi dagli africani infuriati. Ad esempio, ho fatto ricerche per il libro a Newport, nel Rhode Island, e nella sua biblioteca principale, che ad oggi prende il nome da Abraham Redwood, fuggito da Antigua dopo la rivolta degli schiavi del 1736 perché molti dei suoi “africani”, parteciparono alla rivolta degli schiavi. E fuggì per la paura e fondò la biblioteca principale di Newport, contribuendo sostanzialmente alla nascite di quella città sulla costa atlantica. Quindi, esiste una stretta connessione tra ciò che accadde nei Caraibi e ciò che accadde sulla terraferma. E gli storici devono riconoscere che anche se tali colonie non furono un piano unitario, avevano legarmi stretti e intimi tra di esse.

AMY GOODMAN: Allora, perché questa grande disparità su come la gente negli Stati Uniti parla del mito della creazione degli Stati Uniti, se vuole, non parlo di indigeni, nativi americani, e questa la storia che ha studiato?
GERALD HORNE: Beh, è giusto dire che gli Stati Uniti furono un santuario per gli europei. In effetti, penso che parte del “genio” del piano americano, se ci fosse stato, fu ciò che i fondatori degli Stati Uniti fondamentalmente chiamavano tregua formale, cessate il fuoco formale, sulla guerra religiosa che tormentava l’Europa per decenni e secoli, vale a dire Londra protestante, cosiddetta, contro Madrid e Francia cattoliche. Ciò che fecero i coloni sulla terraferma nordamericana fu definire una tregua formale sul conflitto religioso, ma poi aprirono un nuovo fronte sulla razza, vale a dire europei contro non europei. Questo, subito, ampliò il piano dei coloni. Vale a dire, potevano attingere ai definibili bianchi che avevano origine dall’Atlantico agli Urali e persino al mondo arabo, se si guarda a persone come Ralph Nader e Marlo Thomas, per esempio, le cui radici sono in Libano ma sono considerati “bianchi”. Ciò ovviamente ampliò la popolazione del piano dei coloni. E poiché molti diritti furono poi accordati a questi neonominati bianchi, ovviamente aiutò a garantirsi che molti di loro stessero col Paese che poi emerse, gli Stati Uniti d’America, mentre quelli di noi che non furono definiti bianchi divennero ultima ruota del carro, se vuole.

JUAN GONZÁLEZ: E, Gerald Horne, a seguito di ciò, durante la Rivoluzione americana, quale fu percezione o atteggiamento degli schiavi africani negli Stati Uniti nei confronti del conflitto? Inoltre, come dice, durante il periodo coloniale, molti schiavi preferivano fuggire nelle colonie spagnole o francesi, piuttosto che rimanere nelle colonie americane d’Inghilterra.
GERALD HORNE: Ha ragione. Il fatto è che la Spagna armò gli africani sin dal 1500. E infatti, poiché la Spagna armò gli africani e poi li scatenò nelle colonie continentali, in particolare nella Carolina del Sud, ciò spinse Londra a comportarsi similmente. Il problema era che i coloni della terraferma adottarono un piano e modello di sviluppo incompatibile coll’inserimento degli africani. In effetti, il loro piano si basava su riduzione in schiavitù e controllo di ogni africano possibile. Questo approfondì lo scisma tra colonie e metropoli, ovvero Londra,- contribuendo così a fomentare la rivolta contro il dominio britannico nel 1776. È noto che più africani combatterono a fianco delle giubbe rosse, piuttosto che coi coloni. E questo è comprensibile, perché se ci pensate per più di un nanosecondo, non aveva senso che gli schiavi combattessero per i padroni degli schiavi in modo che questi approfondissero la persecuzione degli schiavi e, in effetti, come accaduto dopo il 1776, portarono altri africani sulla terraferma, a Cuba, in Brasile, per profitto.

AMY GOODMAN: Parliamo con lo storico Gerald Horne. È autore di due nuovi libri. Parliamo della controrivoluzione del 1776 . Il sottotitolo del libro è Slave Resistance and the Origins of the United States of America. E il suo ultimo libro, appena uscito, si chiama Race to Revolution: Stati Uniti e Cuba durante la schiavitù e il Jim Crow. È professore di storia e studi afroamericani all’Università di Houston. Quando torneremo, parleremo del secondo libro su Cuba. Restate con noi.

AMY GOODMAN: “Slavery Days” di Burning Spear, qui su Democracy Now!, The War and Peace Report. Sono Amy Goodman a Chicago. Juan González è a New York. Prima di parlare del libro sulla schiavitù, voglio rivolgermi sulle osservazioni del presidente Obama per la celebrazione del 4 luglio della Casa Bianca dell’anno scorso. È così che il presidente Obama descrisse ciò che accadde nel 1776.
PRESIDENTE BARACK OBAMA :Il 4 luglio 1776, una piccola banda di patrioti dichiarò che eravamo un popolo di uguali, liberi di pensare e adorare e di vivere a nostro piacimento, che il nostro destino non sarebbe stato deciso per noi, ma da noi. E fu audace e coraggioso. Senza precedenti. Era impensabile. Al tempo nella storia umana, furono re, principi e imperatori a decidere. Ma quei patrioti sapevano che c’era un modo migliore di agire, che la libertà era possibile e che per raggiungerla sarebbero stati disposti a rischiare lav ita, le fortuna e l’onore. E così combatterono per la rivoluzione. E pochi avrebbero scommesso su di loro. Ma per la prima volta, l’America dimostrò che i dubbiosi si sbagliavano. E ora, 237 anni dopo, questo improbabile esperimento di democrazia, gli Stati Uniti d’America si ergono a più grande nazione sulla Terra.
JUAN GONZÁLEZ: Era il presidente Obama a parlare del significato del 4 luglio. Gerald Horne, il suo libro, The Counter-Revolution del 1776 , è una confutazione diretta di ciò che chiama mito della creazione. Può parlarne?
GERALD HORNE: Beh, con tutto il rispetto per il presidente Obama, penso che rappresenti, in quelle osservazioni appena citate, l’opinione condivisa. Ciò significa che, da un lato, non vi è dubbio che il 1776 rappresentò un passo avanti sul trionfo sulla monarchia. Il problema fu che continuò a stabilire quello che chiamo primo Stato di apartheid. Vale a dire, i diritti a cui fa riferimento Obama furono accordati solo a chi fu definito bianco. A tal proposito, nel libro sostengo che il 1776, in molti modi, fu analogo alla Dichiarazione unilaterale di indipendenza nel paese allora noto come Rhodesia del Sud, ora Zimbabwe, nel novembre 1965. L’UDI, Dichiarazione unilaterale di indipendenza, fu un tentativo d’impedire la decolonizzazione. Il 1776 fu un tentativo di impedire l’abolizione della schiavitù. Quel tentativo riuscì fin quando l’esperimento precipitò e si distrusse nel 1861 con la guerra civile degli Stati Uniti, il conflitto più sanguinoso, ad ora, cui gli Stati Uniti furono mai coinvolti.

AMY GOODMAN: Allora, Gerald Horne, in che modo questa storia, ciò che chiama controrivoluzione, si adatta al suo ultimo libro, Race to Revolution: The US and Cuba during Slavery and Jim Crow?
GERALD HORNE: Beh, c’è una certa coerenza tra i due libri. Tenga presente che nel 1762 la Gran Bretagna tolse temporaneamente Cuba alla Spagna. E uno dei regolamenti che la Gran Bretagna impose oltraggiò i coloni, come sostengo nei libri. Quello che accadde fu che la Gran Bretagna cercò di regolare la tratta degli schiavi, e i coloni sulla terraferma nordamericana ne volevano la deregolamentazione, portando così più africani. Ciò che successe è che fu uno dei punti di contesa che portarono a scoppio e rivolta contro il dominio britannico nel 1776. Continuo nel libro su Cuba per parlare di come uno dei tanti motivi per cui ci sono tanti neri a Cuba fu per la foga maniacale dei commercianti e trafficanti di schiavi statunitensi, in particolare dal bacino del fiume Congo, nel trascinare gli africani oltre Atlantico. Allo stesso modo, in un precedente libro sul commercio degli schiavi africani in Brasile sostenni che uno dei tanti motivi per cui ci sono così tanti neri in Brasile, più di qualsiasi altro posto oltre la Nigeria è, ancora una volta, dovuta alla foga maniacale di schiavisti e commercianti di schiavi statunitensi, che andano in Angola, in particolare, per trascinare gli africani in Brasile. Mi sembra molto difficile conciliare il mito della creazione di questo grande balzo in avanti dell’umanità quando, dal 1776 con la fondazione degli Stati Uniti d’America, e gli Stati Uniti che scacciano la Gran Bretagna dal controllo della tratta di schiavi africani. La Gran Bretagna divenne quindi il poliziotto che cercava di trattenere e scoraggiare i trafficanti di schiavi statunitensi. Mi sembra che se questo fosse un passo avanti per l’umanità, certamente non per gli africani che, l’ultima volta che ho visto, sono una percentuale significativa dell’umanità.

JUAN GONZÁLEZ: E Gerald Horne quindi, in altre parole, mentre spiega il coinvolgimento delle compagnie americane nella tratta degli schiavi in Vrasile e Cuba, questi libro e anche il suo Controrivoluzione del 1776 sottolinea lo stesso punto, che la schiavitù non fu solo questione d’interesse del Sud dai proprietari delle piantagioni meridionali, ma che nel Nord anche banche, assicurazioni, commercianti e armatori erano coinvolti nella tratta degli schiavi.
GERALD HORNE: Beh, Juan, come ben sai, New York City era una cittadella della tratta degli schiavi africani, anche dopo l’abolizione formale del ruolo americano nella tratta del 1808. Il Rhode Island era anche un centro della tratta. Idem per il Massachusetts. Parte dell’unità tra Nord e Sud era che era nel Nord si avevano i finanziamenti per la tratta degli schiavi africani, e nel Sud dove venivano depositati gli africani. Ciò mina, in una certa misura, l’idea molto semplice che il Nord fosse abolizionista e che il Sud fosse a favore della schiavitù.

AMY GOODMAN : Allora, Gerald Horne, cosa l’ha sorpresa di più nelle ricerche su Cuba, la schiavitù degli Stati Uniti e Jim Crow?
GERALD HORNE: Bene, ciò che mi ha sorpreso di più fu tranquillità e la ribellione degli africani coinvolti. È noto che gli africani nei Caraibi erano molto coinvolti in vari piani di sterminio, piani di liquidazione, cercando di abolire, attraverso la forza delle armi e la violenza, l’istituzione della schiavitù. Sfortunatamente, penso che gli storici nordamericani abbiano teso a minimizzare l’irrequietezza degli africani, e penso che fecero un danno ai discendenti della popolazione degli africani schiavizzati sulla terraferma. Cioè, poiché la irrequietezza degli africani negli Stati Uniti fu minimizzata, oggi molti afroamericani sono portati a pensare che i loro antenati furono imbrogliati, vale a dire che combatterono: A, a fianco degli schiavisti per dare più libertà ai proprietari di schiavi e più persecuzioni a se stessi; , B, che erano inerti, cioè, rimasero in disparte mentre il loro destino veniva deciso. Penso che questi libri cerchino di confutare tali nozioni errate.

AMY GOODMAN: Quindi, mentre si avvicina nel fine settimana il Giorno dell’Indipendenza, cosa direbbe alla gente degli Stati Uniti?
GERALD HORNE: Dico che hi dimostrato di poter essere molto critico nei confronti di ciò che riteene siano processi rivoluzionari. Vi sono numerosdi studiosi e intellettuali che si guadagnano da vivere criticando la Rivoluzione cubana del 1959, o la Rivoluzione russa del 1917, o la Rivoluzione francese del 18° secolo, ma che ci sia comunque l’impressione che ciò che successe nel 1776 fu del tutto positivo, cosa piuttosto inverosimile, dato quello che vi ho appena indicato, di come la popolazione africana asservita vide peggiorare la situazione nel 1776, per non parlare della conseguente liquidazione delle politiche indipendenti dei nativi americani nel 1776. Penso che ci sia bisogno di una presentazione equilibrata della fondazione degli Stati Uniti d’America,e penso che non ci sia momento prossimo per iniziare che la prossima settimana col 4 luglio 2014.

AMY GOODMAN: Beh, Gerald Horne, voglio ringraziarti molto per essere stato con noi. Lo storico Gerald Horne è autore di due nuovi libri: The Counter-Revolution del 1776: Slave Resistance and the Origins of the United States of America e Race to Revolution: The US and Cuba When Slavery and Jim Crow. È professore di storia e studi afroamericani all’Università di Houston.

Traduzione di Alessandro Lattanzio