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Il New York Times attacca la Russia per impedire la fine della guerra in Afghanistan

Mision Verdad, 1 luglio 2020

Il 27 giugno, il New York Times (NYT) pubblicò un articolo in cui si affermava che la Russia offriva ricompense ai taliban in Afghanistan per ogni attacco alle forze d’occupazione degli Stati Uniti e che a seguito di ciò, diversi militari statunitensi furono uccisi. Secondo il giornale, le informazioni raggiunsero il presidente Donald Trump a marzo dai servizi segreti statunitensi e persino la Casa Bianca considerò opzioni per una risposta ufficiale alle presunte azioni del Cremlino. L’articolo non dava prove o fonti affidabili per dimostrare la pretesa. Al contrario, sostenne che sarebbe trapelata da rappresentanti anonimi dell’intelligence degli Stati Uniti, basandosi solo su fonti anonime. Non è altro che un’operazione di propaganda per impedire agli Stati Uniti di lasciare l’Afghanistan e porre fine alla guerra. Apparentemente, le agenzie d’intelligence scoprirono il “patto” della Russia coi taliban sulla base di interrogatori di prigionieri. Nel testo, il NYT non spiegava come fu finanziata la presunta cospirazione. La storia non verificata del NYT fu replicata da Wall Street Journal, Washington Post, CNN, ed altri media del potere. L’attenzione si concentrò sul fatto che Trump sapesse dei presunti pagamenti della Russia ai taliban per “uccidere le truppe statunitensi” e del perché la Casa Bianca non avesse imposto ulteriori sanzioni a Mosca per punirla. È prassi ricorrente. Altre volte, l’apparato mediatico occidentale convalidò e promosso false storie coll’obiettivo di promuovere gli scopi dei loro padroni in diversi punti geografici, incoraggiando guerre, colpi di Stato e cambi di regime. In questo caso, la storia rientra nell’isteria anti-russa che democratici e repubblicani avevano scatenato, tra l’altro, per colpire più duramente le possibilità della rielezione del capo della Casa Bianca e il suo piano per rimuovere truppe dall’Afghanistan. La portavoce Nancy Pelosi e il candidato Joe Biden attaccavano Trump come non abbastanza belluino. Biden, ad esempio, affermò che “non ha sanzionato né imposto alcun tipo di conseguenze alla Russia per tale atroce violazione del diritto internazionale”.

Risposte al rapporto
In una dichiarazione, i taliban misero in dubbio la pubblicazione del NYT, sostenendo che informazioni inesatte furono diffuse per creare inconvenienti al ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan. “Tale apparato rozzo illustra la scarsa capacità intellettuale dei propagandisti dell’intelligence nordamericana, che invece di inventare qualcosa di plausibile creano tali sciocchezze”, affermava il Ministero degli Esteri russo. L’amministrazione Trump smentì che presidente o vicepresidente sapessero del rapporto dell’agenzia di intelligence, denunciando la logica fondamentale dell'”articolo” del New York Times. Il Pentagono affermò di non avere “alcun fatto a supporto nel riconoscere come affidabili tali accuse contenute in fonti pubbliche”. Lo disse il portavoce ufficiale dell’istituzione Jonathan Hoffman.

Non è la Russia che finanzia i gruppi terroristici
Più che sabotare la candidatura di Trump, la campagna concordata tra i media internazionali si concentra sulla politica estera, cercando di sabotare qualsiasi dialogo che gli faccia perdere il dominio dei territori strategici agli Stati Uniti e, invece, rafforzare i Paesi del blocco emergente. Le agenzie militari e di intelligence statunitensi erano in procinto di colloqui assai instabili coi taliban in Afghanistan, mediati dai russi, dopo oltre 18 anni di conflitto voluto da Washington in Medio Oriente. A fine di febbraio fu firmato un accordo di pace a Doha, in Qatar, a cui parteciparono il rappresentante speciale degli Stati Uniti per l’Afghanistan Zalmay Khalilzad, il vicecapo dei taliban Abdul Ghani Baradar, il segretario del dipartimento di Stato Mike Pompeo, e l’inviato diplomatico russo in Afghanistan Zamir Kabulov. In base all’accordo, gli Stati Uniti devono ridurre le truppe nel paese entro 14 mesi. Non sorprende inoltre che la propaganda anti-russa del New York Times venisse alla ribalta quando le delegazioni di Russia e Stati Uniti ristabilivano i contatti per estendere il Trattato sulle armi offensive strategiche (START III), attualmente l’unico rispettato da entrambi le potenze militari, e che scade il 5 febbraio 2021.
Il tumulto con la Russia consente di estendere lo sguardo alla Siria, terreno in cui gli Stati Uniti hanno fallito miseramente. Richard Haas, presidente del Council on Foreign Relations, pensatoio molto influente negli Stati Uniti, lo dimstra in un tweet in cui inserisce il collegamento coll’articolo del NYT: “Una risposta proporzionata (da Washington) aumenterebbe i costi per la Russia della sua presenza militare in Ucraina e Siria e, usando sanzioni e cibernetica, sfidare Putin a casa”. La mossa dei democratici statunitensi, oltre ad essere tessuta su fondamenta mediocre, può essere sovvertita colpendo l’immagine in sostanza già screditata degli Stati Uniti. Approfondendo la storia, invece di racconti su cospirazioni russe coi terroristi, gli accordi tra le forze di sicurezza statunitensi e i taliban, la fornitura di armi ad essi e altri finanziamenti verrebbero alla luce. I democratici non sembrano notare tale dettaglio.

Traduzione di Alessandro Lattanzio