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Dialogo Shangri-La: Mattis, Armi ed Egemonia

Tony Cartalucci LDR 29 giugno 2018

Il Dialogo annuale Shangri-La dell’International Institute for Strategic Studies (IISS) riunisce diplomatici, ministri e rappresentanti di tutto il mondo per discutere sulla sicurezza asiatica. I ricercatori dei think tank occidentali, tra cui l’IISS stessa, hanno promosso il forum di quest’anno come opportunità per spacciare la strategia “indo-pacifica” ribattezzata da Washington e il continuo primato e “ordine internazionale basato sulle regole” degli Stati Uniti nella regione. La ricercatrice dell’IISS Lynn Kuok, nel suo pezzo, “Dialogo Shangri-La: il negoziato del panorama della sicurezza indo-pacifica”, tenterebbe anche di mutare la strategia statunitense in qualcosa di diverso dalla “sinofobia”. Tuttavia le osservazioni del segretario alla Difesa degli USA James Mattis al forum si sono aperte quasi immediatamente facendo riferimento alla Strategia nazionale di difesa del 2018 in cui la Cina è descritta come: “...un concorrente strategico che utilizza l’economia predatoria per intimidire i vicini mentre militarizza il Mar Cinese Meridionale”. Mattis avrebbe attinto molto dal documento NDS nelle sue osservazioni iniziali e ripetutamente nella seguente sessione di domande e risposte. Alla fine della sessione era abbondantemente chiaro che gli Stati Uniti cercavano di mantenere lo status quo, incluse le minacce alla sicurezza che gli Stati Uniti usano per giustificare la presenza militare nella regione ed armare i vari alleati, membri del trattato e altri partner da incontrare, per la gioia degli sponsor del Shangri-La Dialogue di quest’anno, come Boeing, Raytheon, Airbus, Lockheed Martin e BAE Systems.

Falco degli armamenti
Riferendosi ripetutamente a Cina e Mar Cinese Meridionale, così come a Corea democratica e Taiwan, Mattis dichiarava che parte della leadership statunitense nella regione indo-pacifica costruirebbe forze alleate militari, navali e di sicurezza, ed anche affermava che gli Stati Uniti cercano l’integrazione militare attraverso “promozione e vendita di materiale militare all’avanguardia ai partner della sicurezza”. Per dissipare ogni dubbio sul contesto dei commenti di Mattis, Bloomberg menzionava il forum, e lo sponsor Raytheon, nell’articolo, “Raytheon vede la domanda di missili Patriot come spinta all’export degli USA“, affermando: “A Singapore per il Dialogo Shangri-La, conferenza annuale sulla sicurezza asiatica che quest’anno include ministri della Difesa e capi militari di oltre 20 Paesi tra cui il segretario alla Difesa degli USA Jim Mattis, (John Harris, amministratore delegato di Raytheon International Inc.) ha detto ” lo scorso anno circa il 32% delle nostre vendite era internazionale e il 30% di esse nella regione Asia-Pacifico. Lo vediamo come mercato in crescita“. L’articolo osservava anche: “Harris ha dichiarato che parte di questa crescita proveniva dai clienti regionali emergenti e dalla fornitura di nuove funzionalità a vecchi clienti come Corea del Sud e Giappone, che continuano a perseguire capacità difensive anche se approvano gli sforzi di Trump per cercare un accordo affinché la Corea democratica rinuncia al suo arsenale nucleare”. L’articolo di Bloomberg evidenzia la relazione tra rischi per la sicurezza che gli USA coltivano intenzionalmente nella regione e i profitti dei produttori di armi statunitensi ed europei come Raytheon. Gli stessi Stati Uniti coltivano molte urgenti minacce alla sicurezza in Asia. Un esempio sono gli Stati Uniti che organizzano una causa alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare a nome delle Filippine contro la Cina sulle controversie nel Mar Cinese Meridionale. Nonostante gli sforzi per ritrarre la causa come “filippina”, era in realtà diretta non da avvocati delle Filippine, ma da un gruppo legale anglo-statunitense guidato da Paul S. Reichler dello studio legale di Boston Foley Hoag. La causa e la sentenza furono ripetutamente citate dagli Stati Uniti per giustificare le continue operazioni di “libertà di navigazione” nelle acque rivendicate dalla Cina. Contemporaneamente, gli Stati Uniti mantengono anche una significativa presenza militare nella penisola coreana, assicurando che le tensioni tra Corea democratica e Corea del Sud si prolunghino indefinitamente. L’aiuto degli Stati Uniti a Taiwan era un’altra fonte di contesa costante nella regione per decenni. La coltivazione delle tensioni nella regione assicura un flusso costante di profitti ai produttori di armi, ma il profitto di guerra è solo una parte dell’equazione. Mattis non solo promuoveva la formula per riempire le casse dei fabbricanti di armi, ma anche prescrive la continua egemonia degli Stati Uniti in Asia.

Falco dell’egemonia
Mentre Mattis si riferiva ripetutamente a concetti come autodeterminazione e sovranità nazionale in Asia, lo faceva solo per giustificare in modo obliquo le accuse statunitensi all’espansionismo cinese e l’ampia presenza militare USA in Asia Washington richiesta per contrastarlo. Oltre a ciò, Mattis avrebbe in effetti discusso i molti modi con cui gli Stati Uniti intendono minare autodeterminazione e sovranità nazionale delle nazioni della regione. La menzione dei piani statunitensi per rafforzare “lo stato di diritto, la società civile e una governance trasparente” si riferiva la massiccia e crescente rete di facciate finanziate dal governo degli Stati Uniti che operano in tutto il mondo, anche in Asia. Esse includono i fronti finanziati da National Endowment for Democracy (NED) e numerose sussidiarie, così come i media che si spacciano da notiziari indipendenti locali finanziate e dirette dal Broadcasting Board of Governors (BBG) presieduto dal segretario di Stato degli USA Mike Pompeo, Si tratta di una rete che opera in parallelo alle istituzioni di ogni nazione presa di mira, tra cui governo, tribunali, media, istruzione e beneficenza, con l’obiettivo di fare pressioni, cooptare e infine sostituirle con una rete amministrativa finanziata e diretta da Washington al servizio degli interessi degli Stati Uniti. Mattis fece anche un passo avanti sugli sforzi cinesi per offrire alla regione un’alternativa con l’iniziativa One Belt, One Road (OBOR). Mattis affermava che gli Stati Uniti riconoscono la necessità di maggiori investimenti, anche nelle infrastrutture, e che le istituzioni finanziarie e di sviluppo degli Stati Uniti lavorerebbero per fornire “soluzioni che non solo costruiscano prodotti tangibili ma trasferiscano esperienza e know-how statunitensi“, riecheggiando il tema dei progetti OBOR della Cina come dighe, reti ferroviarie ad alta velocità, centrali elettriche e strade che la Cina attualmente costruisce nazionalmente e nella regione. Mattis non ha mai approfondito cosa sarebbe uno qualsiasi di tali “prodotti tangibili” statunitensi. Si riferiva indirettamente all’OBOR come “promesse vuote e rinuncia alla sovranità economica“, forse nella speranza che chi l’ascoltava non ricordasse i tentativi del Fondo monetario internazionale di promuovere precisamente ciò in Asia alla fine degli anni ’90.
La “centralità” dell’ASEAN e la necessità del blocco geopolitico ed economico di “parlare con una sola voce”, furono più volte citate da Mattis. Ciò è probabilmente perché l’ASEAN non riusciva mai a produrre un sostegno unanime o significativo agli sforzi degli Stati Uniti su penisola coreana, Mar Cinese Meridionale e Stretto di Taiwan. Gli Stati Uniti hanno attivamente tentato di fare pressione sul blocco nel complesso e su ogni Stato aderente per sostenere gli interessi di Washington. E sottolineando le poche nazioni della regione disposte a servire gli interessi degli Stati Uniti, Mattis menzionava altri alleati del “Pacifico” trascinati nella regione indo-pacifica, Regno Unito, Francia e Canada. Forse alla fine delle dichiarazioni di apertura di Mattis, che il gioco ebbe il via, rivendicando: “Tra una generazione saremo giudicati dalla possibilità di integrare le potenze emergenti, aumentando la prosperità economica, mantenendo la cooperazione internazionale sulla base di norme concordate, proteggendo i diritti fondamentali delle nostre popolazioni ed evitando conflitti”. Integrazione delle potenze emergenti significa direttamente Cina e sua integrazione nell’ordine mondiale guidato dagli Stati Uniti. Questo non è semplicemente tratto dal NDS del 2018, è un programma decennale che gli interessi speciali degli Stati Uniti perseguono e articolano con documenti politici da anni.
Nel 1997, ad esempio, Robert Kagan in un pezzo intitolato “Ciò che la Cina sa che non facciamo: il caso di una nuova strategia del contenimento“, rivendicava esplicitamente: “L’attuale ordine mondiale serve ai bisogni di Stati Uniti ed alleati, che l’hanno costruito. Ed è poco adatto ai bisogni della dittatura cinese che cerca di mantenere il potere a casa e aumentare l’influenza all’estero. I leader cinesi si preoccupano dei vincoli che li riguardano e temono che debbano cambiare le regole del sistema internazionale prima che il sistema internazionale le modifichi”. Kagan menzionava la necessità di contenere la Cina ed integrarla nell’ordine mondiale guidato dagli Stati Uniti. Tuttavia, lo stesso Kagan faceva solo eco agli obiettivi politici degli Stati Uniti risalenti a prima, ai Pentagon Papers del dipartimento della Difesa degli Stati Uniti,pubblicati nel 1969. Tre citazioni importanti da questi documenti rivelano il modo appropriato di guardare il discorso di Mattis: “...la decisione di febbraio di bombardare il Vietnam del Nord e l’approvazione a luglio degli schieramenti Fase I hanno senso solo se sostengono la politica statunitense a lungo termine per contenere la Cina”. Affermava anche: “La Cina come la Germania nel 1917, come la Germania in Occidente e il Giappone in Oriente verso la fine degli anni ’30, e come l’Unione Sovietica nel 1947, incombe come una grande potenza minacciando di minare la nostra importanza ed efficacia nel mondo e, più lontano, ma più minaccioso, organizzare tutta l’Asia contro di noi”. E infine delineava l’immenso teatro regionale che gli Stati Uniti impegnavano contro la Cina al momento, affermando: “…ci sono tre fronti per lo sforzo a lungo termine per contenere la Cina (comprendendo che l’URSS “contiene” la Cina a nord e nord-ovest): a) il fronte Giappone-Corea; b) il fronte India-Pakistan; e c) il fronte dell’Asia sudorientale”. La strategia “Indo-Pacifico” di Mattis è semplicemente l’ultima iterazione di piani volti a “contenere la Cina”. Ogni fronte menzionato nei Pentagon Papers del 1969 fu parimenti menzionato da Mattis per circondare e contenere la Cina. L’osservazione di Mattis sull’integrazione delle potenze emergenti indica la visione finale di Washington sull’Asia, una in cui la Cina è subordinata all’ordine internazionale dominato dagli Stati Uniti. Mattis, come molti altri fecero prima, tentava di spacciare ciò che è a tutti gli effetti l’egemonia globale statunitense quale necessità cruciale per pace, libertà e prosperità globali.

Imperativo morale confuso dell’eccezionalismo americano
La versione di Mattis della storia statunitense-asiatica rivela la vera crisi di legittimità dei tentativi di Washington di mantenere un “ruolo di leadership” in una regione letteralmente lontana un oceano. Nel tentativo di ritrarre gli Stati Uniti quale alleato indispensabile per le nazioni dell’Asia, Mattis rivendicava: “...questa è un’America che se tornasse indietro di centinaia di anni, dal presidente Jefferson all’attuale, l’abbiamo visto come opportunità per il Pacifico e le sue nazioni. Il nostro primo trattato di amicizia fu con la Thailandia agli inizi del 1800. Per 200 anni siamo stati qui. Per 200 anni abbiamo visto l’ondata coloniale europea arrivare e poi ritirarsi. Abbiamo visto fascismo, imperialismo dilagare nella regione, e a un costo enorme per molti di noi in questa stanza e i nostri antenati furono respinti e sconfitti nel 1945. Abbiamo osservato il comunismo sovietico mentre cercava di entrare nella regione, e i nordici fermarsi e ritirarsi, così siamo qui. Abbiamo visto chi voleva dominare la regione venire e andarsene, e siamo rimasti con voi. Quindi non si tratta di una decisione al momento. Non si tratta di aree che potremmo trovare inusuali in questo momento, o che potremmo avere a che fare in modi insoliti, ma la linea di fondo è che abbiamo avuto alti e bassi, siamo stati con le nazioni e tutti lo riconoscono oggi, crediamo nelle nazioni libere, indipendenti e sovrane qui”. Eppure anche un rapido sguardo degli ultimi 200 anni di storia statunitense in Asia rivela esattamente il contrario. Gli Stati Uniti erano di fatto parte di quell’ondata coloniale europea che dilagò nella regione prima delle Guerre Mondiali. Gli Stati Uniti invasero, colonizzarono e repressero brutalmente il movimento indipendentista nelle Filippine nel 1899-1902. Le Filippine non ottennero l’indipendenza dagli Stati Uniti fino al 1946. Durante lo stesso periodo, gli Stati Uniti aiutarono le ambizioni coloniali europee, incluso l’uso delle truppe statunitensi per reprimere la rivolta dei Boxer in Cina. Subito dopo la Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti aiutarono la Francia nei tentativi di ristabilire il controllo sulla colonia indocinese, portando alla guerra del Vietnam degli Stati Uniti e a milioni di morti.
Le difficoltà che gli Stati Uniti incontrano ora in Asia, quando si comprende il vero ruolo degli USA nella regione, passato, presente e futuro, regione che cerca “libertà, indipendenza e sovranità” nell’utilizzare propri popoli e risorse per i propri interessi, liberi dagli interessi stranieri che tentano di sottrarre ricchezza e potere alla regione da secoli. Nonostante i tentativi degli Stati Uniti di raffigurarsi come cruciali per sicurezza, pace e prosperità asiatiche, è ampiamente noto che ne sono il maggiore ostacolo. I loro immensi potere ed influenza richiedono una transizione paziente ed “educata”, bilanciando gli USA in declino con una Cina che ascende, ma è comunque una transizione inevitabile. Agli Stati Uniti viene lasciata la scelta tra integrazione graduale nell’ordine mondiale multipolare emergente o adesione ostinata alla propria egemonia unipolare sbiadita. Mentre se da un lato si corre il rischio di essere percepiti deboli, dall’altro garantisce che gli USA dimostrino debolezza.

Tony Cartalucci, ricercatore e autore di geopolitica di Bangkok.

Traduzione di Alessandro Lattanzio