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L’invasione neo-ottomana è la peggiore minaccia ai Paesi arabi

al-Marsad, Internationalist 360°, 18 giugno 2020

Arif Ali Nayad, capo del movimento Ihya Libia (Libia Risorta), dichiarava in un’intervista ad al-Yum7 che l’iniziativa di Cairo per risolvere la crisi libica si è basata sul dialogo sociale libico e precedenti interazioni con le parti interessate per anni. Nayad affermava che si tratta di un’iniziativa libica per eccellenza, supportata dal Presidente Abdalfatah al-Sisi personalmente e dallo Stato egiziano. Anche confermava che il rapido sostegno espresso dalla maggior parte dei Paesi interessati all’iniziativa mostra chiaramente gli sforzi fatti nel forgiare l’iniziativa. “Questa invasione neo-ottomana è il pericolo peggiore per i Paesi arabi. Ne minaccia indipendenza, unità e sicurezza nazionale, e chiede quindi di attivare gli accordi di difesa congiunti integrati nel sistema legale della Lega degli Stati Arabi (LAS)”. Sull’interferenza turca in Libia, Nayad indicava che le mosse militari turche in Somalia, Qatar, Siria, Iraq e ora Libia, sono spinte dall’ideologia neo-ottomanista rianimata e teorizzata dai politici alla fine degli anni ’90 e che non è questione di un momento o decisione ad hoc. Il capo dell’Ihya Libia notava che gli interventi turchi sono gravi tentativi di penetrazione nel sistema di sicurezza arabo per consolidare avamposti militari turchi sotto forma di basi aeree, marittime e terrestri permanenti, che fungerebbero da forti e guarnigioni ottomane che assomigliano quelli schierati dal sultano Abdul Hamid ai tempi. Erdogan non si risparmia a dominare l’area geografica e a clonare l’impero ottomano con nuova veste. Affermava anche che “alcune voci negli Stati Uniti desiderano incoraggiare l’attenzione turco col pretesto che bilancia la presenza russa a favore del LNA. Ciò nonostante, commettono un grave errore perché esiste il rischio che la creazione di basi militari sia pericolosa per via dei gruppi terroristici che minacciano la sicurezza della regione e si fondano coi gruppi terroristici nel Sahel, Sahara, Somalia e altrove“.

Al Marsad pubblica l’intervista al dott. Arif Nayad di al-Yum7:
Al-Yum7: Cosa ne pensa dell’intervento militare turco in Libia e delle sue implicazioni per la sicurezza e la stabilità dei Paesi vicini?
Dott. Arif Ali Nayad: È chiaro che le mosse militari turche nella regione, in Somalia, Qatar, Siria, Iraq e ora Libia, sono parte dell’ideologia neo-ottomanista, che i teorici politici alla fine degli anni ’90 teorizzarono e pensaorno. Non è una decisione ad hoc o azione del momento. Gli interventi turchi sono gravi tentativi di penetrare nel sistema di sicurezza arabo e stabilire avamposti militari turchi sotto forma di basi aeree, marittime e terrestri permanenti, che servirebbero da fortificazioni e guarnigioni ottomane, a somiglianza di quelle schierate dal sultano Abdul Hamid al suo tempo per dominare la regione e clonare l’impero ottomano con una nuova veste. I nuovi palazzi di Erdogan, la Guardia reale e l’approccio ai Paesi arabi come se fossero giurisdizioni ottomane governate da Walis-cum-Miris (es. Esattori delle tasse), descrivono come impersoni il sultano Abdul Hamid incarnandone le stesse aspirazioni espansionistiche. Questa invasione neo-ottomana è il pericolo peggiore per i Paesi arabi. Ne minaccia indipendenza, unità e sicurezza nazionale e richiede quindi di attivare gli accordi di difesa congiunti integrati nel sistema legale della Lega degli Stati arabi (LAS).

Cosa si deve fare per impedire alla Turchia di creare un esercito per procura di fatto in Libia?
In primo luogo, i Paesi arabi sono consapevoli che l’invasione turca della Libia è un’invasione contro tutti essi. Se consentiremo alla Turchia di avere basi militari in Libia, ciò avrà un impatto simile a quello del domino causando il collasso di tutti, uno dopo l’altro, a partire dai Paesi confinanti con la Libia. Ciò è particolarmente vero perché l’esercito dei giannizzeri turchi ha addestrato decine di migliaia di terroristi turcomanni nei campi di al-Qaida e SIIL e di altri settori del terrorismo oscurantista. In secondo luogo, i Paesi arabi devono incontrarsi urgentemente e attivare gli accordi di difesa arabi congiunti, senza esitazioni o ritardi, poiché tali accordi non necessitano di altre approvazioni; furono originariamente conclusi per affrontare tale minaccia esistenziale alla nazione araba.

Pensa che il governo di accordo nazionale (GNA) introducendo i turchi renderà la Libia un’arena per conflitti internazionali?
Decisamente. Questo è successo nelle riunioni della NATO. Francia e Grecia avanzavano l’urgente necessità di affrontare l’invasione turca della Libia e l’impropria sua appartenenza alla NATO. La Russia è diventata importante nella questione per la sua forte presenza nella regione. Ciò predice che la Libia potrebbe soffrire il flagello di un conflitto armato internazionale che ricorda la rivalità Rommel-Montgomery durante la seconda guerra mondiale che, purtroppo, fu a spese dei civili libici.

Chi è responsabile della proliferazione degli estremisti e dell’invio di mercenari stranieri in Libia?
Erdogan ne è il responsabile. Ha usato gli stessi mostri col pretesto di al-Qaeda-Nusra e dello SIIL in Siria e Iraq, e ora li esporta in Libia apertamente e audacemente per divenire una forza di rapida intervento terroristico nel Nord Africa. Sono una minaccia per la Libia e i Paesi vicini, i paesi del Sahara-Sahel ed europei, che non sono così lontani.

Come vede l’iniziativa libica annunciata dal presidente egiziano a Cairo? Pensa che riuscirà?
La Dichiarazione di Cairo si basa sull’iniziativa del portavoce della Camera dei rappresentanti libica (HOR), cancelliere Aqila Salah, che originariamente derivava dal dialogo della comunità libica e dalle precedenti interazioni con le parti libiche interessate negli anni. Questo ne fa un’iniziativa libica per eccellenza. Ha anche il sostegno personale del Presidente Abdalfatah al-Sisi e delòa vicina sorella egiziana con la sua illustre diplomazia. Il rapido sostegno espresso dalla maggior parte dei Paesi interessati all’iniziativa mostra chiaramente gli sforzi fatti per crearla e il rispetto internazionale dell’Egitto. Ciò dimostra anche il lavoro calmo, instancabile e potente che la diplomazia egiziana ha svolto per mesi. Per queste ragioni, credo fermamente che l’iniziativa sia stata un successo sin dal primo momento e che continuerà, a Dio piacendo. Ho avuto l’onore di sostenerlo a livello mediatico e nei gruppi di comunità, come i Figli della Libia e il Movimento nazionale per la Libia, la cui presidenza integra gli sceicchi più importanti delle tribù libiche.

Chi può risolvere la crisi libica in questo momento critico?
Innanzitutto, la volontà del popolo libico è il fattore discriminante. La chiave per raggiungere la comprensione comune tra i libici è evitare arroganza, orgoglio e la gioia banale per vittorie transitorie. Dobbiamo capire che la Libia ha bisogno del dialogo e della soluzione politica, non della forza militare e dell’invincibilità. I saggi di Tripoli e Misurata sanno che il ritiro tattico dell’esercito nazionale libico (LNA) dall’ovest libico non va interpretato come sconfitta. Attacchi persistenti contro Sirte e al-Jufra comporteranno conseguenze disastrose e l’inversione dell’avanzata militare. Ciò può esporre Misurata e Tripoli a nuovi pericoli, soprattutto se Russia ed Egitto intervenissero militarmente. Pertanto, le parti non devono attraversare le attuali linee militari. Piuttosto, impegnarsi immediatamente in negoziati politici che portino ad elezioni presidenziali e parlamentari dirette, libere, eque e riconosciute a livello internazionale.

Come valuta la posizione dei Paesi confinanti con la Libia, in particolare Tunisia ed Algeria?
Tunisia ed Algeria sono vicine e fonte di solidarietà. Il sostegno dell’Algeria all’iniziativa di Cairo e la solenne accoglienza del cancelliere Aqila Salah, presidente del parlamento libico, sono rispettati e apprezzati. In Tunisia, il portavoce del Parlamento, che tiene per il Partito al-Nahdha dei Fratelli Musulmani, cerca di rovinare i legami tra i due popoli fratelli. Tuttavia, il popolo tunisino e i suoi cari membri del Parlamento (deputati) sono fortemente contrari ai tentativi della Fratellanza di coinvolgere la Tunisia nel sostegno all’invasione turca della Libia. Siamo fiduciosi nel popolo tunisino e chi suoi parlamentari fermeranno la temerarietà dei Fratelli musulmani.

Puoi parlarci dei crimini commessi dalle milizie del governo di accordo nazionale (GNA) contro i civili di Tarhuna e Tripoli?
Nel 2011, il Consiglio di sicurezza emise le raccomandazioni n. 1970 e 1973 che stabiliscono la necessità di “proteggere i civili” (R2P) in Libia. Sfortunatamente, i civili in Libia sono oggetto di uccisioni, bombardamenti, mine, abusi, torture, sfollamenti, fame e umiliazioni dal 2011. Indagini, processi, arbitrati e dialoghi indipendenti dovrebbero svolgersi in Libia sulla falsariga della Commissione per la verità e la riconciliazione in Sudafrica e Ruanda. Trattare equamente la vita, l’onore e il denaro di tutti i libici è indispensabile. Tutti i libici sono uguali e dignitosi. Chiunque violi umanità e dignità, a prescindere da passato, affiliazioni e parte in guerra, va punito. Tutte le fosse comuni devono essere studiate senza eccezioni o selettività. Questo vale per le tombe di Janat a Misurata e di Zuiya, Sirte, Tarouna, del Sud e molte altre. Dobbiamo indagare su tutti i casi di omicidio, abuso e tortura, i più recenti dei quali sono i crimini vergognosi che hanno colpito non solo i libici, ma anche i nostri fratelli ospiti in Libia.

Come valuta la posizione degli Stati Uniti alla luce della rivalità con la Russia sul coinvolgimento a sostegno dell’Esercito nazionale libico (LNA)?
Sfortunatamente, la politica di isolamento e ritiro praticata dagli Stati Uniti d’America negli ultimi quattro anni ha lasciato campo aperto favorevole per alcune potenze regionali, in particolare la Turchia. La Turchia ha colto l’occasione e violato l’equilibrio strategico e militare della sicurezza nella regione del Mediterraneo orientale e meridionale, che nessuno osava manomettere dalla seconda guerra mondiale. Alcune voci negli Stati Uniti possono incoraggiare il controllo turco col pretesto di bilanciare la presenza russa a favore dell’LNA. Ciò nonostante, commettono un grave errore perché esiste il rischio che la creazione di basi militari sia pericolosa per via dei gruppi terroristici che minacciano la sicurezza della regione e si fondono col resto dei gruppi terroristici nel Sahel, Sahara, Somalia e altrove.

L’influenza crescente delle milizie e dei militanti in Libia ha diminuito il ruolo delle tribù libiche?
Le tribù libiche sono il tessuto sociale del popolo libico, anche nelle grandi città. Pertanto, il loro ruolo non può essere ridotto a favore di nessuno. L’iniziativa lanciata dal cancelliere Aqila Salah, portavoce dell’HoR libico, all’inizio del Ramadan, si basa sulle norme sociali libiche e fornisce un ruolo importante ai capi delle tribù libiche. La Dichiarazione di Cairo rispetta il tessuto sociale libico. È la tribù libica veramente presente nei negoziati internazionali, è necessario istituire con urgenza i comitati di comunicazione internazionale sulla parte del dialogo sulla questione e sul futuro libico. Le tribù libiche ora hanno due gruppi principali che possono essere efficaci prontamente: l’incontro che avvenne a Bani Walid portò ai comitati preparatori denominati Forum delle Tribù e Città Libiche, e l’incontro che si svolse a Tarhuna e portò alla Presidenza del Consiglio supremo di sceicchi e notabili delle tribù libiche. Inoltre, il Movimento nazionale per la Libia è guidato da cinque dei principali sceicchi della Libia e può essere efficace.

Si attende che l’HoR libico riprenda presto le sessioni? Perché?
Aspetto che l’HoR riprende presto le sessioni, nonostante le pressioni e alletta,enti del GNA per dividerne i ranghi e formare un parlamento parallelo a Tripoli che segua gli ordini del GNA invece di esserne il controllore. Tuttavia, tali tentativi falliranno perché il mondo intero riconosce solo l’HoR di Tobruk e Bengasi e il suo attuale portavoce. Ho lavorato sul fronte diplomatico nelle ultime settimane per organizzare dozzine di incontri tra il Presidente, i ministri degli Esteri e gli ambasciatori di diversi Paesi e missioni, che hanno mostrato ampio sostegno internazionale all’HoR libico come unica autorità legislativa legittima in Libia e rappresentante della volontà del popolo libico.

Come vede il ruolo della missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL)? Chi è la persona più adatta a guidarla?
Le Nazioni Unite hanno accompagnato la Libia sin dall’indipendenza e l’UNSMIL ha compiuto compiti encomiabili. Un’altra caratteristica dell’iniziativa di Cairo è che non ha sostituito le pietre miliari raggiunte dall’UNSMIL, ma piuttosto era presente in tutti gli incontri di Parigi, Palermo, Abu Dhabi e Berlino. Pertanto, il ruolo principale negli sforzi su tutte le tracce politiche, economiche, di sicurezza e di altro tipo è dell’UNSMIL. A causa del poco tempo a disposizione e della sensibilità della situazione attuale, non penso che sia saggio cambiare il capo dell’UNSMIL, Stephanie Williams, ma c’è urgente bisogno di nominare, oltre alla signora Williams, personale speciale inviato del Segretario Generale delle Nazioni Unite. Dovrebbe essere un diplomatico veterano e saggio statista in grado di difendere gli interessi della Libia e dei suoi cittadini, negoziare con tutte le capitali attive in Libia, bilanciare e placare le rispettive paure e apprensioni.

Abbiamo avuto un’intervista importante nel 2017, durante cui annunciò la sua candidatura alla presidenza in Libia. Ha ancora intenzione di concorrere alle prime elezioni presidenziali?
Sono convinto che solo le elezioni presidenziali dirette, di cui il popolo libico fu privato durante la sua storia, possono unire la Libia e la sua leadership. Lo svolgimento delle elezioni presidenziali libiche fu ritardato dalla procrastinazione del Congresso nazionale generale (GNC) e quindi l’HoR le rinviò nonostante l’approvazione nella risoluzione n. 5 del 2014, che è ancora valida perché si tratta di una risoluzione approvata dalla stragrande maggioranza. Necessariamente seguito dalla procrastinazione dal Presidente del Consiglio presidenziale nonostante annunciasse il sostegno alle elezioni all’inizio del 2017. Non riuscì a nominare ll’Alta Commissione elettorale nazionale (HNEC). Quindi, le parti decisero di tenere le elezioni nel dicembre 2018 ai secondo l’accordo di Parigi poi procrastinato. Questi rinvii e ritardi portarono a guerre e conflitti che hanno distrutto la Libia e alle sofferenze che il cittadino subisce oggi. Pertanto, continuo a sostenere le elezioni presidenziali dirette, secondo la risoluzione n. 5 del 2014, le decisioni del comitato di febbraio che chiarirono separazione ed equilibrio dei poteri e la legge elettorale del 2014, sono la soluzione migliore ed efficace per la Libia. Sulla mia intenzione di candidarmi alla presidenza, il team dell’Istituto libico per gli studi avanzati (LIAS), incluso me stesso, non ha mai smesso di rinnovare il piano Ihya Libia. Rilanceremo la candidatura non appena saranno annunciate le elezioni presidenziali. La Libia merita un futuro stabile e prospero. Ha bisogno di una cultura della vita e del risveglio piuttosto che della morte e della guerra; ha bisogno del rilancio della cultura del servizio, del coraggio e dell’altruismo invece del saccheggio e dello sfruttamento; ha bisogno di una cultura della speranza invece di disperazione. Le campagne in corso di calunnia ed emarginazione non ci dissuaderanno mai dal concorrere alle imminenti elezioni presidenziali, parlamentari e comunali attraverso giovani donne e uomini che sostengono la visione di Ihya Libiya.

Traduzione di Alessandro Lattanzio