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75° anniversario della Grande Vittoria: responsabilità condivisa verso la storia e il nostro futuro

Vladimir Putin, Kremlin, 19 giugno 2020Sono trascorsi 75 anni dalla fine della Grande Guerra Patriottica. Diverse generazioni sono cresciute negli anni. La mappa politica del pianeta è cambiata. L’Unione Sovietica che rivendicò una vittoria epica e schiacciante sul nazismo e salvò il mondo intero è sparita. Inoltre, gli eventi di quella guerra sono diventati da tempo ricordo lontano, anche per i suoi protagonisti. Allora perché la Russia celebra il 9 maggio la maggiore festa? Perché la vita si ferma quasi il 22 giugno? E perché si sente un nodo alla gola? Di solito dicono che la guerra ha lasciato una profonda impronta nella storia di ogni famiglia. Dietro queste parole, ci sono i destini di milioni di persone, le loro sofferenze e dolore per le perdite. Dietro queste parole c’è anche orgoglio, verità e memoria. Per i miei genitori, la guerra significò la terribile prova dell’assedio di Leningrado, dove morì mio fratello di due anni, Vitja. Era il posto dove mia madre riuscì miracolosamente a sopravvivere. Mio padre, nonostante fosse esente dal servizio attivo, si offrì volontario per difendere la sua città natale. Prese la stessa decisione di milioni di cittadini sovietici. Combatté contro la testa di ponte di Nevskij Pjatachok e fu gravemente ferito. E più passano gli anni, più sento il bisogno di parlare coi miei genitori e conoscere meglio il periodo di guerra della loro vita. Ma non ho più l’opportunità di farlo. Questo è il motivo per cui faccio tesoro nel mio cuore delle conversazioni che ebbi con mio padre e mia madre su questo argomento, nonché della piccola emozione che mostrarono. Persone della mia età e credo sia importante che i nostri figli, nipoti e pronipoti, comprendano il tormento e le difficoltà che i loro avi dovettero sopportare. Devono capire come i loro avi riuscirono a perseverare e vincere. Da dove viene la loro forza di volontà pura e incessante che stupì e affascinò il mondo intero? Certo, difendevano le loro case, i loro figli, i loro cari e le loro famiglie. Tuttavia, ciò che condividevano era l’amore per la terra natale, la loro Patria. Quella sensazione profonda e intima si riflette pienamente nell’essenza stessa della nostra nazione ed è diventata uno dei fattori decisivi nella sua eroica, sacrificata lotta contro i nazisti. Le persone spesso si chiedono: cosa farebbe la generazione di oggi? Come agirebbe a una situazione di crisi? Vedo giovani dottori, infermiere, a volte neolaureati che vanno nella “zona rossa” per salvare vite umane. Vedo i nostri militari che combattono il terrorismo internazionale nel Caucaso settentrionale, combattendolo fino alla fine in Siria. Sono così giovani. Molti militari che facevano parte del leggendaria, immortale 6.ta Compagnia Paracadutisti avevano 19-20 anni. Ma tutti dimostrarono che meritavano di ereditare l’impresa dei guerrieri della nostra Patria che la difesero durante la Grande Guerra Patriottica. Questo è il motivo per cui sono fiducioso che una delle caratteristiche distintive dei popoli della Russia sia l’adempimento al dovere senza dispiacersi quando le circostanze lo richiedono. Valori come altruismo, patriottismo, amore per la casa, la famiglia e la Patria rimangono finora fondamentali e integrati nella società russa. Questi valori sono, in larga misura, la spina dorsale della sovranità del nostro Paese.
Oggi abbiamo nuove tradizioni create dal popolo, come il Reggimento Immortale. Questa è la marcia della memoria che simboleggia la nostra gratitudine, così come i legami vivi e di sangue tra le generazioni. Milioni di persone escono per le strade portando le fotografie dei parenti che difesero la Patria e sconfissero i nazisti. Ciò significa che le loro vite, prove e i sacrifici, così come la Vittoria che ci diedero non saranno mai dimenticate. Abbiamo la responsabilità del nostro passato e del nostro futuro di fare del nostro meglio per impedire che tali orribili tragedie si ripetano. Quindi, sono costretto a pubblicare un articolo sulla Seconda Guerra Mondiale e sulla Grande Guerra Patriottica. Ho discusso questa idea in diverse occasioni con leader mondiali che dimostrarono sostegno. Al vertice dei leader della CSI tenutosi alla fine dello scorso anno, eravamo tutti d’accordo su una cosa: è essenziale trasmettere alle generazioni future il ricordo del fatto che i nazisti furono sconfitti prima di tutto da tutto il popolo sovietico e che i rappresentanti di tutte le repubbliche dell’Unione Sovietica combatterono fianco a fianco in quella battaglia eroica, sia in prima linea che nelle retrovie. Durante quel summit, parlai anche con le controparti del difficile periodo prebellico. Quella conversazione suscitò scalpore in Europa e nel mondo. Significa che è davvero giunto il momento di rivisitare le lezioni del passato. Allo stesso tempo, ci furono molte esplosioni emotive, insicurezze mal mascherate e decise accuse a seguire. Agendo per abitudine, alcuni politici si affrettarono a sostenere che la Russia cercava di riscrivere la storia. Tuttavia, non riuscirono a confutare un singolo fatto o singolo argomento. È davvero difficile, se non impossibile, discutere coi documenti originali che, a proposito, possono essere trovati non solo in russo, ma anche negli archivi stranieri. Pertanto, è necessario esaminare ulteriormente le ragioni che causarono la guerra mondiale e riflettere sui suoi complicati eventi, tragedie e vittorie, nonché sulle lezioni, sia per il nostro Paese che per il mondo intero. E come ho detto, è fondamentale affidarsu esclusivamente su documenti d’archivio e prove contemporanee evitando qualsiasi speculazione ideologica o politicizzata. Vorrei ancora una volta ricordare un fatto ovvio. Le cause profonde della seconda guerra mondiale derivano principalmente dalle decisioni prese dopo la prima guerra mondiale. Il trattato di Versailles divenne il simbolo di grave ingiustizia per la Germania. Sostanzialmente implicava che il Paese dovesse essere derubato, costretto a pagare enormi riparazioni agli alleati occidentali che ne prosciugarono l’economia. Il maresciallo francese Ferdinand Foch, che fu comandante supremo alleato, diede una descrizione profetica di quel trattato: “Questa non è pace. È un armistizio di vent’anni”. Fu l’umiliazione nazionale che divenne terreno fertile per sentimenti radicali e di vendetta in Germania. I nazisti giocarono abilmente sulle emozioni della gente e costruirono una propaganda promettendo di liberare la Germania dal “retaggio di Versailles” e riportare il Paese al suo antico potere, spingendo essenzialmente il popolo tedesco in guerra. Paradossalmente, gli Stati occidentali, in particolare Regno Unito e Stati Uniti, vi contribuirono direttamente o indirettamente. Le loro imprese finanziarie e industriali attivamente investirono in fabbriche e impianti tedeschi che fabbricano prodotti militari. Inoltre, molti dell’aristocrazia e dell’establishment politico sostennero i movimenti radicali di estrema destra e nazionalisti che erano in ascesa in Germania e in Europa. L'”ordine mondiale di Versailles” causò numerose controversie implicite e conflitti aperti. Girarono sui confini dei nuovi Stati europei stabiliti casualmente dai vincitori nella prima guerra mondiale. Quella delimitazione dei confini fu quasi immediatamente seguita da controversie territoriali e rivendicazioni reciproche che si trasformarono in “bombe a tempo”. Uno dei maggiori risultati della prima guerra mondiale fu l’istituzione della Società delle Nazioni. C’erano grandi aspettative che quell’organizzazione internazionale garantisse pace duratura e sicurezza collettiva. Era un’idea progressiva che, se seguita in modo coerente, poteva effettivamente impedire che si ripetessero gli orrori della guerra globale. Tuttavia, la Società delle Nazioni dominata dalle potenze vittoriose di Francia e Regno Unito si dimostrò inefficace e fu appena sommersa da discussioni inutili. La Società delle Nazioni e il continente europeo in generale non ascoltarono i ripetuti appelli dell’Unione Sovietica a stabilire un sistema equo di sicurezza collettiva e firmare un patto dell’Europa orientale e un patto del Pacifico per impedire l’aggressione. Queste proposte furono ignorate. La Società delle Nazioni non riuscì ad impedire conflitti in varie parti del mondo, come l’attacco dell’Italia all’Etiopia, la guerra civile in Spagna, l’aggressione giapponese alla Cina e l’Anschluss dell’Austria. Inoltre, nel caso del tradimento di Monaco che, oltre a Hitler e Mussolini, coinvolse i capi britannici e francesi, la Cecoslovacchia fu smantellata con la piena approvazione della Società delle Nazioni. A tal proposito, vorrei sottolineare che, a differenza di molti altri capi europei del tempo, Stalin non si disonorò incontrandosi con Hitler che era noto tra le nazioni occidentali come un politico rispettabile e gradito ospite nelle capitali europee. Anche la Polonia fu dedita alla spartizione della Cecoslovacchia insieme alla Germania. Decisero insieme chi avrebbe ottenuto quali territori cecoslovacchi. Il 20 settembre 1938, l’ambasciatore polacco in Germania Józef Lipski riferì al ministro degli esteri della Polonia Józef Beck sulle seguenti assicurazioni fatte da Hitler: “…in caso di conflitto tra Polonia e Cecoslovacchia sui nostri interessi a Teschen, il Reich starebbe con la Polonia”. Il capo nazista persino sollecitò e avvisò che la Polonia iniziasse ad agire “solo dopo che i tedeschi occupavano i Sudeti”. La Polonia era consapevole che senza il supporto di Hitler, i suoi piani annessionisti erano destinati a fallire. A tal proposito, vorrei citare un resoconto della conversazione tra l’ambasciatore tedesco a Varsavia Hans-Adolf von Moltke e Józef Beck avvenuto il 1° ottobre 1938 e si concentrò sulle relazioni polacco-ceche e la posizione dell’Unione Sovietica in materia. Dice: “Beck ha espresso reale gratitudine per il trattamento leale accordato agli interessi polacchi alla conferenza di Monaco, nonché per la sincerità delle relazioni durante il conflitto ceco. Il governo e il pubblico [della Polonia] hanno pienamente apprezzato l’atteggiamento del Fuehrer e Cancelliere “. La spartizione della Cecoslovacchia fu brutale e cinica. Monaco distrusse persino le garanzie formali e fragili rimaste sul continente. Dimostrò che i mutui accordi erano privi di valore. Fu il tradimento di Monaco a fungere da “innesco” e rese inevitabile la grande guerra in Europa.
Oggi, i politici europei, e in particolare i capi polacchi, desiderano nascondere il tradimento di Monaco. Perché? Il fatto che una volta i loro Paesi infransero gli impegni e sostennero il tradimento di Monaco, con alcuni che persino parteciparono alla divisione della preda, non è l’unica ragione. Un altro è che è un po’ imbarazzante ricordare che durante quei drammatici giorni del 1938, l’Unione Sovietica fu l’unica a difendere la Cecoslovacchia. L’Unione Sovietica, conformemente agli obblighi internazionali, compresi gli accordi con Francia e Cecoslovacchia, cercò d’impedire che accadesse la tragedia. Nel frattempo, la Polonia, alla ricerca dei suoi interessi, fece di tutto per ostacolare l’istituzione di un sistema di sicurezza collettiva in Europa. Il ministro degli esteri polacco Józef Beck ne scrisse direttamente nella sua lettera del 19 settembre 1938 al suddetto ambasciatore Józef Lipski. prima dell’incontro con Hitler: “… l’anno scorso, il governo polacco ha respinto quattro volte la proposta di aderire all’Internazionale interferendo nella difesa della Cecoslovacchia”. La Gran Bretagna, così come la Francia, che all’epoca era il principale alleato di cechi e slovacchi, scelsero di ritirare le loro garanzie e abbandonare questo Paese dell’Europa orientale al suo destino. In tal modo, cercarono di dirigere l’attenzione dei nazisti verso est in modo che Germania ed Unione Sovietica si scontrassero inevitabilmente danneggiandosi a vicenda. Questa era l’essenza della politica occidentale di “pacificazione”, perseguita non solo verso il Terzo Reich, ma anche verso gli altri partecipi al cosiddetto Patto anti-Comintern, Italia fascista e Giappone militarista. In Estremo Oriente, tale politica culminò con la conclusione dell’accordo anglo-giapponese nell’estate 1939, che diede a Tokyo mano libera in Cina. Le principali potenze europee non erano disposte a riconoscere il pericolo mortale rappresentato dalla Germania e dai suoi alleati per il mondo intero. Speravano che rimanessero fuori dalla guerra.
Il tradimento di Monaco dimostrò all’Unione Sovietica che i Paesi occidentali avrebbero affrontato le questioni di sicurezza senza tener conto dei suoi interessi. In effetti, avrebbero persino creato un fronte antisovietico, se necessario. Tuttavia, l’Unione Sovietica fece del suo meglio per sfruttare ogni possibilità per creare una coalizione anti-hitleriana. Nonostante, lo dirò di nuovo, il doppiogiochismo dei Paesi occidentali. Ad esempio, i servizi d’intelligence riferirono alla leadership sovietica informazioni dettagliate sui contatti dietro le quinte tra Gran Bretagna e Germania nell’estate 1939. L’importante è che quei contatti fossero abbastanza attivi e praticamente coincidessero coi negoziati tripartiti tra Francia, Gran Bretagna e d URSS, che furono invece deliberatamente protratte dai partner occidentali. A tal proposito, citerò un documento dagli archivi inglesi. Contiene istruzioni per la missione militare britannica che arrivò a Mosca nell’agosto 1939. Affermava direttamente che la delegazione avrebbe dovuto proseguire i negoziati molto lentamente, e che il governo del Regno Unito non era pronto ad assumere alcun obbligo, precisato in dettaglio, e limitando la libertà di azione in qualsiasi circostanza. Noto anche che, a differenza delle delegazioni britannica e francese, la delegazione sovietica era guidata dai vertici dell’Armata Rossa, che avevano l’autorità necessaria per “firmare una convenzione militare sull’organizzazione della difesa di Inghilterra, Francia e URSS contro l’aggressione all’Europa”. La Polonia giocò il suo ruolo nel fallimento di quei negoziati in quanto non voleva alcun obbligo nei confronti dei sovietici, Anche su pressione degli alleati occidentali, la leadership polacca ha respinto l’idea di un’azione congiunta coll’Armata Rossa per combattere la Wehrmacht. Fu solo quando vennero a conoscenza dell’arrivo di J. Ribbentrop a Mosca che J. Beck con riluttanza e non direttamente, ma attraverso diplomatici francesi, notificò ai sovietici: “… in caso di azione comune contro l’aggressione tedesca, cooperazione tra Polonia e Unione Sovietica, fatte salve le condizioni tecniche che vanno concordate, non è fuori discussione”. Allo stesso tempo, spiegò ai suoi colleghi: “… Ho accettato questa formulazione solo per motivi di tattica, e la nostra posizione centrale nei confronti dell’Unione Sovietica è definitiva e rimane invariata”. In tali circostanze, l’Unione Sovietica firmò il patto di non aggressione con la Germania. Fu praticamente l’ultimo dei Paesi europei a farlo. Inoltre, fu fatto di fronte allaa vera minaccia di guerra su due fronti: con la Germania a ovest e il Giappone a est, dove erano già in corso intensi combattimenti sul fiume Khalkhin Gol. Stalin e il suo entourage, infatti, meritano molte legittime accuse. Ricordiamo i crimini commessi dal regime contro il proprio popolo e l’orrore delle repressioni di massa. In altre parole, ci sono molte cose per cui i leader sovietici possono essere rimproverati, ma la scarsa comprensione della natura delle minacce esterne non ne è una di esse. Videro i tentativi di lasciare sola l’Unione Sovietica per trattare con la Germania e i suoi alleati. Tenendo presente tale vera minaccia, cercarono di guadagnare tempo prezioso e necessario per rafforzare le difese del Paese.
Al giorno d’oggi, sentiamo molte speculazioni e accuse contro la Russia moderna in relazione al patto di non aggressione firmato allora. Sì, la Russia è lo Stato successore legale dell’URSS e il periodo sovietico, coi suoi trionfi e tragedie, è parte inalienabile della nostra storia millenaria. Tuttavia, vorrei ricordare anche che l’Unione Sovietica diede una valutazione giuridica e morale del cosiddetto patto Molotov-Ribbentrop. Il Soviet Supremo nella risoluzione del 24 dicembre 1989 denunciò ufficialmente i protocolli segreti come “atto di potere personale” che non rifletteva in alcun modo “la volontà del popolo sovietico che non ebbe alcuna responsabilità su questa collusione”. Eppure altri Stati preferiscono dimenticare gli accordi che portano le firme dei nazisti e dei politici occidentali, per non parlare delle valutazioni legali o politiche di tale cooperazione, inclusa la silenziosa acquiescenza, o persino diretto partecipazione, di certi politici europei nei barbari piani nazisti. Basterà ricordare la cinica frase pronunciata dall’ambasciatore polacco in Germania J. Lipski durante la conversazione con Hitler del 20 settembre 1938: “… per risolvere il problema ebraico, noi [i polacchi] costruiremo in suo onore… uno splendido monumento a Varsavia”. Inoltre, non sappiamo se esistessero “protocolli” segreti o allegati agli accordi di vari Paesi coi nazisti. L’unica cosa che resta da fare è credergli. In particolare, i materiali relativi ai colloqui anglo-tedeschi segreti non sono ancora stati declassificati. Pertanto, esortiamo tutti gli Stati a intensificare il processo di pubblicazione dei loro archivi e dei documenti precedentemente sconosciuti di guerra e periodo prebellico, come la Russia ha fatto negli ultimi anni. In questo contesto, siamo pronti a un’ampia cooperazione e progetti di ricerca congiunti che coinvolgano gli storici.
Ma torniamo agli eventi immediatamente precedenti la seconda guerra mondiale. Era ingenuo credere che Hitler, una volta fatte con la Cecoslovacchia, non avrebbe fatto nuove rivendicazioni territoriali. Questa volta le affermazioni riguardavano l’ultimo complice nella spartizione della Cecoslovacchia, la Polonia. Qui, l’eredità di Versailles, in particolare il destino del cosiddetto corridoio di Danzica, fu ancora una volta utilizzata come pretesto. La colpa della tragedia subita dalla Polonia ricade interamente sulla leadership polacca, che impedì la formazione di un’alleanza militare tra Gran Bretagna, Francia e Unione Sovietica affidandosi all’aiuto dei partner occidentali, gettando la propria gente sotto il rullo compressore della macchina di distruzione di Hitler. L’offensiva tedesca fu montata in pieno accordo con la dottrina della guerra lampo. Nonostante la feroce, eroica resistenza dell’esercito polacco, l’8 settembre 1939, solo una settimana dopo lo scoppio della guerra, le truppe tedesche si avvicinarono a Varsavia. Il 17 settembre, i capi militari e politici della Polonia fuggirono in Romania, tradendo il loro popolo, che continuò a combattere contro gli invasori. La speranza della Polonia d’aiuto degli alleati occidentali fuvana. Dopo che fu dichiarata la guerra alla Germania, le truppe francesi avanzarono di poche decine di chilometri nel territorio tedesco. Tutto sembrò una mera dimostrazione di vigore. Inoltre, il Consiglio di guerra supremo anglo-francese, che tenne il suo primo incontro il 12 settembre 1939 nella città di Abbeville, decise di annullare completamente l’offensiva in vista dei rapidi sviluppi in Polonia. Fu allora che iniziò la famigerata Strana Guerra. Ciò che Gran Bretagna e Francia fecero fu un palese tradimento dei loro obblighi nei confronti della Polonia. In seguito, durante il processo di Norimberga, i generali tedeschi spiegarono il loro rapido successo in Oriente. L’ex-capo di Stato Maggiore dell’alto comando generale delle forze armate tedesche Alfred Jodl ammise: “… non abbiamo subito la sconfitta già nel 1939 solo perché circa 110 divisioni francesi e inglesi di stanza in occidente contro 23 divisioni tedesche, durante la nostra guerra con la Polonia, rimasero assolutamente inattive”. Ho chiesto il recupero dagli archivi dell’intero corpus dei materiali relativi ai contatti tra Unione Sovietica e Germania nei drammatici giorni di agosto e settembre 1939. Secondo i documenti, il paragrafo 2 del Protocollo segreto de patto di non-aggressione tedesco-sovietico del 23 agosto 1939 affermava che, in caso di riorganizzazione politico-territoriale dei distretti che compongono lo Stato polacco, il confine tra le sfere di interesse dei due Paesi avrebbe seguito “approssimativamente l fiumi Narew, Vistola e San”. In altre parole, la sfera d’influenza sovietica includeva non solo i territori che ospitavano principalmente la popolazione ucraina e bielorussa, ma anche le terre storicamente polacche sul Vistola e il Bug. Questo fatto è noto a pochi oggi. Allo stesso modo, pochi sanno che, subito dopo l’attacco alla Polonia, nei primi giorni di settembre 1939, Berlino fortemente e ripetutamente invitò Mosca a unirsi all’azione militare. Tuttavia, la leadership sovietica ignorò tali appelli e pensò di evitare di impegnarsi negli sviluppi drammatici il più a lungo possibile. Fu solo quando divenne assolutamente chiaro che Gran Bretagna e Francia non avrebbero aiutato il loro alleato e che la Wehrmacht poteva occupare rapidamente l’intera Polonia, e quindi affacciarsi su Minsk che l’Unione Sovietica decise di inviare, la mattina del 17 settembre unità dell’Armata Rossa ai cosiddetti confini orientali (Kresij), che oggi fanno parte dei territori di Bielorussia, Ucraina e Lituania. Ovviamente, non c’erano alternative. Altrimenti, l’URSS si sarebbe trovata ad affrontare seriamente gravi rischi perché, lo dirò di nuovo, il vecchio confine sovietico-polacco passava solo a poche decine di chilometri da Minsk. Il Paese sarebbe entrato nell’inevitabile guerra coi nazisti da posizioni strategiche molto svantaggiose, mentre milioni di persone di diverse nazionalità, tra cui gli ebrei che vivevano a Brest, Grodno, Przemy?l, Lvov e Wilno, sarebbero stati lasciati morire per mano dei nazisti e dei loro complici locali antisemiti e nazionalisti radicali. Il fatto che l’Unione Sovietica cercò di evitare di affrontare il conflitto in ascesa il più a lungo possibile e non fosse disposta a combattere al fianco della Germania fu il motivo per cui il vero contatto tra le truppe sovietiche e tedesche avvenne molto più ad est dei confini concordati nel protocollo segreto. Non sul fiume Vistola, ma più vicino alla cosiddetta Linea Curzon, che nel 1919 fu raccomandata dalla Triplice Intensa come confine orientale della Polonia. Come è noto, sentimenti congiunti difficilmente possono usarsi quando si parla di eventi passati. Dirò solo che, nel settembre 1939, la leadership sovietica ebbe l’opportunità di spostare i confini occidentali dell’URSS ancora più a ovest, fino a Varsavia, ma decise di non farlo. I tedeschi suggerirono di formalizzare il nuovo status quo. Il 28 settembre 1939 J. Ribbentrop e V. Molotov firmarono a Mosca il Trattato di confine e amicizia tra Germania e Unione Sovietica, nonché il protocollo segreto sul cambio del confine di Stato, secondo cui il confine era riconosciuto all delimitazione dei due eserciti in cui si trovavano di fatto. Nell’autunno 1939, l’Unione Sovietica, perseguendo gli obiettivi strategici militari e difensivi, iniziò il processo di adesione di Lettonia, Lituania ed Estonia. La loro adesione all’URSS fu attuata su base contrattuale, col consenso delle autorità elette. Ciò in linea col diritto internazionale e statale del tempo. Inoltre, nell’ottobre 1939, la città di Wilno e l’area circostante, che in precedenza fece parte della Polonia, furono restituite alla Lituania. Le repubbliche baltiche nell’URSS conservavano i loro governi, lingua e rappresentarono le entità del governo superiore dell’Unione Sovietica.
In quei mesi ci fu una lotta diplomatica e politico-militare invisibile e un lavoro di intelligence. Mosca capì che affrontava un nemico feroce e crudele e che una guerra segreta contro il nazismo c’era già. E non vi era motivo di prendere le dichiarazioni ufficiali e le note formali sul protocollo del tempo come prova di “amicizia” tra URSS e Germania. L’Unione Sovietica aveva contatti commerciali e tecnici attivi non solo con la Germania, ma anche con altri Paesi. Considerando che Hitler tentò ancora di attirare l’Unione Sovietica nello scontro della Germania col Regno Unito. Ma il governo sovietico rimase fermo. L’ultimo tentativo di convincere l’URSS ad agire insieme fu fatto da Hitler durante la visita di Molotov a Berlino nel novembre 1940. Ma Molotov seguì accuratamente le istruzioni di Stalin e si limitò a una discussione generale sull’idea tedesca che l’Unione Sovietica aderisse al Patto tripartito firmato da Germania, Italia e Giappone nel settembre 1940 e diretto contro Regno Unito e Stati Uniti. Non c’è da stupirsi che già il 17 novembre Molotov desse le seguenti istruzioni al rappresentante plenipotenziario sovietico a Londra Ivan Majskij: “Per vostra informazione… alcun accordo fu firmato o doveva essere firmato a Berlino. Ci siamo appena scambiati le nostre opinioni a Berlino… e questo era tutto… Apparentemente, i tedeschi e i giapponesi sembrano ansiosi di spingerci verso il Golfo e l’India .Abbiamo rifiutato di discutere questo argomento poiché riteniamo inappropriati tali consigli dalla Germania”. E il 25 novembre, la leadership sovietica rese chiare le cose presentando ufficialmente a Berlino condizioni inaccettabili ai nazisti, tra cui il ritiro delle truppe tedesche dalla Finlandia, il trattato di mutua assistenza tra Bulgaria e URSS e molto altro. Pertanto deliberatamente escluse qualsiasi possibilità di aderire al Patto. Tale posizione determinò definitivamente l’intenzione del Fuehrer di scatenare la guerra all’URSS. E già a dicembre, mettendo da parte gli avvertimenti degli strateghi sul disastroso pericolo di una guerra su due fronti, Hitler approvò l’operazione Barbarossa. Lo fece con la consapevolezza che l’Unione Sovietica fosse la forza maggiore che gli si opponeva in Europa e che l’imminente battaglia in Oriente avrebbe deciso l’esito della guerra mondiale. E non aveva dubbi su rapidità e successo della campagna su Mosca. E qui vorrei evidenziare quanto segue: i Paesi occidentali, infatti, concordarono al momento con le azioni sovietiche e riconobbero l’intenzione dell’Unione Sovietica di garantirsi la sicurezza nazionale. In effetti, il 1° ottobre 1939 Winston Churchill, Primo Lord dell’Ammiragliato allora, nel discorso alla radio disse: “La Russia ha perseguito una fredda politica di interesse nazionale… Ma che gli eserciti russi dovrebbero stare su questa linea [intendendo il nuovo confine occidentale] era chiaramente necessario per la sicurezza della Russia contro la minaccia nazista “. Il 4 ottobre 1939, parlando alla Camera dei Lord, il segretario agli Esteri britannico Lord Halifax disse: “… va ricordato che le azioni del il governo sovietico erano volte a spostare il confine essenzialmente sulla linea raccomandata alla Conferenza di Versailles da Lord Curzon… Cito solo fatti storici e credo che siano indiscutibili”. Il preminente politico e statista inglese David Lloyd George osservò: “Gli eserciti russi occuparono territori che non erano polacchi e che furono sequestrati con la forza dalla Polonia dopo la prima guerra mondiale… Sarebbe un atto di follia criminale mettere alla pari l’avanzata russa a quella tedesca”.
Nelle comunicazioni informali con il rappresentante plenipotenziario sovietico Ivan Majskij, politici e alto diplomatici inglesi parlarono ancora più apertamente. Il 17 ottobre 1939, il Sottosegretario di Stato agli Esteri RA Butler gli confidò che i circoli del governo britannico credevano che non ci sarebbe stata alcuna questione nel riprendersi l’Ucraina occidentale e la Bielorussia in Polonia. Secondo lui, se fosse stato possibile creare una Polonia etnica di dimensioni modeste con una garanzia non solo di URSS e Germania, ma anche di Gran Bretagna e Francia, il governo britannico si sarebbe ritenuto abbastanza soddisfatto. Il 27 ottobre 1939, il consigliere Neville Chamberlain, Horace Wilson, disse che la Polonia doveva essere ripristinata come Stato indipendente su base etnica, ma senza Ucraina occidentale e Bielorussia. Va notato che nel corso di queste conversazioni furono anche esplorate possibilità di migliorare le relazioni tra Regno Unito e Unione Sovietica. Questi contatti posero ampiamente le basi per la futura alleanza e coalizione anti-hitleriana. Winston Churchill si distinse tra politici responsabili e lungimiranti e, nonostante la sua famigerata antipatia per l’URSS, era già a favore della cooperazione coi sovietici. Nel maggio 1939, disse alla Camera dei Comuni: “Saremo in pericolo mortale se non riusciremo a creare una Grande Alleanza contro l’aggressione. La peggiore follia… sarebbe quella di … scacciare qualsiasi cooperazione naturale con la Russia sovietica… ” l’URSS, quindi non c’era motivo di relazioni tese o insoddisfacenti. Disse anche che il governo inglese era ansioso di sviluppare relazioni commerciali e disposto a discutere qualsiasi altra misura che potesse migliorare le relazioni.
La seconda guerra mondiale non scoppiò all’improvviso, né inaspettatamente. E l’aggressione tedesca alla Polonia non arrivò dal nulla. Fu il risultato di una serie di tendenze e fattori nella politica mondiale del tempo. Tutti gli eventi prebellici andarono formando una catena fatale. Ma senza dubbio i principali fattori che determinato la più grande tragedia nella storia dell’umanità furono l’egoismo di stato, la codardia, la pacificazione coll’aggressore che guadagnava forza e la riluttanza delle élite politiche a cercare compromessi. Pertanto, non è giusto affermare che la visita a Mosca del ministro degli Esteri nazista J. Ribbentrop fu la ragione principale dell’inizio della seconda guerra mondiale. Tutti i Paesi leader ne furono in una certa misura responsabili. Ognuno di essi commise errori fatali, credendo con arroganza di poter superare in astuzia gli altri, assicurarsi vantaggi unilaterali o evitare l’imminente catastrofe globale. E tale miopia, il rifiuto di creare un sistema di sicurezza collettiva costò milioni di vite e perdite tremende. Detto questo, non intendo assolutamente assumere il ruolo di giudice, accusare o assolvere qualcuno, per non parlare dell’avvio di un nuovo confronto internazionale sulle informazioni nel campo storico che potrebbe mettere Paesi e persone in disaccordo. Credo che siano gli accademici con ampia rappresentanza di rispettati studiosi provenienti da diversi Paesi che dovrebbero cercare una valutazione equilibrata di ciò che accadde. Tutti abbiamo bisogno della verità e dell’obiettività. Da parte mia, ho sempre incoraggiato i miei colleghi a costruire un dialogo calmo, aperto e basato sulla fiducia, per guardare al passato comune in modo autocritico e imparziale. Tale approccio consentirà di non ripetere gli errori commessi allora e di garantirsi uno sviluppo pacifico e di successo negli anni a venire. Tuttavia, molti nostri partner non sono ancora pronti al lavoro congiunto. Al contrario, perseguendo i loro obiettivi, aumentano numero e portata degli attacchi informativi contro il nostro Paese, cercando di farci chiedere scusa e sentirci in colpa. Adottano dichiarazioni completamente ipocrite e motivate politicamente. Pertanto, ad esempio, la risoluzione sull’importanza del ricordo europeo per il futuro dell’Europa, approvata dal Parlamento europeo il 19 settembre 2019, accusava direttamente l’URSS, insieme alla Germania nazista, di aver scatenato la seconda guerra mondiale. Inutile dire che non si fa menzione di Monaco. Credo che tali “scartoffie”, poiché non posso chiamare questa risoluzione documento, chiaramente inteso a provocare uno scandalo, sono piene di minacce reali e pericolose. In effetti, fu adottato da un’istituzione di tutto rispetto. E cosa dimostrava? Purtroppo, rivelava una politica deliberata volta a distruggere l’ordine mondiale del dopoguerra, la cui creazione fu questione di onore e responsabilità per i Paesi di cui alcuni rappresentanti votavano oggi a favore di tale ingannevole risoluzione. Pertanto, contestavano le conclusioni del Tribunale di Norimberga e gli sforzi della comunità internazionale vittoriosa per creare le istituzioni internazionali universali del 1945. Consentitemi di ricordare al riguardo che il processo d’integrazione europea che porta alla creazione di strutture pertinenti, come il Parlamento europeo, divenne possibile solo grazie agli insegnamenti tratti dal passato e alla accurata valutazione giuridica e politica. E chi mette deliberatamente in discussione questo consenso mina le basi dell’Europa postbellica. Oltre a rappresentare una minaccia ai principi fondamentali dell’ordine mondiale, ciò solleva anche alcune questioni morali ed etiche. Dissacrare e insultare la memoria è meschino. La meschinità può essere deliberata, ipocrita e piuttosto intenzionale come nella situazione delle dichiarazioni commemorative del 75° anniversario della fine della seconda guerra mondiale, che menziona tutti i partecipanti alla coalizione anti-Hitler ad eccezione dell’Unione Sovietica. La meschinità può essere codarda come nella situazione in cui i monumenti eretti in onore di chi combatté il nazismo vengono demoliti e tali vergognosi sono giustificati dai falsi slogan di lotta contro un’ideologia sgradita e presunta occupazione. La cattiveria può anche essere sanguinaria come nella situazione in cui chi combatte i neonazisti e i successori di Bandera viene ucciso e bruciato. Ancora una volta, la cattiveria può avere manifestazioni diverse, ma ciò non lo rende meno disgustosa.
Trascurare le lezioni della storia porta inevitabilmente a una dura vendetta. Sosterremo fermamente la verità sulla base di fatti storici documentati. Continueremo ad essere onesti e imparziali sugli eventi della seconda guerra mondiale. Ciò include un ampio progetto per istituire la più grande collezione russa di documenti d’archivio, materiale cinematografico e fotografico sulla storia della seconda guerra mondiale e sul periodo prebellico. Tale lavoro è già in corso. Molti materiali nuovi, scoperti di recente o declassificati furono usati anche nella preparazione di questo articolo. A tale proposito, posso affermare con piena responsabilità che non esistono documenti d’archivio che confermerebbero l’ipotesi che l’URSS intendesse avviare la guerra preventiva contro la Germania. La leadership militare sovietica seguì effettivamente una dottrina secondo cui, in caso di aggressione, l’Armata Rossa avrebbe prontamente affrontato il nemico, iniziando l’offensiva e facendo guerra sul territorio nemico. Tuttavia, tali piani strategici non implicavano alcuna intenzione di attaccare per primi la Germania. Naturalmente, gli storici hanno a disposizione documenti di pianificazione militare, lettere di istruzione del quartier generale sovietico e tedesco. Infine, conosciamo il vero corso degli eventi. Dal punto di vista di questa conoscenza, molti discutono di azioni, errori e giudizi errati della leadership militare e politica del Paese. A questo proposito, dirò una cosa: insieme a un enorme flusso di disinformazione di vario genere, i leader sovietici ricevettero informazioni vere sull’imminente aggressione nazista. E nei mesi prebellici, presero provvedimenti per migliorare la prontezza al combattimento del Paese, incluso il reclutamento segreto di una parte dei responsabili del servizio militare per l’addestramento militare e lo schieramento di unità e riserve dai distretti militari interni ai confini occidentali . La guerra non fu una sorpresa, il popolo se l’aspettava, preparandosi. Ma l’attacco nazista fu davvero senza precedenti per potenza distruttiva. Il 22 giugno 1941, l’Unione Sovietica affrontò l’esercito più forte, mobilitato e competente del mondo col potenziale industriale, economico e militare di quasi tutta l’Europa che lavorava per esso. Non solo la Wehrmacht, ma anche i satelliti dei tedeschi, contingenti militari di molti altri Stati del continente europeo, parteciparono a tale invasione mortale.
Le peggiori sconfitte militari del 1941 portarono il Paese sull’orlo della catastrofe. Il potere di combattimento e comando andavano ripristinati con mezzi estremi, mobilitazione nazionale e intensificazione di tutti gli sforzi dello Stato e del popolo. Nell’estate 1941, milioni di cittadini, centinaia di fabbriche e industrie iniziarono ad essere evacuati sotto il fuoco nemico nell’est del Paese. La produzione di armi e munizioni, che aveva iniziato ad essere fornita al fronte già nel primo inverno, fu lanciata dietro le linee nel più breve tempo possibile, e nel 1943, i tassi di produzione militare della Germania e dei suoi alleati furono superati. Entro diciotto mesi, il popolo sovietico fece qualcosa che sembrò impossibile. Sia in prima linea che in casa. È ancora difficile realizzare, capire e immaginare quali incredibili sforzi, coraggio, dedizione valsero questi grandi risultati. L’enorme potere della società sovietica, unito dal desiderio di proteggere la terra natale, si ribellò alla potente macchina dell’invasore nazista dal sangue freddo, potente e armata fino ai denti. Si oppose reagendo al nemico, che aveva spezzato, calpestato la vita pacifica, i piani e le speranze del popolo. Certo, paura, confusione e disperazione stavano prendendo il sopravvento su alcuni durante tale terribile e sanguinosa guerra. Ci furono tradimento e diserzione. Le dure divisioni causate dalla rivoluzione e guerra civile, da nichilismo, beffa della storia nazionale, tradizioni e fede che i bolscevichi cercarono di imporre, specialmente nei primi anni dall’ascesa al potere, tutto ciò ebbe un impatto. Ma l’atteggiamento generale dei cittadini sovietici e dei nostri compatrioti che si trovarono all’estero fu diverso: salvare e proteggere la Patria. Fu un impulso reale e irrefrenabile. Il popolo cercò supporto nei veri valori patriottici.
Gli “strateghi” nazisti erano convinti che un enorme Stato multinazionale potesse essere facilmente piegato. Pensavano che l’improvviso scoppio della guerra, la sua spietatezza e insopportabili difficoltà avrebbero inevitabilmente aggravato le relazioni interetniche. E che il Paese finisse fatto a pezzi. Hitler dichiarò chiaramente: “La nostra politica nei confronti dei popoli che vivono nella vastità della Russia dovrebbe essere quella di promuovere qualsiasi forma di disaccordo e divisione”. Ma fin dai primi giorni, era chiaro che il piano nazista fallì. La fortezza di Brest fu protetta fino all’ultima goccia di sangue dai suoi difensori che rappresentavano più di 30 etnie. Durante tutta la guerra, sia nelle battaglie decisive su larga scala sia nella protezione di ogni punto d’appoggio, ogni metro di terra natia, si videro esempi di tale unità. La regione del Volga e gli Urali, la Siberia e l’Estremo Oriente, le repubbliche dell’Asia centrale e della Transcaucasia divennero la dimora di milioni di sfollati. I loro residenti condivisero tutto ciò che avevano e fornivano tutto il supporto che poterono. L’amicizia dei popoli e l’aiuto reciproco divennero una fortezza indistruttibile per il nemico. L’Unione Sovietica e l’Armata Rossa, indipendentemente da ciò che qualcuno cerca di dimostrare oggi, diedero il contributo principale e cruciale alla sconfitta del nazismo. Questi erano eroi che combatterono fino alla fine circondati dal nemico a Bjalystok e Mogiljov, Uman e Kiev, Vjazma e Kharkov. Lanciarono attacchi vicino Mosca e Stalingrado, Sebastopoli e Odessa, Kursk e Smolensk. Liberarono Varsavia, Belgrado, Vienna e Praga. Assaltarono Koenigsberg e Berlino. Contendiamo la verità autentica, non verniciata o imbiancata sulla guerra. Questa verità umana, nazionale, dura, amara e spietata, ci fu tramandata da scrittori e poeti che attraversato il fuoco e l’inferno delle prove sul fronte. Per la mia generazione, così come per molti altri, le loro storie oneste e profonde, i romanzi, la penetrante prosa di trincea e le poesie lasciarono il segno nell’anima per sempre. Onorare i veterani che fecero tutto il possibile per la Vittoria e ricordare chi morì sul campo di battaglia è diventato il nostro dovere morale. E oggi, i semplici e grandi tratti nell’essenza del poema di Aleksandr Tvardovskij “Sono stato ucciso vicino a Rzhev…” dedicato ai partecipanti alla sanguinosa e brutale battaglia della Grande Guerra Patriottica al centro del fronte sovietico-tedesco, sono sorprendenti. Nelle battaglie per Rzhev e il suo Saliente dall’ottobre 1941 al marzo 1943, l’Armata Rossa perse 1342888 persone, inclusi feriti e dispersi in azione. Per la prima volta, indico queste cufre terribili, tragiche e tutt’altro che complete raccolte da fonti d’archivio. Lo faccio per onorare il ricordo dell’impresa di eroi noti e senza nome, che per varie ragioni furono immeritatamente e ingiustamente poco discussi o non menzionati negli anni del dopoguerra.
Vorrei citare un altro documento. Questo è un rapporto del febbraio 1945 sulla riparazione dalla Germania della Commissione Alleata per le riparazioni guidata da Ivan Majskij. Il compito della Commissione era definire una formula in base a cui la Germania sconfitta avrebbe dovuto pagare i danni subiti dalle potenze vincitrici. La Commissione concluse che “il numero di giorni per soldato trascorsi dalla Germania sul fronte sovietico è almeno 10 volte superiore a tutti gli altri fronti alleati. Il fronte sovietico doveva anche affrontare i quattro quinti dei carri armati tedeschi e i due terzi degli aerei tedeschi”. Nel complesso, l’URSS rappresentò il 75% degli sforzi militari intrapresi dalla coalizione anti-hitleriana. Nel periodo di guerra, l’Armata Rossa “sconfisse” 626 divisioni degli Stati dell’Asse, di cui 508 tedesche. Il 28 aprile 1942, Franklin D. Roosevelt disse nel suo discorso alla nazione nordamericana: “Queste forze russe hanno distrutto e distruggono più potenza armata dei nostri nemici, truppe, aerei, carri armati e cannoni, di tutte le altre Nazioni Unite messe insieme”. Winston Churchill nel suo messaggio a Josif Stalin del 27 settembre 1944, scrisse che “è l’esercito russo che ha sventrato la macchina militare tedesca…” Tale valutazione risuoò in tutto il mondo. Perché queste parole sono la grande verità, di cui nessuno dubitava allora. Quasi 27 milioni di cittadini sovietici persero la vita sui fronti, nelle carceri tedesche, morirono di fame e furono bombardati, morirono nei ghetti e nelle fornaci dei campi di sterminio nazisti. L’URSS perse uno su sette dei propri cittadini, il Regno Unito ne perse uno su 127 e gli Stati Uniti uno su 320. Sfortunatamente, questa cifra sulle perdite più gravi dell’Unione Sovietica non è esaustiva. Il lavoro scrupoloso dovrebbe essere continuato per recuperare nomi e sorti di tutti coloro che morirono: soldati dell’Armata Rossa, partigiani, combattenti clandestini, prigionieri di guerra e dei campi di concentramento e civili uccisi dagli squadroni della morte. È nostro dovere. Un ruolo speciale qui va ai membri del movimento di ricerca, alle associazioni militare-patriottiche e ai volontari di progetti come il database elettronico “Pamyjt Naroda” (Memoria del popolo), che contiene documenti d’archivio. E sicuramente è necessaria una stretta cooperazione internazionale in un compito umanitario così comune. Gli sforzi di tutti i Paesi e popoli che combatterono un nemico comune portarono alla vittoria. L’esercito inglese protesse la sua patria dall’invasione, combattè i nazisti e i loro satelliti nel Mediterraneo e Nord Africa. Le truppe nordamericane e britanniche liberarono l’Italia e aprirono il Secondo Fronte. Gli Stati Uniti compirono potenti e devastanti attacchi contro l’aggressore nell’Oceano Pacifico. Ricordiamo gli enormi sacrifici del popolo cinese e il suo grande ruolo nella sconfitta dei militaristi giapponesi. Non dimentichiamo i combattenti della Francia, che non si innamorarono della vergognosa capitolazione e continuarono a combattere contro i nazisti. Inoltre saremo sempre grati all’assistenza fornita dagli Alleati nel fornire all’Armata Rossa munizioni, materie prime, cibo e attrezzature. E quell’aiuto fu significativo. circa il 7 percento della produzione militare totale dell’Unione Sovietica.
Il nucleo della coalizione anti-hitleriana cominciò a prendere forma immediatamente dopo l’attacco all’Unione Sovietica, dove Stati Uniti e Gran Bretagna la sostennero incondizionatamente nella lotta alla Germania di Hitler. Alla Conferenza di Teheran del 1943, Stalin, Roosevelt e Churchill formarono un’alleanza di grandi potenze, accettarono di elaborare la diplomazia della coalizione e una strategia comune nella lotta contro la comune minaccia mortale. I leader dei Grandi Tre avevano una chiara comprensione del fatto che l’unificazione delle capacità industriali, delle risorse e militari di URSS, Stati Uniti e Regno Unito dava una supremazia incontrastata sul nemico. L’Unione Sovietica adempì pienamente ai suoi obblighi verso gli alleati e sempre offrì una mano. Pertanto, l’Armata Rossa sostenne lo sbarco delle truppe anglo-americane in Normandia effettuando la grande Operazione Bagration in Bielorussia. Nel gennaio 1945, dopo aver sfondato il fiume Oder, i nostri soldati posero fine all’ultima potente offensiva della Wehrmacht sul fronte occidentale, nelle Ardenne. Tre mesi dopo la vittoria sulla Germania, l’URSS, in piena conformità cogli accordi di Jalta, dichiarò guerra al Giappone e sconfisse l’Armata del Kwantung, che aveva un milione di soldati.
Nel luglio 1941, la leadership sovietica dichiarò che “lo scopo della guerra contro gli oppressori fascisti non era solo l’eliminazione della minaccia che incombeva sul nostro Paese, ma aiutava anche tutti i popoli d’Europa che soffrivano sotto il giogo del fascismo tedesco”. A metà 1944, il nemico fu espulso da tutto il territorio sovietico. Tuttavia, il nemico doveva essere finito nella sua tana. E così l’Armata Rossa iniziò la missione di liberazione dell’Europa. Salvò intere nazioni dalla distruzione e schiavitù e dall’orrore dell’Olocausto. Furono salvati al costo di centinaia di migliaia di vite di soldati sovietici. È anche importante non dimenticare l’enorme assistenza materiale fornita dall’URSS ai Paesi liberati per eliminare la minaccia della fame e ricostruirne economie ed infrastrutture. Ciò avveniva quando le ceneri si estendevano per migliaia di miglia da Brest a Mosca e al Volga. Ad esempio, nel maggio 1945, il governo austriaco chiese all’URSS di fornire assistenza alimentare, poiché “non aveva idea di come nutrire la popolazione nelle prossime sette settimane prima del nuovo raccolto”. Il cancelliere di Stato del governo provvisorio della Repubblica austriaca Karl Renner descrisse il consenso della leadership sovietica a inviare cibo come atto di isalviezza che gli austriaci non avrebbero mai dimenticato. Gli Alleati istituirono congiuntamente il Tribunale militare internazionale per punire i criminali nazisti politici e di guerra. Le sue decisioni contenevano una chiara qualificazione giuridica dei crimini contro l’umanità, come genocidio, pulizia etnica e religiosa, antisemitismo e xenofobia. Direttamente e senza ambiguità, il Tribunale di Norimberga anche condannò i complici dei nazisti, collaborazionisti di vario genere. Tale vergognoso fenomeno si è manifestato in tutti i Paesi europei. Figure come Pétain, Quisling, Vlasov, Bandera, i loro scagnozzi e seguaci, sebbene fossero travestiti da combattenti per l’indipendenza nazionale o per la libertà dal comunismo, furono traditori e macellai. In termini di disumanità, spesso superarono i loro padroni. Nel desiderio di servire, come parte di speciali gruppi punitivi, eseguirono volentieri gli ordini più disumani. Erano responsabili di eventi sanguinosi come la fucilazione di Babi Jar, il massacro di Volkhynja, l’eccidio di Khatyn, la distruzione degli ebrei di Lituania e Lettonia. Anche oggi la nostra posizione rimane invariata: non ci possono essere scuse per i criminali dei collaborazionisti, per loro non ci sono limiti. È quindi sconcertante che in alcuni Paesi chi salutò la cooperazione coi nazisti viene improvvisamente equiparato ai veterani della seconda guerra mondiale. Credo che sia inaccettabile equiparare i liberatori cogli occupanti. E posso solo considerare la glorificazione dei collaborazionisti come tradimento della memoria dei nostri padri e nonni. Un tradimento degli ideali che unirono i popoli nella lotta al nazismo.
Al tempo, i leader di URSS, Stati Uniti e Regno Unito affrontarono, senza esagerare, un compito storico. Stalin, Roosevelt e Churchill rappresentavano Paesi dalle diverse ideologie, aspirazioni statali, interessi, culture, ma dimostrarono grande volontà politica, andando oltre le contraddizioni e le preferenze e misero in primo piano i veri interessi della pace. Di conseguenza, poterono raggiungere un accordo e una soluzione di cui tutta l’umanità beneficiò. Le potenze vincitrici ci lasciarono un sistema che è la quintessenza della ricerca intellettuale e politica di diversi secoli. Una serie di conferenze, Teheran, Jalta, San Francisco e Potsdam, posr le basi di un mondo che per 75 anni non ebbe una guerra globale, nonostante le contraddizioni più acute. Il revisionismo storico, le cui manifestazioni osserviamo ora in occidente, principalmente sulla seconda guerra mondiale e il suo esito, è pericoloso perché distorce grossolanamente e cinicamente la comprensione dei principi dello sviluppo pacifico stabiliti dalle Conferenze di Jalta e San Francisco nel 1945. Il principale risultato storico di Jalta e di altre decisioni dell’epoca è l’accordo per creare un meccanismo che consenta alle potenze leader di rimanere nel quadro della diplomazia nel risolvere le differenze. Il ventesimo secolo portò a grandi conflitti globali e nel 1945 entrarono in scena anche le armi nucleari in grado di distruggere fisicamente la Terra. In altre parole, la risoluzione delle controversie con la forza era diventata pericolosa. E i vincitori della seconda guerra mondiale lo capirono. Capirono ed erano consapevoli della propria responsabilità nei confronti dell’umanità. Il valore cautelativo della Società delle Nazioni fu preso in considerazione nel 1945. La struttura del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite fu sviluppata in modo da rendere le garanzie di pace il più concrete ed efficaci possibili. È così che nacquero l’istituzione dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza e il diritto di veto come privilegio e responsabilità. Qual è il potere di veto nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite? Per dirla senza mezzi termini, è l’unica alternativa ragionevole a uno scontro diretto tra i principali Paesi. È la dichiarazione di una delle cinque potenze secondo cui una decisione è inaccettabile e contraria ai suoi interessi e alle sue idee sul giusto approccio. E altri Paesi, anche se non sono d’accordo, prendono questa posizione come dato di fatto, abbandonando ogni tentativo di realizzare sforzi unilaterali. Significa che in un modo o nell’altro è necessario cercare compromessi.
Un nuovo confronto globale iniziò quasi immediatamente dopo la fine della seconda guerra mondiale ed fu a volte molto feroce. E il fatto che la guerra fredda non sia divenuta terza guerra mondiale è chiara testimonianza dell’efficacia degli accordi conclusi dai Tre Grandi. Le regole di condotta concordate durante la creazione delle Nazioni Unite permisero di minimizzare ulteriormente i rischi e di tenere sotto controllo lo scontro. Naturalmente, possiamo vedere che il sistema delle Nazioni Unite attualmente vive una certa tensione nel lavoro e non è così efficace come potrebbe essere. Ma l’ONU svolge ancora la sua funzione principale. I principi del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sono un meccanismo unico per prevenire una grande guerra o un conflitto globale. Le richieste fatte abbastanza spesso negli ultimi anni per abolire il potere di veto, per negare opportunità speciali ai membri permanenti del Consiglio di Sicurezza sono in realtà irresponsabili. Dopotutto, se ciò accadesse, le Nazioni Unite diventerebbero in sostanza la Società delle Nazioni, una riunione per discorsi vuoti senza alcun effetto sui processi mondiali. Come è noto. Ecco perché le potenze vincitrici si avvicinarono alla formazione del nuovo sistema dell’ordine mondiale con la massima serietà cercando di evitare la ripetizione degli errori commessi dai predecessori. La creazione del moderno sistema di relazioni internazionali è uno dei maggiori risultati della seconda guerra mondiale. Anche le contraddizioni più insormontabili, geopolitiche, ideologiche, economiche, non impediscono di trovare forme di convivenza pacifica e interazione, se c’è il desiderio e la volontà di farlo. Oggi il mondo attraversa un periodo piuttosto turbolento. Tutto cambia, dall’equilibrio globale di potere e influenza ai fondamenti sociali, economici e tecnologici di società, nazioni e persino continenti. In epoche passate, cambiamenti di tale portata non sono quasi mai avvenuti senza importanti conflitti militari. Senza una lotta di potere per costruire una nuova gerarchia globale. Grazie a saggezza e lungimiranza delle figure politiche delle Potenze alleate, fu possibile creare un sistema che si modera nelle manifestazioni estreme di tale competizione oggettiva, storicamente inerente allo sviluppo mondiale. È nostro dovere, tutti coloro che si assumono la responsabilità politica e soprattutto i rappresentanti delle potenze vincitrici della seconda guerra mondiale, garantire che questo sistema sia mantenuto e migliorato. Oggi, come nel 1945, è importante dimostrare volontà politica e discutere insieme del futuro. I nostri colleghi, Xi Jinping, Macron, Trump e Johnson, hanno appoggiato l’iniziativa russa di tenere una riunione dei leader dei cinque Stati nucleari, membri permanenti del Consiglio di sicurezza. Li ringraziamo per questo e speriamo che tale incontro diretta avvenga il prima possibile.
Qual è la nostra visione dell’agenda per il prossimo vertice? Innanzitutto, a nostro avviso, sarebbe utile discutere i passi per sviluppare principi collettivi negli affari mondiali. Parlare francamente delle questioni relative al mantenimento della pace, al rafforzamento della sicurezza globale e regionale, al controllo strategico degli armamenti, agli sforzi congiunti nella lotta al terrorismo, all’estremismo e ad altre sfide e minacce importanti. Un punto speciale all’ordine del giorno della riunione è la situazione dell’economia globale. E soprattutto, superare la crisi economica causata dalla pandemia di coronavirus. I nostri Paesi adottano misure senza precedenti per proteggere la salute e la vita delle persone e sostenere i cittadini che si trovano in situazioni difficili. La nostra capacità di lavorare insieme e di concerto, come veri partner, mostrerà quanto sarà grave l’impatto della pandemia e quanto velocemente l’economia globale emergerà dalla recessione. Inoltre, è inaccettabile trasformare l’economia in strumento di pressione e confronto. Le questioni più comuni includono la protezione dell’ambiente e la lotta ai cambiamenti climatici, oltre a garantire la sicurezza dello spazio informativo globale. L’agenda proposta dalla Russia per il prossimo vertice dei Cinque è estremamente importante e rilevante sia per i nostri Paesi che per il mondo intero. E abbiamo idee e iniziative specifiche su tutti gli aspetti. Non vi è dubbio che il vertice di Russia, Cina, Francia, Stati Uniti e Regno Unito svolgerà un ruolo importante nel trovare risposte comuni a sfide e minacce moderne e dimostrerà impegno comune nello spirito di alleanza, per quegli alti ideali e valori umanistici per cui i nostri padri e nonni combatterono fianco a fianco.
Attingendo a una memoria storica condivisa, possiamo fidarci e dobbiamo farlo. Ciò servirà da solida base per negoziati riusciti e azioni concertate al fine di migliorare stabilità e sicurezza del pianeta, e per il bene della prosperità e del benessere di tutti gli stati. Senza esagerare, è nostro comune dovere e responsabilità verso il mondo intero, verso le generazioni presenti e future.Traduzione di Alessandro Lattanzio