La battaglia di Hudayda alla luce della “Teoria dei Cinque Mari” di Bashar al-Assad

Muna Alno-Naqal Reseau International 29 giugno 2018

Secondo Nasir Qandil, “Nel dicembre 2010 e col titolo “Bashar al-Assad, personalità araba dell’anno”, il quotidiano New Orient News nella versione francese, oggi purtroppo chiusa, parlava della Siria e del suo Presidente in questi termini: “Molti giornalisti arabi deplorano, dal 2009, l’assenza di qualsiasi ruolo arabo. Credono che il conflitto per il futuro della regione avvenga tra tre parti, forti e influenti: Turchia, Iran ed Israele. Questi giornalisti ignorarono consapevolmente il ruolo della Siria, anche se è essenziale per la creazione di partenariati regionali transfrontalieri e sebbene Damasco sia la terra principale dei movimenti di resistenza libanese e palestinese che ha svolto un ruolo decisivo nell’introdurre il nuovo equilibrio di potere degli ultimi anni. Questa tendenza a ignorare il ruolo della Siria è dovuta all’imbarazzo provato dai Paesi arabi che si muovono nell’orbita statunitense contro la forza del modello siriano, segnato da due costanti: indipendenza e realismo […]. La visione strategica e il feroce desiderio di indipendenza e liberazione caratterizzano la dinamica siriana, che riusciva nel 2010 a realizzare numerosi successi che culminarono in diversi anni di aspre lotte guidate da Bashar al-Assad. Così consolidava la partnership con Turchia e Iran, rafforzava le alleanze col gruppo dei Paesi indipendenti latinoamericani e sviluppava la teoria dei “Cinque mari”, con l’obiettivo degli interessi arabi. La sua visione è costruita sulla posizione geografica strategica della Siria, che può diventare il fulcro del trasporto di energia attraverso gas e oleodotti e reti commerciali, attraverso le ferrovie. Il 2010 fu quindi l’anno del Presidente Assad, poiché altri influenti Paesi arabi erano gravati dal danno causato dall’offensiva imperialista statunitense e delusi dallo stallo del “processo di pace” con Israele. Al contrario, è l’opzione della Resistenza, difesa da sempre dal presidente siriano, che ritorna sul palco…“[1].
Una “Resistenza” mai abbandonata negli ultimi sette anni e più di un’aggressione mortale, senza offesa per tutti i cavillatori che continuano a sostenere che quest’uomo uccide il proprio popolo ogni giorno dal marzo 2011. Bugie che non meritano nemmeno le smentite visto il palese appoggio della maggioranza del popolo siriano e del suo esercito di soldati di leva, che vola di vittoria in vittoria per ammissione dei peggiori nemici, sostenuto dai fedeli alleati russi, iraniani ed Hezbollah. Chiusa questa parentesi, ciò che interessa qui è la “Teoria dei Cinque Mari” annunciata nel 2004 e di cui, curiosamente, sono rari gli echi nella stampa araba e occidentale.

La “Teoria dei Cinque Mari” di Bashar al-Assad
Una teoria già menzionata da Nasir Qandil in un articolo del novembre 2017 sul punto di vista delle missioni affidate da Trump al futuro re saudita Muhamad bin Salman [2], ma su cui oggi ritorna con, dice, la volontà di rendere giustizia a un eccezionale stratega, oltre la resistenza alle avversità, la fede nel popolo e la lealtà verso i primi alleati. Che gli nega queste qualità è invitato a domandarsi sul numero dei “cosiddetti Paesi amici della Siria”, guidati dal governo francese, passati da più di cento Paesi nel 2012, a solo cinque Paesi nemici dichiarati del piccolo gruppo di Washington [3], nel 2018 (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Arabia Saudita, Giordania)?
In breve, Qandil spiega che Bashar al-Assad osservando che le guerre imperialiste degli Stati Uniti nella “regione”, Afghanistan e Iraq, e tutti i tentativi di sottomettere Iran e Siria, oltre all’aggressione israeliana al Libano nel luglio 2006, seguite da due guerre contro Gaza. hanno esaurito i mandanti sionisti-statunitensi e creato un vuoto strategico, diventa necessario “ridefinire il concetto di regione” come spazio geopolitico e non più come spazio strettamente geografico. Pertanto, l’area tradizionalmente definita “Medio Oriente” verrebbe inclusa nello spazio delimitato da cinque mari: Mar Caspio, Mar Nero, Mar Mediterraneo, Golfo Persico e Mar Rosso. Quindi, un nuovo spazio più grande riunito in un contesto regionale unitario: Russia, Turchia, Iran, Levante arabo (Iraq, Siria, Libano, Palestina, Giordania), Egitto, Paesi del Golfo, i Paesi delle coste africane ed europee. Un gruppo di Paesi cui il Presidente Bashar al-Assad ha chiesto cooperazione in una “organizzazione” di forze regionali, l’unica in grado di colmare il divario strategico, garantire sicurezza. stabilità e i migliori interessi economici e sociali di ciascuno Stato aderente, al di là delle differenze ideologiche o politiche; che sarà vantaggioso anche per i Paesi al di fuori di questo nuovo spazio geopolitico, specialmente gli Stati Uniti la cui preoccupazione principale era stabilità, libera circolazione di petrolio ed energia, libertà di commercio, ecc. E Qandil sottolinea che, a parte i Paesi arabi ed europei, è ora chiaro che questa visione del presidente siriano si materializza con l’accordo tripartito di Astana concluso tra tre principali Paesi di questa nuova regione: Russia, Iran e Turchia. Un accordo progettato proprio per colmare il vuoto strategico dovuto all’incapacità degli Stati Uniti di garantire stabilità e sicurezza regionali, necessari agli interessi di tutti.
Rivedendo gli Stati coinvolti nella guerra in Siria, Qandil osservava che:
La Turchia, membro della NATO, comprese che doveva impegnarsi nell’equazione regionale inversa a quella imposta dagli Stati Uniti;
Gli Stati Uniti, nonostante la supremazia globale, hanno scoperto che la Russia è la forza predominante a livello regionale perché è al centro di questa regione;
Il semplice fatto che i Paesi europei si oppongono agli Stati Uniti sulla questione nucleare iraniana, dimostra che cominciano a capire che Europa ed Iran appartengono a questo stesso spazio regionale, hanno interessi comuni e stessi timori;
Per i Paesi arabi, per tre quarti sfortunatamente guidati da governi completamente indifferenti a ciò che accade nella regione, arriverà il momento in cui dovranno piegarsi alla realtà.
In altre parole, questa visione del presidente siriano stabilisce che la regione del Medio Oriente non potrà subire stabilità e sicurezza finché Russia, Turchia, Iran, Paesi arabi ed europei non si riorganizzeranno nella stessa organizzazione, l’unica in grado di sconfiggere il terrorismo e assicurare il ritorno dei rifugiati nei Paesi di origine e, di conseguenza, di garantire la stabilità demografica dei popoli della regione tra i Cinque Mari, lo sviluppo economico e la sicurezza condivisa.

La battaglia di Hudaydah
La città portuale di al-Hudaydah è la finestra che dà all’Asse della Resistenza, in questo caso i combattenti di Ansarallah, accesso al Mar Rosso. Se la “coalizione saudita”, che pretende di reintegrare il governo illegittimo di Mansur Hadi, riuscisse a sconfiggere la Resistenza, farebbe pendere l’equilibrio a favore del campo degli aggressori nella regione tra i Cinque Mari; altrimenti sarebbe sconfitto non solo nello Yemen ma in tutta la regione. Anzi, per Qandil:
Il Mar Caspio è ora una zona di influenza russo-iraniana lungi da quella degli Stati Uniti;
Il Mar Nero è diventato un’area di influenza turco-russa;
Il Mar Mediterraneo rimane un’area di influenza condivisa col campo occidentale, anche se l’equilibrio va a favore della Russia, rafforzando la sua presenza nel Mar Nero;
Il Golfo arabo-persico è, come indica il nome, un’area di influenza condivisa tra Iran e i Paesi del Golfo, in altre parole, tra Iran e Stati Uniti;
Il che rende il Mar Rosso il fattore che può far pendere la bilancia da una parte o dall’altra, a seconda che la coalizione saudita vinca o perda la battaglia di al-Hudayda. Una battaglia che considera paragonabile a quella del Ghuta in Siria e che considera già perduta da sauditi e accoliti emiroti, israeliani, statunitensi, inglesi e francesi [4], anche se affermano il contrario. Una battaglia persa che ne ha rivelato i crimini e la disinformazione sui media, messo fine alle scadenze imposte dagli Stati Uniti per i negoziati sulla Siria, nella speranza di ribaltare la bilancia a favore degli alleati contro lo Yemen, accelerato l’avvio del summit tra Vladimir Putin e Donald Trump [5], data l’urgenza di salvare la faccia di sauditi ed Emirati ad Al-Hodeida, per non parlare dei clamorosi schiaffi in Iraq e Libano, mentre pensavano di poter continuare a manipolarli giocando sui risultati elettorali. Ma è arrivato il momento delle trattative tra i due campi. Il portavoce dell’Asse della Resistenza nella regione tra i Cinque Mari è Mosca. La battaglia vinta ad al-Hudaydah farà pendere l’equilibrio a suo favore contro il più estremista dei consiglieri di Donald Trump: Jonh Bolton, che avrà scoperto, o alla fine scoprirà, che la realtà non è mutevole in una guerra che non si può vincere.

Fonti:
60 minuti con Nasir Qandil” mostra l’11 e il 22 giugno 2018

Note:
[1] Tendenze d’Oriente #12
[2] Trump e le missioni affidate al futuro re saudita salmaniano
[3] Siria/Vienna 3: la futile strategia del quintetto di Washington
[4] The Guardian: Gran Bretagna, USA e Francia conducono la guerra allo Yemen
[5] Vladimir Putin incontrerà Donald Trump a Helsinki il 16 luglio

Nasir Qandil è un politico ed ex-deputato libanese, caporedattore del quotidiano “al-Binah“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Precedente Cosa vuole l'Unione Europea dal Venezuela? Successivo La Russia scaccia l'occidente dall'Africa