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Le divisioni, non la pandemia, lacerano “l’occidente”

Salman Rafi Sheikh, “New Eastern Outlook” 18.06.2020

Il fatto che la richiesta di Trump di un vertice G7 negli Stati Uniti a giugno venisse respinta dai Paesi membri del gruppo ha più sostanza di quanto non sembri, sebbene una delle principali ragioni apparenti del rifiuto fosse la pandemia. Se fosse stata solo la pandemia, Trump non avrebbe mai reagito estendendo l’invito alla Russia e persino a India e Corea del Sud. Un invito diretto alla Russia era inteso solo ad inviare un messaggio agli “alleati” europei e al Canada, Paesi estremamente stanchi delle relazioni coll’amministrazione Trump e presero provvedimenti per affermare una politica estera in modo più indipendente. Il rifiuto dell’invito di Trump è una potenziale continuazione della stessa affermazione. Anzi, la reazione di Trump rivela profonda frustrazione alla Casa Bianca per la crescente incapacità di guidare il mondo da sè. Che le divisioni, non la pandemia, lacerino “l’occidente” è evidente anche dal come Trump era uscito dal vertice G7 del 2018, definendo il capo canadese “debole e disonesto”. Già a marzo, il vertice ministeriale del G7 si concluse quasi in lite sulla categorizzazione del COVID-19, portando la riunione a concludersi nel disordine completo e senza dichiarazione comune. Mentre gli Stati Uniti volevano chiamare COVID-19 “virus Wuhan” per colpire specificamente la Cina e quindi estendere la guerra commerciale all’arena biologica, gli alleati europei e non degli Stati Uniti continuavano a chiamarlo COVID-19. Secondo quanto riferito dai diplomatici europei, “ciò che il dipartimento di Stato nordamericano suggeriva era una linea rossa. Non su può essere d’accordo con tale definizione di questo virus e cercare di comunicarlo”, proiettando deliberatamente la Cina come unica ragione della diffusione del virus. Il consenso europeo a chiamarlo “virus Wuhan” li avrebbe trascinati nelle relazioni travagliate degli Stati Uniti con la Cina, situazione che i Paesi membri, in particolare europei, cercavano di evitare non solo la Cina, ma anche l’Iran.
Le relazioni travagliate, in quanto tali, già influenzano negativamente altre aree dei legami USA-Europa. A seguito del rifiuto categorico della Germania di partecipare al vertice, la Casa Bianca chiese la riduzione sostanziale dei militari statunitensi in Germania. Ciò si ripercuoteva anche sulla lotta tra Stati Uniti e Germania per il persistente fallimento di quest’ultima nel soddisfare la soglia di spesa del 2% del PIL per la difesa, come raccomandato dalla NATO. Secondo i nuovi ordini, le truppe statunitensi in Germania saranno ridotte di 9500 da 34500 assegnate in modo permanente. Limiterebbe anche a 25000 le truppe nordamericane in Germania, ridimensionandole dall’attuale limite di 52000 truppe. La decisione fu presa insieme alla richiesta di Trump d’invitare la Russia a partecipare alla riunione del G7, definendo la presenza russa spettacolo di “buon senso”. Mentre l’invito di Trump fu criticato dai Paesi europei, anche per l’istituzione nordamericana, questo invito non aveva valore ed era destinato a schernire l’Europa; poiché, sulla strategia della difesa dell’amministrazione Trump, la Russia rimane “potenza malvagia” decisa a disfare il sistema mondiale controllato dagli Stati Uniti. Tale mossa, sebbene apparentemente riflettesse le tensioni tra Stati Uniti e Germania, porta all’ulteriore distanziamento tra Stati Uniti ed alleati europei e non. In altre parole, tale mossa non è solo destinata ad ampliare le lacune tra Stati Uniti e Germania, ma anche tra Stati Uniti ed altri alleati europei/NATO, che probabilmente vedranno in queste fasi una politica statunitense concertata per costringerli a spendere di più per la difesa e l’assunzione di responsabilità dirette: una direzione politica che inevitabilmente permetterà all’Europa di ridiventare potenza militare e a trasformare così il mondo in un sistema multipolare. La cancelliera tedesca Angela Merkel fu categorica quando affermò che “qualunque sia la forma della riunione G7, videoconferenza o qualunque altra cosa, certamente combatterò per il multilateralismo”.
La “lotta per il multilateralismo” è sicuramente radicata nella crescente assertività europea nei confronti delle relazioni con Russia e Cina. Mentre alcuni Paesi europei e il Canada subito respinsero l’invito di Trump alla Russia, resta il fatto che la Germania ancora procede col Nord Stream 2, progetto che gli Stati Uniti prendono di mira e che persino sanzionavano. Di fatto, Trump ampliava le sanzioni ar questo progetto, segnalando la continua ossessione degli Stati Uniti a non consentire che la Russia sia presente sul mercato europeo dell’energia. L’ironia di tale espansione risiede nel fatto che le nuove sanzioni furono proposte il giorno dopo che Trump inviava la Russia al vertice del G7.
Se è improbabile che la Russia partecipi al vertice nelle attuali circostanze, non c’è da dire che Russia e Cina vedono in tale disfacimento dell’occidente l’opportunità per espandere i legami coll’Europa e creare nuove relazioni che sfidano la tradizionale logica della “NATO” della necessaria ostilità. Mentre la Russia rafforza la presenza in Europa con l’approvvigionamento energetico, anche la Cina usa la situazione creata dal COVID-19 per rafforzare i legami coll’Europa. Nella telefonata con Macron, Xi chiese “contributi Cina-Francia” per vincere la battaglia globale contro la pandemia del COVID-19. Xi propose cose simili alla Germania nella conversazione con Angela nella prima settimana di giugno. C’è così poco da dire che le divisioni politiche nell'”occidente” lo fanno a pezzi su scala inedita, consentendo a Russia e Cina d’espandere direttamente la presenza in Europa in modo da lasciare agli Stati Uniti un scarno spazio di manovra.

Salman Rafi Sheikh, analista delle relazioni internazionali ed affari esteri e interni del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio