Cosa vuole l’Unione Europea dal Venezuela?

Mision Verdad

Le ultime sanzioni ad alti funzionari venezuelani dell’Unione Europea (UE) sollevano interrogativi sugli obiettivi nel paese. Dato che ha l’ambivalenza di accompagnare, in modo simbolico, le politiche più dure dell’amministrazione Trump, mentre i suoi portavoce assicurano di sostenere un possibile nuovo dialogo.

Sanzioni e dialogo
Il 25 giugno, il Consiglio dei ministri degli Esteri dell’UE decideva di sanzionare 11 alti funzionari del Venezuela per l’organizzazione delle ultime elezioni presidenziali. L’argomento usato dall’UE era che le elezioni non rispettavano “gli standard minimi di democrazia“, usando lo stesso argomento del Gruppo di Lima e degli USA. Tra gli alti funzionari, d’altra parte, si trovano l’attuale Vicepresidentessa esecutiva Delcy Rodríguez, il Vicepresidente per l’Area Economica Tarek al-Aissami, le rettrici della CNE Socorro Hernandez e Sandra Oblitas, il Comandante Generale dell’Esercito Jesús Suárez Chourio, il Ministro dell’Istruzione Elías Jaua ed il Protettore di Táchira e Capo dei CLAP Freddy Bernal. Secondo el Nuevo Herald, “a differenza di Canada, USA e Panama, gli europei sono riluttanti ad imporre sanzioni al presidente venezuelano, poiché sostengono do non rompere i ponti del dialogo e di poter lavorare verso una soluzione negoziata della crisi”. D’altra parte, il ministro degli Esteri spagnolo,Josep Borrell aveva detto che la decisione della UE di estendere le sanzioni al Venezuela non “esclude in ogni caso la volontà di dialogo“. Secondo lui, l’UE “andrà oltre nel dialogo e nella cooperazione per cercare soluzioni politiche al conflitto“, invece di farlo unicamente attraverso le sanzioni. Dichiarazioni di grande importanza se si tiene conto del fatto che la Spagna guida la politica europea nei confronti del Venezuela e dell’America Latina.

Interessi ed interrogativi
Sebbene tale dichiarazione abbia rilevanza, anche in questi giorni l’alta rappresentante dell’UE per gli Affari Esteri Federica Mogherini, sconfessava l’ex-premier spagnolo Jose Luis Rodriguez Zapatero, come rappresentante degli interessi europei in Venezuela di fronte ad una domanda degli europarlamentari di destra del cosiddetto “Vecchio Continente”. Nonostante ciò, è chiara la svolta dei Paesi europei verso l’appoggio al dialogo nel Paese; posizione rafforzatasi con l’arrivo di Pedro Sanchez alla presidenza della Spagna, molto meno belluino in politica estera verso il Venezuela, del precedente premier Mariano Rajoy, del Partito popolare. Ciò contrasta con le pesanti sanzioni applicate da USA e UE dopo le ultime presidenziali. Poiché, come afferma el Nuevo Herald, le misure coercitive dell’UE non accompagnano né in tono, né in aggressività, la politica più dura dell’amministrazione Trump. Ciò potrebbe essere dovuto alla promozione di un clima più stabile degli affari da parte delle compagnie petrolifere europee in Venezuela, come la francese Total, l’italiana ENI, l’olandese Shell e ovviamente la spagnola Repsol. Per farsi un’idea: Total afferma, nel suo portale, di essere uno dei “maggiori investitori in Venezuela”, ENI evidenzia i suoi progetti su petrolio e gas nel Paese, Shell ha firmato nel 2016 accordi di finanziamento con PDVSA per 2800 milioni di dollari, mentre Repsol sostiene di avere presenza in otto blocchi di produzione petrolifera nel Paese. Tutto questo apre l’interrogativo su ciò che, in ultima analisi, vuole l’UE dal Venezuela, mentre si osserva chiaramente non seguire ciecamente gli interessi degli USA. Soprattutto se si considera che, in risposta a tale domanda, si trova il margine di manovra internazionale del Venezuela nel promuovere un nuovo dialogo che ristabilisca la pacifica convivenza tra le diverse componenti politiche del Paese, un’opportunità affinché le società petrolifere europee, che in ultima istanza determinano la politica estera del blocco, continuino a sfruttare l’accesso al petrolio venezuelano a scapito dei concorrenti statunitensi.

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