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Come gli USA hanno aiutato la Russia a vincere la guerra del petrolio

Maksim Rubchenko, Stalker Zone, 13 giugno 2020

A giugno le raffinerie statunitensi riceveranno circa 9 milioni di barili di petrolio russo, il doppio rispetto marzo. RIA Novosti spiega perché gli Stati Uniti, anche di fronte all’eccesso sul mercato, non possono fare a meno delle forniture dalla Russia.

Registro degli acquisti
Secondo i siti Marinetraffic e Vesselfinder, dieci petroliere russe si avvicinavano alle coste nordamericane: 8 da Ust-Luga e 2 da Novorossijsk. Tutte della classe Aframax con a bordo 900000 barili. Pertanto, alla fine del mese, gli Stati Uniti riceveranno 9 milioni di barili di Urali, record in nove anni. Ricordiamo che le più grandi raffinerie nordamericane non possono operare sul petrolio leggero prodotto nel Texas occidentale e dai campi di scisto. Queste imprese sono progettate per alti gradi di zolfo, quindi il petrolio leggero va miscelato con petrolio pesante, in precedenza acquistato in Venezuela. Ma lo scorso gennaio Donald Trump impose sanzioni a Caracas. Di conseguenza, le esportazioni di petrolio venezuelano diminuirono del 32%, a 1,011 milioni di barili al giorno. La Cina acquisisce la maggior parte di questo volume e la prospettiva dell’arresto incombe sulle raffinerie di Golfo del Messico e costa orientale a causa della carenza di materie prime. Per evitare il disastro, i nordamericani passavano al nostro Urali. Lo scorso autunno, la Russia divenne seconda dopo il Canada ad esportare energia negli Stati Uniti, battendo Messico ed Arabia Saudita.

Da dove proviene è inaspettato
Gli esperti osservano che gli Stati Uniti approfittavano del calo ad aprile dei prezzi del petrolio, quando le quotazioni dell’Urali scese a 12 dollari al barile, aumentando drasticamente gli acquisti. Tuttavia, anche la Russia ne traeva beneficio. Dopo il fallimento del vertice dell’OPEC+ di marzo , l’Arabia Saudita decise di “punire Mosca per l’intransigenza”, riempiendo i mercati di petrolio a basso costo. Riyadh passò alla “politica della massima produzione”: il governo incaricò la Saudi Aramco ad aumentare le esportazioni di un terzo, da 9,7 a 12,3 milioni di barili al giorno. Allo stesso tempo, i sauditi inondarono il mercato europeo, cercando di minare la posizione della Russia: offrirono materie prime a 10,25, al di sotto delle quotazioni di borsa del Brent. Il risultato, oltre al crollo delle quotazioni petrolifere, fu il blocco delle strutture di stoccaggio del petrolio nel mondo. A fine marzo, i commercianti non riuscivano a trovare acquirenti di petrolio russo in Europa nemmeno a quei prezzi bassi. La prospettiva di sovracaricare le strutture di stoccaggio del petrolio e di chiudere pozzi divenne reale in Russia. Gli statunitensi aiutarono i nostri operai petroliferi a sopravvivere al periodo più acuto della guerra dei prezzi scatenata dai sauditi. Non fu necessario fermare i pozzi. Inoltre, grazie all’aumento della domanda a fine aprile, l’Urali nei mercati mondiali fu quotato a un prezzo superiore rispetto al Brent per la prima volta in molti anni.

Ovvio vincitore
Di conseguenza, la Russia emerse dalla guerra del petrolio con poche perdite. La cosa principale fu evitare la chiusura dei pozzi, mentre negli Stati Uniti, secondo Baker Hughes, il numero di piattaforme petrolifere operative dall’inizio dell’anno diminuì deil 70%: da 677 a 206 (al 5 giugno). Questo è il minimo dalla crisi globale del 2008-2009. Quanto ai sauditi, dovettero pagare l’alluvione con enormi perdite. “Viviamo una grave crisi mai vista nella storia moderna”, ammise Muhamad al-Jadan, ministro delle finanze del regno, a maggio. “I problemi nel mercato petrolifero portarono a una riduzione dei ricavi e tale pressione sulle finanze pubbliche che è difficile farvi fronte senza compromettere la macroeconomia a medio e lungo termine”. Il ministero delle finanze saudita lanciava il 1° giugno un programma per ottimizzare le finanze statali per quasi 30 miliardi di dollari. Annullarono la sussistenza ai poveri e triplicarono l’IVA dal 5% al 15%. Secondo gli esperti, a luglio la domanda di petrolio russo continuerà a crescere. In primo luogo, i partecipanti all’OPEC+ estesero le attuali restrizioni alla produzione fino ad agosto, che nella maggior parte dei Paesi riguarda principalmente il petrolio pesante dal minor valore. In secondo luogo, poiché la quarantena viene annullata, la domanda di diesel cresce più rapidamente della benzina. E da quello pesante si produce più gasolio. Nel frattempo, le quotazioni di Urali questa settimana superava i 42,4 dollari al barile raggiungendo l livello previsto dal budget federale quest’anno. Cioè, la Russia già recupera il tempo perso a causa della guerra del petrolio, a differenza dei principali concorrenti.

Traduzione di Alessandro Lattanzio