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La lotta per il potere tra Turchia ed Emirati Arabi Uniti

Salman Rafi Sheikh, New Eastern Outlook 08.06.2020Mentre il “mondo musulmano” contemporaneo continua a essere arbitrariamente definito dalla rivalità ideologica e politica saudita-iraniana, questo è ben lungi dall’essere l’unica linea di faglia esistente e modello geo-politico del “mondo intra-musulmano”. Esistono molteplici faglie, che vanno da puramente ideologiche e politiche a etniche, settarie e a ciò che è certamente mera rivalità tra Stati. Rivalità tra Stati, tuttavia, esistono non solo tra Stati apertamente rivali, come Iran e Arabia Saudia, ma anche tra Stati apertamente “amichevoli”, compresi Stati altrimenti ideologicamente compatibili. Alcuni casi potrebbero essere il blocco del Qatar sponsorizzato dai sauditi, o il modo in cui gli Emirati Arabi Uniti cambiano il gioco geopolitico a spese dei sauditi, alleati molto stretti nella lotta per il controllo dello Yemen. Una recente faglia emergeva come abbastanza profonda,. quella tra Emirati Arabi Uniti e Turchia, in mutua lotta quale potenziali concorrenti e rivali nel dominio del “mondo musulmano”. Questo spiega perché i due “Stati sunniti” adottavano opzioni politiche opposte in Libia e Siria. In Siria, la Turchia ha sempre cercato di “controllare” Assad in modo tale da trattare permanentemente il gruppo minoritario curdo. Le milizie curde, da quando gli Stati Uniti le hanno abbandonate, si sono gradualmente spostate verso Damasco nella speranza di una “migliore comprensione” con Assad, facendo così suonare ad Ankara l’allarme. Gli Emirati Arabi Uniti, d’altra parte, iniziavano di recente a rinnovare le relazioni con Damasco persino offrendo aiuti e denaro per contrastare la presenza militare della Turchia e combatterla in Siria per intaccarne il sostegno militare al GNA in Libia. In Libia, gli Emirati Arabi Uniti supportano le forze di Qalifa Haftar. In effetti, Turchia ed Emirati Arabi Uniti vogliono portare lo Stato nordafricano ricco di petrolio sotto controllo e averlo come porta per un’ulteriore espansione in Africa, continente che ha più popolazione musulmana degli altri continenti. In altre parole, Emirati Arabi Uniti e Turchia vedono i loro interessi in Libia fortemente collegati all’offerta di stabilire il dominio nel mondo musulmano.
Il 30 aprile, il Ministero degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti formalmente rilasciava una dichiarazione, accusando la Turchia di svolgere un “ruolo destabilizzante” in Libia col presunto dispiegamento di combattenti e traffico di armi. La dichiarazione si aveva nel ampio contesto del GNA, riconosciuto dall’ONU, sull’orlo del collasso pochi mesi fa, quando la Turchia formalmente concluse accordi con Tripoli per rafforzarne le posizioni contro le forze di Qalifa Haftar. In Libia, furono gli Emirati Arabi Uniti a introdurre droni armati nel conflitto. I droni Wing Loong II di fabbricazione cinese degli Emirati Arabi Uniti effettuarono attacchi aerei a sostegno del LNA. La Turchia rispose inviando i droni Bayraktar TB2 di fabbricazione nazionale al GNA, che prontamente li utilizzava per attaccare le posizioni del LNA. Prima di ciò, quando la Turchia decise alla fine dell’anno scorso d’inviare ruppe, le forze appoggiate dagli Emirati Arabi Uniti di Qalifa hanno lanciato attacchi aerei bombardando l’aeroporto della città costiera di Misrata, come avvertimento alla Turchia di non inviare truppe o ulteriori rifornimenti. Ma la Turchia, ovviamente, non è solo interessata a sostenere il GNA per buona volontà. A parte la competizione geopolitica e le ambizioni di dominio del mondo musulmano, l’intervento turco ha evidenti segni di economia politica. Allo stato attuale, la Turchia cerca con impazienza di acquisire diritti di perforazione nel Mar Mediterraneo e i passi compiuti in tale direzione già complicavano le relazioni della Libia con la Grecia, che ha rivendicazioni contrastanti.
Anche gli Emirati Arabi Uniti non sono solo interessati a respingere le forze che rappresentano “l’Islam politico”. Mirano inoltre a consolidare la propria presenza nel Mediterraneo e nel Mar Rosso. DP World, la loro compagnia portuale, vuole espandersi nel Mediterraneo orientale e nel Mar Rosso, quindi accedere ad Aden e Bengasi sarebbe una spinta per l’importante compagnia di Dubai. Ha già costruito e ottenuto il controllo dei porti militari e commerciali di Gibuti, Eritrea, Somaliland e Puntland, sostenendo quest’ultima e i siti logistici dell’Arabia Saudita nella guerra contro gli huti nello Yemen e dando alle petromonarchie un’influenza sproporzionata negli stati più deboli, in particolare Gibuti, che tentò, senza riuscirci, di abrogare il contratto di affitto portuale con DP World. Anche la Turchia ha costruito la propria rete di basi militari per stabilirsi in importanti luoghi strategici come il Corno d’Africa.
La competizione quindi non è solo ideologica o politica; ha forti radici nell’economia politica internazionale e va ben oltre la rivalità “sunnita-sciita”, messa in ombra da sauditi e iraniani. In effetti, molto di più accade nel “mondo sunnita” di quanto sembri. Se da un lato, le cattive politiche saudite, le guerre inutili e l’erosione finanziaria hanno permesso agli Emirati Arabi Uniti di relegarla a partner minore in Paesi come Libia e Siria e persino Yemen, ciò sembra aver incoraggiato la Turchia ad aumentare il raggio d’azione ben oltre i suoi confini. Allo stesso tempo, rivalità e concorrenza geograficamente crescenti peggiorano le cose a Paesi come la Libia, dove il conflitto si svolge effettivamente. Il coinvolgimento di troppi Paesi effettivamente trasforma piccoli e isolati conflitti, ad esempio in Africa, in “importanti competizioni per il potere”, quindi erodendo la prospettiva di risoluzione dei conflitti e il ritorno alla normalità.

Salman Rafi Sheikh, analista di relazioni internazionali e affari esteri e interni del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio