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L’anticomunismo è un fondamentalismo

Andre Vltchek, New Eastern Outlook 04.06.2020

150 anni fa, il 21 aprile 1870, nacque Vladimir Iljich Uljanov, alias Lenin. Secondo molti, fu il più grande rivoluzionario di tutti i tempi, un uomo che diede alla luce l’internazionalismo e l’antimperialismo. È tempo di “rivisitare il comunismo”. È anche tempo di porre alcune domande basilari ed essenziali: “Come è possibile che un sistema così logico, progressivo e superiore a quello che finora governa il mondo, non riuscì a rovesciare definitivamente il nichilismo e la brutalità del capitalismo, dell’imperialismo e del neo-colonialismo?”
Senza alcun dubbio, vengono raccontate molte cose orribili sul comunismo, specialmente se si vive in occidente o in uno dei Paesi completamente sotto controllo dei centri dell’anti-comunismo: Washington, Londra o Parigi. Si viene costretti a leggere, ancora e ancora, su “stalinismo”, massacro di piazza Tiananmen e genocidio dei Khmer rossi. Viene ancora e ancora servito un elaborato cocktail di mezze verità, vere e proprie invenzioni e interpretazioni contorte della storia del mondo. Le probabilità sono che non si è mai stati in Russia, Cina o Cambogia; né mai fatto ricerche serie. Viene detto che la Cambogia è il miglior esempio di comunismo selvaggio. Non ci si è mai reso conto che Pol Pot e i suoi estremisti khmer rossi furono pienamente supportati dagli Stati Uniti, e non dall’Unione Sovietica, e mai con insensatezza dalla Cina; che in realtà non furono mai realmente “comunisti” (feci una dettagliata ricerca nel Paese, e persino le guardie personali di Pol Pot mi dissero che non avevano idea del comunismo, e reagirono solo al mostruoso bombardamento a tappeto nordamericano della campagna cambogiana, e alla collaborazione della capitale coll’occidente). In quel periodo, la maggior parte delle persone morì a causa proprio del bombardamento a tappeto dei B-52 degli USAF e in seguito alla carestia. E la carestia arrivò dopo che milioni di contadini furono sfollati dalla ferocia dei bombardamenti e delle bombe inesplose lasciate nei campi di tutta la campagna. Non viene mai in mente che un sondaggio dopo l’altro, condotto in Russia, mostrano ancora che la maggior parte della gente rivorrebbe l’Unione Sovietica. E anche negli Stati ex-sovietici a maggioranza musulmana, tra cui Kirgizstan e Uzbekistan, l’enorme maggioranza delle persone che vi incontrai ricordava l’era dell’Unione Sovietica come periodo d’oro. E la cosiddetta occupazione sovietica dell’Afghanistan? Vi ho lavorato, filmato e scritto in tre occasioni e relativamente di recente. Indignati dall’occupazione occidentale del loro Paese, innumerevoli afghani mi raccontarono storie, illustrando il contrasto tra l’era socialista tollerante, progressista e ottimista e l’orrore di oggi, durante cui il loro Paese è precipitato nel fondo dell’Asia, secondo UNDP e OMS. Ho lavorato a Kabul, Jalalabad, Herat, Bagram; le stesse storie e la stessa nostalgia per insegnanti, infermiere, ingegneri sovietici. Inondati dall’implacabile propaganda occidentale, non si capisce mai veramente quanto sia popolare il Partito Comunista Cinese nel suo Paese e di come l’ideologia comunista sia sostenuta in Vietnam, Laos e Corea democratica. Se uno va nella più vicina libreria in Nord America, Europa o anche Hong Kong, per non parlare dell’Australia, è probabile che troverà tomi scritti da “dissidenti” anticomunisti, persone che godono di sovvenzioni occidentali, ricevendo innumerevoli premi in modo da poter spendere le loro energie per infangare il comunismo e glorificare la controrivoluzione. Scrittori come Svetlana Alexievich ricevette il premio Nobel per la letteratura,per aver sputato sulle tombe dei soldati sovietici che morirono in difesa del socialismo afghano. I film che uno può vedere sui canali commerciali, non saranno diversi dai libri cui sono spinti a leggere. L’anticomunismo in occidente e nelle sue colonie è un’industria straordinaria. È la più grande e continua campagna di propaganda nella storia del mondo. La sua metastasi si è diffusa anche nel Paesi comunisti e socialisti. Tutto ciò perché i Paesi occidentali, imperialisti, sanno perfettamente che il loro impero può sopravvivere solo se il comunismo collassa. È perché l’essenza stessa del comunismo è la lotta perpetua all’imperialismo. Slogan falsi ma molto efficaci, come dei bug, vengono impiantati nel cervello. Sono ripetuti costantemente, a volte centinaia di volte al giorno, senza nemmeno accorgersene: “Il comunismo è morto!” viene detto. “È obsoleto, noioso.” “La Cina non è più comunista”. “Il comunismo è grigio. La vita sotto il comunismo è controllata ed è monotona ”. “Le persone sotto il comunismo non hanno libertà”. Il contrario è la verità. Costruire, con fiducia ed entusiasmo, una società nuova e migliore, per il popolo, è decisamente più soddisfacente (e “più divertente”), che marcire nella costante agonia della paura: preoccuparsi di mutui, prestiti ed emergenze mediche. Competere cogli altri, calpestare gli altri e persino rovinare altri esseri umani. Vivere vite vuote, tristi, egoiste.
Assurdamente, paradossalmente, la propaganda occidentale accusa costantemente il comunismo di violenza. Ma il comunismo è il primo avversario del sistema più violento sulla Terra, il colonialismo/imperialismo occidentali. Centinaia di milioni di esseri umani sono già scomparsi di conseguenza nel corso dei secoli. Centinaia di culture avanzate furono rovinate. Interi continenti saccheggiati. Prima del comunismo sovietico, prima dell’URSS, non vi fu una vera e potente opposizione all’imperialismo occidentale. Il colonialismo e l’imperialismo erano dati per scontati; erano “l’ordine mondiale”. Unione Sovietica e Cina contribuirono a de-colonizzare il mondo. Cuba e Corea democratica, due Paesi comunisti, combatterono coraggiosamente e con successo e portarono l’indipendenza in Africa (cosa che l’occidente non ha mai dimenticato né perdonato). Ma lottare per la libertà e per la fine del colonialismo non è violenza; è difesa, resistenza e lotta per l’indipendenza. Di norma, il comunismo non attacca. Si difende e difende i Paesi brutalizzati. Nel mio lavoro futuro affronterò due “eccezioni”; spiegando due casi costantemente male interpretati dalla propaganda di destra: Ungheria e Cecoslovacchia. Ma torniamo alla cosiddetta “violenza comunista”. Il mio amico e compagno, il leggendario intellettuale e professore russo Aleksandr Buzgalin scrisse nel suo recente lavoro “Lenin: Theory as Practice, Practice as Creativity” (in occasione del 150° anniversario della nascita di Lenin): “C’è un principio all’opera qui: non è la rivoluzione socialista che provoca violenze di massa, ma la controrivoluzione borghese, che inizia quando il capitale si rende conto che perde proprietà e potere. In risposta alla vittoria generalmente pacifica e in molti casi legittima della sinistra, il capitale scatena violenza selvaggia e barbara. La sinistra deve quindi affrontare la questione se rispondere a tale violenza o meno. Se vai in guerra, da quel momento si applicano le leggi do guerra e centinaia di migliaia vengono mandati a morire, pianificate in anticipo, in modo che milioni siano vittoriosi. Questa è la logica della guerra. La rivoluzione fu portata a termine. Fu vittoriosa. In una prospettiva più ampia, i vincitori non erano tanto i bolscevichi quanto i sovietici, in cui la maggioranza sosteneva la posizione dei bolscevichi. La rivoluzione fu sostanzialmente pacifica, prevalendo quasi senza spargimenti di sangue. I combattimenti più violenti si verificarono a Mosca, dove le vittime furono alcune migliaia. Oltre a ciò, l’immagine era di una “processione trionfale del potere sovietico” (questa voce nei libri di testo sovietici non era un caso). Nell’inverno 1917-1918 il rapporto delle forze vide mezzo milione di membri della milizia operaia, la Guardia Rossa, contrapposti a poche decine di migliaia di membri della Guardia Bianca nel sud della Russia. Tutto tacque fin quando la controrivoluzione non ricevette ingenti somme di denaro dalla Triplice Alleanza (principalmente Germania) e dall’Intesa, e tali Paesi imperialisti lanciarono aggressioni al giovane potere sovietico”.
Questa è una brillante interpretazione di Aleksandr Buzgalin. Affrontai questo argomento in molte occasioni, ma mai in modo così coerente. E questo vale per innumerevoli esempi, in tutto il mondo, in cui l’occidente ha provocato e brutalmente antagonizzato i Paesi socialisti o comunisti, poi li accusò di crudeltà e infine li “liberò” in nome della libertà e della democrazia, violentando letteralmente la volontà del popolo. Tutto questo solo per far sopravvivere e prosperare l’imperialismo europeo e nordamericano. Ricordiamo solo alcuni esempi: l’Unione Sovietica, Indonesia 1965, Cile 1973, Bolivia 2019. Il più grande tentativo finora: deviare, destabilizzare e rovesciare il sistema cinese dall’enorme successo. Ma ci sono, ovviamente, innumerevoli altri esempi, in tutti gli angoli del globo.
Ron Unz, l’editore di The Unz Review, ha scritto nel suo articolo “American Pravda: Our Coronavirus Catastrophe as Bio-warfare Blowback?”, ricordando i suoi pensieri nel 1999, quando la Cina protestò per l’attacco della NATO all’ambasciata a Belgrado: “Ma quando pensai che il governo cinese ancora ostinatamente negava la realtà del massacro degli studenti che protestavano in piazza Tiananmen un decennio prima, conclusi che un comportamento irragionevole da parte dei funzionari della RPC era prevedibile… Almeno tali erano i miei pensieri su questo argomento più di due decenni fa. Ma negli anni che seguirono, la mia comprensione del mondo e di molti eventi cardine della storia moderna subì radicali trasformazioni che descrissi nella mia serie American Pravda. E alcune delle mie ipotesi degli anni ’90 erano tra queste. Consideriamo, ad esempio, il massacro di Piazza Tiananmen, che ogni 4 giugno evoca ancora un’ondata annuale di dure condanne tra notiziari e opinioni dei nostri quotidiani. Inizialmente non avevo mai dubitato di tali fatti, ma un anno o due fa mi capitò di imbattermi in un breve articolo del giornalista Jay Matthews intitolato “Il mito di Tiananmen” che completamente rovesciò questa realtà apparente. Secondo Matthews il famigerato massacro probabilmente non accadde mai, ma fu semplicemente un artefatto mediatico prodotto da giornalisti occidentali confusi e propaganda disonesta, convinzione errata rapidamente adottata dalla nostra trama mediatica standard, ripetuta all’infinito da così tanti giornalisti ignoranti che tutti alla fine credono che fosse vero. Invece, per quanto possibile, gli studenti che protestavano lasciarono pacificamente piazza Tiananmen, proprio come il governo cinese da sempre sostiene. In effetti, importanti quotidiani come New York Times e Washington Post occasionalmente riconobbero tali fatti negli anni, ma di solito seppellirono tali timide ammissioni così in fondo alle loro storie che pochi le notarono. Nel frattempo, la maggior parte dei media mainstream credeva a una chiara bufala. Lo stesso Matthews fu il capo ufficio a Pechino del Washington Post, coprendo personalmente le proteste all’epoca, e il suo articolo apparve sulla Columbia Journalism Review, la nostra sede più prestigiosa per le critiche mediatiche”.
Inoltre, ciò che i media mainstream occidentali descrissero come gruppo di “combattenti per la libertà” e “movimento a favore della democrazia”, aveva un numero considerevole di radicali nei ranghi, persino razzisti, che protestavano contro la presenza dei neri africani nei campus universitari cinesi. Chiesero il divieto di loro relazioni con le donne cinesi. Ed erano pienamente sostenuti e almeno parzialmente finanziati dall’occidente, semplicemente per il loro anticomunismo selvaggio, aggressivo, fondamentalista. Il governo cinese non vuole più nemmeno toccare tale argomento. Sa che, di fronte alla massiccia propaganda occidentale, non ne supererebbe la sua visione della storia; in breve, perderebbe la narrazione. Ora un balzo a 2019 e 2020. Hong Kong. Ancora una volta, ciò a cui assistiamo è un anticomunismo oltraggioso ed estremista. I manifestanti fascisti che marciano, distruggono proprietà pubblica e attaccano la polizia, tutti sotto bandiere statunitensi, inglesi e tedesche, acclamati dai mass media occidentali come “attivisti democratici”. Attaccano fisicamente i sostenitori di Pechino. Sono pagati e glorificati. Parlai con loro in molte occasioni. Erano completamente sottoposti a lavaggio del cervello. Non sanno nulla. Negano i crimini commessi dai colonialisti inglesi e statunitensi. Ammirano tutto ciò che è occidentale e disprezzano il loro Paese. In occidente fu detto di vederli come “rivoluzionari”. E li promuove come rivoluzionari, in tutto il mondo! Un altro gruppo scatenato contro la Cina comunista sono gli uiguri. Molte di costoro aderiscono ad organizzazioni terroristiche a Idlib, in Siria, Indonesia e altrove. O più precisamente, vi furono iniettati lì. La ragione? Per indurirli sui campi di battaglia, in modo che un giorno possano tornare in Cina e provare a spezzare il comunismo, così come la “Belt and Road Initiative” (BRI), il più gigantesco progetto internazionalista sulla Terra. Ne seguì le attività in Siria, Indonesia, Turchia e altrove. Scrissi ampiamente sulle atrocità che commisero. Ma la propaganda anticomunista è spesso troppo greve e “professionale”. Produce una “narrativa a prova di proiettile”. Descrive gli uiguri come vittime!
Chiedete a uomini e donne comuni sulle strade di Londra, Parigi o New York, cosa sanno dell’era di Stalin o delle carestie nei primi anni dell’URSS o nella Cina comunista? Il 99,99% non sa nulla. Dove ebbero luogo queste carestie o perché? Ma sono assolutamente certi che accaddero. Nessun dubbio. Non c’è dubbio che siano accaduti “a causa del comunismo”. Gli occidentali sono intellettualmente obbedienti, come pecore. Molti non mettono in discussione la propaganda scatenata dal loro regime. Sono davvero “liberi”? La carestia nell’Unione Sovietica ebbe luogo in realtà perché il giovane Paese rivoluzionario fu totalmente devastato dalle invasioni occidentali e giapponesi, che tentarono di spezzare e saccheggiare il Paese. Invasioni inglesi, francesi, statunitensi, ceche, polacche, tedesche, giapponesi, per citarne solo alcune. Ma chiedete, ad esempio ai cechi, quanto sanno della loro legione che controllava la ferrovia transiberiana dall’Europa a Vladivostok. Saccheggio, stupro e massacri. Provai. Chiesi a Praga e Plzen. Pensavano fossi un pazzo. La legione è ritratta come eroi nei loro libri di storia. Una narrativa a prova di proiettile. Non ci sono dubbi. E lo “stalinismo”? Questo autore intenzione di scrivere molto su questo argomento. Ma qui, in breve: che tipo di Paese davvero ereditò Stalin? Era un paese saccheggiato a fondo dagli invasori stranieri, devastato dalla guerra civile. Un paese in cui le forze controrivoluzionarie furono, fino a poco tempo fa, finanziate da Regno Unito, Francia, Stati Uniti e altri. Come risultato di tale brutale guerra civile scatenata dall’estero, bande criminali vagarono per le terre e nelle città. Fin dall’inizio, i comunisti russi volevano pace, fratellanza delle nazioni e sviluppo pacifico per il popolo. Nel 2017 scrissi nel mio libro “Grande rivoluzione socialista di ottobre. Impatto sul mondo e nascita dell’internazionalismo” : “I rivoluzionari volevano porre immediatamente fine a tutte le guerre. I soldati russi lasciarono le trincee e abbracciarono i nemici. “Siamo tutti fratelli!” gridarono. “Siamo stati costretti a combatterci a vicenda da spietati monarchi, sacerdoti e uomini d’affari. Dovremmo combattere i veri nemici, non tra noi! Proletari di tutto il mondo, unitevi!” Ma ufficiali e comandanti occidentali erano decisi: costrinsero i soldati a tornare alle trincee, accusandoli di tradimento, spingendoli sui campi di battaglia. Soprattutto, le innumerevoli invasioni straniere furono travolgenti sia nelle principali città russe che nelle campagne. Come sempre nei secoli precedenti, gli europei non ci pensarono due volte prima d’invadere il suolo russo. In un certo senso, la Russia fu trattata e percepita come nazione “barbara” che andava attaccata, colonizzata e saccheggiata a volontà e senza giustificazioni, non diversamente da quelle innumerevoli sfortunate nazioni nel mondo: in Sud America e Asia Centrale, Medio Oriente, Africa, Asia e Oceania. Molti russi sembravano bianchi, come europei, ma agli occidentali non erano “abbastanza bianchi”, non facevano mai parte della cultura dei conquistatori e dei saccheggiatori. La Russia ha sempre avuto la sua anima, il suo modo di pensare e sentire, il suo modo distinto di agire e reagire”.
Nel mio libro, rivisitai le tattiche della sovversione dell’imperialismo occidentale e dell’anticomunismo militante: “L’essenza e la strategia della sovversione imperialista occidentale sono essenzialmente molto semplici: identifica tutti i punti forti e deboli del Paese che tenta di uccidere e cerca di comprenderne l’ideologia. Studia e impara tutto sulla sua leadership progressista: i suoi piani e tutto ciò che la rivoluzione cerca per il popolo: come dargli libertà, pari diritti, miglioramento dell’aspettativa di vita, elevati standard di istruzione, cure mediche, alloggio, infrastrutture, arti e nel complesso buona qualità della vita. Quindi, attacca dove fa più male: usa interventi diretti, sabotaggi, assalti terroristici o sponsorizza gruppi estremisti e persino fondamentalisti religiosi, al fine di diffondere paura e insicurezza per rallentare il processo di cambiamento sociale e crescita economica. Colpito così duramente che a un certo punto il sistema rivoluzionario democratico deve reagire,semplicemente per proteggere il popolo, i suoi successi e persino le mere vite. Ovunque l’occidente cerchi di distruggere un paese socialista, che sia il Nicaragua o l’Afghanistan negli anni ’80, si rivolge dapprima a ospedali e scuole, al fine di demolire le grandi conquiste sociali del governo e diffondere disperazione tra la popolazione. Quindi colpisce ancora di più, innescando la forte reazione del governo, e poi immediatamente dichiara: “Vedete questo è il vero volto del socialismo o del comunismo! Vuoi la rivoluzione? Bene: quello che avrau sarà oppressione, processi politici, gulag, mancanza di libertà e persino brutali esecuzioni!” Usa ampiamente armi come disinformazione e propaganda nera, così che la rivoluzione in un Paese progressista ma crudelmente terrorizzato non abbia mai avuto la possibilità d’influenzare il resto del mondo, e anche a casa comincerà a soffrire dopo essere stato messo sotto pressione… Tali orribili tattiche dell’occidente, ferirono profondamente l’Unione Sovietica prima della Seconda guerra mondiale, ma non riuscirono a distruggerla”.
La carestia cinese ebbe luogo in parte perché durante l’occupazione giapponese l’esercito imperiale interruppe le forniture della catena alimentare, nonché il sistema agricolo, che si era formato e sviluppato nel corso di migliaia di anni. Il Giappone era interessato solo a una cosa: come alimentare le sue truppe che occupavano una parte enorme dell’Asia. In entrambi i casi, la propaganda occidentale fece credere che la vera causa della perdita di vite umane in Russia e Cina fosse il comunismo! Il lavaggio del cervello ebbe tale successo che persino in Russia e Cina, milioni di persone furono indottrinate da tali innumerevoli ripetute bugie provenienti dall’occidente. Ma si chieda a Londra se la gente sa qualcosa che sotto l’occupazione britannica dell’India decine di milioni di persone morirono di fame; vittime di carestie innescate da Londra per molte ragioni, una delle quali il tentativo di ridurre la popolazione. Oltre 50 milioni di indiani morirono in tali carestie, tra il 1769 e il 1943, nell’India britannica. Di conseguenza, dovremmo vietare il sistema politico inglese? Ne sono convinto! Ma di solito non è ciò che chiedono le persone nel mondo, comprese le vittime della barbarie colonialista inglese. Quindi, torniamo al pubblico inglese o francese. Cosa sanno del loro passato e persino del loro presente neo-colonialista? Sanno solo cosa gli è stato ordinato di credere. In breve: non sanno nulla. Zero. Solo fiabe. Ma sono convinti di essere ben informati. E che hanno il diritto di dare lezioni al mondo. Non sanno assolutamente nulla dell’URSS e della Cina. Non hanno idea del perché Corea democratica e Cuba siano continuamente demonizzate (come detto, entrambe, assieme liberarono l’Africa dal colonialismo occidentale). vissi e lavorai in Africa per anni, girai film e scrissi innumerevoli saggi. Il coinvolgimento cubano e nordcoreano, estremamente positivo, internazionalista e indubbiamente comunista, da Namibia e Angola, ad Egitto e Mauritius, fu ben documentato. Ma lo si dica in un caffè parigino o in un pub di Londra, e le mascelle cadranno. Sguardi vuoti, vitrei. Anche la “sinistra anticomunista” composta da anarco-sindacalisti e trotskisti (in realtà per lo più pseudo rivoluzionari anglosassoni), non sa nulla e non vuole sapere nulla sulla realtà del comunismo rivoluzionario.
Il 23 aprile 2020, il Brasile de Fato citò il Viceministro venezuelano Carlos Ron: “È molto interessante nella cultura nordamericana, credere nel” destino manifesto “, pensare di avere una missione messianica. Credono che la loro missione sia porre fine al comunismo in America Latina, quindi rovesciare Venezuela, Cuba e tutto ciò che è rosso, perché tutto ciò che è rosso è comunista”. In Indonesia, un intero Stato religioso fallito, miserabile e deprimente si basa sul dogma anticomunista. Nessuno capisce chiaramente lì perché siano anticomunisti, ma più ignorano l’argomento, più si comportano in modo aggressivo; vietando concetti e lessico comunisti, costruendo “musei” anticomunisti e producendo film anticomunisti. Dopo aver ucciso milioni di comunisti per conto dell’occidente, l’anticomunismo è diventato l’essenza della loro esistenza. In passato persino vietarono il cinese e il russa. Tutto solo per mettere a tacere il passato, quando il Presidente Sukarno e il PKI (Partito Comunista dell’Indonesia), prima del colpo di stato del 1965 appoggiato dagli USA, costruivano una grande nazione progressista, socialista e non allineata. In effetti, in gran parte del sud-est asiatico, forse la parte più grottesca del turbo-capitalismo mondiale, il comunismo fu bandito o almeno demonizzato. Il risultato: nazioni confuse, consumiste, bigotte e lugubre. Il Vietnam comunista è la stella splendente, ma non è mai rappresentato come tale, sicuramente non all’estero.
Festeggiamo il 150 ° compleanno di Vladimir Ilyich Lenin! Celebriamolo rivisitando la storia e il presente. Il sistema politico più brutale è l’imperialismo occidentale, il colonialismo. Ha già ucciso centinaia di milioni di persone, in tutto il mondo. Questo fatto va sempre ripetuto. L’obiettivo della propaganda occidentale è sempre stato equiparare comunismo e fascismo, i due sistemi più antagonisti della storia al mondo. Fu il sistema comunista sovietico, che fece a pezzi il nazismo, salvando il mondo, al prezzo enorme di circa 25 milioni di vite umane. Solo l’imperialismo occidentale può essere paragonato al nazismo tedesco. I due sono fatti delle stesse cose. Per me, per molti di noi, comunismo significa lotta perpetua all’interventismo occidentale, il colonialismo. In questo terribile momento della storia umana, è importante comprendere chiaramente questa realtà. Se il comunismo dovesse essere sconfitto, sarebbe la fine della lotta per la libertà. Solo il sistema comunista potente, centralizzato e ideologicamente valido può combattere e liberare la razza umana dalle catene colonialiste, dal capitalismo selvaggio e da un’esistenza vuota nichilista. I propagandisti sparano bugie folli, che il comunismo è obsoleto e noioso. Non ci credo: è la sistemazione più ottimista, ancora giovane e ottimista del mondo. E a differenza dell’imperialismo e del capitalismo, il comunismo è in continua evoluzione. Non in Europa o Nord America, ma nel resto del mondo. Si guardi l’occidente e le sue colonie. Si guardi la miseria e la privazione causate all’umanità dal regime dittatoriale oppressivo occidentale. Buon compleanno, compagno Lenin! La lotta continua!Andre Vltchek è filosofo, romanziere, regista e giornalista investigativo. È autore del Mondo di parole e immagini di Vltchek, e autore di numerosi libri, tra cui Le Belt and Road Initiative della Cina: Paesi connessi salvando milioni di vite. Scrive in particolare per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio