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Golia non è invincibile

Vijay Prashad, Orinoco Tribune, 4 giugno 2020

Cari amici,
Saluti dall’ufficio del Tricontinental: Institute for Social Research. L’anno scorso passeggiai con Mariela Machado nel complesso residenziale Kaikachi nel quartiere di La Vega (Caracas, Venezuela). Dopo che Hugo Chávez divenne presidente nel 1999, un gruppo di residenti della città operaia vide del terreno e l’occupò. Mariela e altri andarono dal governo e dissero: ‘Abbiamo costruito questa città. Possiamo costruire le nostre case. Tutto ciò che vogliamo sono macchine e materiali’. Il governo li supportò e costruirono un affascinante complesso che ospita novantadue famiglie. Dall’altra parte della strada c’è un condominio borghese. A volte, mi disse Mariela, le persone di quell’edificio gettano spazzatura su Kaikachi. “Vogliono che vengano sfrattati”, dice. Se i governi bolivariani cadono, sottolinea, un governo oligarchico si schiererà con quei residenti, sfratterà le famiglie, principalmente afro-venezuelane, che hanno costruito lo sviluppo abitativo e lo consegnerà a un padrone. Questa, dice, è la natura della lotta, una lotta di classe per difendere le preziosi conquiste dei poveri contro l’oligarchia.
Ovunque si vada tra la classe operaia venezuelana e i poveri delle città, si é accolto con effusione Chavista. Questa parola è usata da donne e uomini fedeli a Chávez, certamente, ma anche alla Rivoluzione Bolivariana inaugurata dalla sua elezione. Le rivoluzioni sono difficili; devono scacciare centinaia di anni di disuguaglianza; devono erodere le aspettative culturali e costruire le basi materiali per una nuova società. Rivoluzioni, scrisse Lenin , sono “la lotta di classe lunga, difficile e testarda che, dopo il rovesciamento del dominio capitalista, dopo la distruzione dello Dtato borghese… non scompare… ma cambia semplicemente forme e per molti aspetti diventa più feroce”. Le spalle curve devono raddrizzarsi e le aspirazioni sui bisogni più elementari devono essere soddisfatte. Questa era l’agenda sul tavolo di Chávez. Inizialmente, le entrate petrolifere diedero le risorse per questi sogni, in Venezuela e nel Sud del mondo, ma poi i prezzi del petrolio crollarono nel 2015, il che influì sulla capacità dello Stato venezuelano di approfondire il cambiamento rivoluzionario. Ma il processo rivoluzionario non si è indebolito. Dal 1999, le principali compagnie petrolifere e minerarie hanno fatto di tutto per delegittimare il processo rivoluzionario in Venezuela. Lo fecero non solo per accedere alle risorse del Venezuela, ma anche per assicurarsi che l’esempio del socialismo venezuelano sulle risorse non ispirasse altri Paesi. Nel 2007, ad esempio, Peter Munk, capo della canadese Barrick Gold, scrisse una lettera infiammata al Financial Times dal titolo ‘Fermiamo la demagogia di Chavez prima che sia troppo tardi’. Munk paragonò Chávez a Hitler e Pol Pot, affermando che a tali “demagoghi autocratici” non va permesso di agire. Ciò che infastidiva Munk e i dirigenti di compagnie minerarie come lui. è che Chávez effettuava la “trasformazione graduale del Venezuela”. Qual era la natura di questa trasformazione? Chávez e la rivoluzione bolivariana toglievano risorse a gente come Barrick Gold portando le ricchezza a beneficio non solo del popolo venezuelano, ma dell’America Latina e di altri luoghi. Questo socialismo delle risorse doveva essere distrutto.
Nel 2002, gli Stati Uniti, con fondi forniti da National Endowment for Democracy e USAID, tentarono un colpo di Stato contro Chávez, che fallì decisamente, ma non fermò tali sporchi giochi. Nel 2004, l’ambasciatore nordamericano William Brownfield stilò un piano in cinque punti: “il focus della strategia”, scriveva, “è 1) rafforzare le istituzioni democratiche [vale a dire oligarchiche]; 2) penetrare [che significa disorientare e comprare] la base politica di Chavez; 3) dividere il Chavismo; 4) proteggere le attività vitali degli Stati Uniti e 5) isolare Chavez a livello internazionale”. Questi sono gli elementi della guerra ibrida contro il Venezuela, una guerra la cui tattica spazia dalle sanzioni alla limitazione dell’economia alla disinformazione e all’isolamento del processo rivoluzionario. Il governo degli Stati Uniti e i suoi alleati (come Canada e certi governi dell’America Latina) fecero di tutto per rovesciare non solo il Presidente Chávez e il Presidente Nicolás Maduro, ma anche la rivoluzione bolivariana nell’insieme. Se gli Stati Uniti e i loro alleati dovessero vincere tale guerra, non c’è dubbio che cancellerebbero il complesso residenziale di Kaikachi, dove Mariela Machado è la leader locale. Quando incontrai Mariela nel 2019, gli Stati Uniti avevano cercato d’insediare Juan Guaidó. un politico insignificante fino a quel momento, a presidente. Erano persone come Mariela che ogni giorno scendevano in piazza per resistere al tentativo di colpo di Stato e alla guerra ibrida progettata da Washington DC, multinazionali e vecchia oligarchia venezuelana. Chavisti come Mariela compresero molto bene le osservazioni di Chávez del 2005: ‘Golia non è invincibile. Ciò lo rende più pericoloso, perché quando inizia a rendersene conto, inizia a ricorrere alla forza bruta. L’assalto al Venezuela, utilizzando la forza bruta, è un segno di debolezza, debolezza ideologica’. Ciò che Chavez disse rispecchia ciò che Franz Fanon scrisse in Un morente colonialismo (1959): “Ciò a cui realmente assistiamo è la lenta ma sicura agonia della mentalità dei coloni” e la “mutazione radicale” che il processo rivoluzionario produce nella classe operaia. Il Chavismo è il nome dell’energia rivoluzionaria, della mutazione radicale della personalità del venezuelano che non è più disposto a piegarsi all’oligarchia o a Washington DC, ma dignitoso nella lotta, non è disposto ad accettare una vita da sottomesso.
Nel periodo della pandemia globale, un mondo sensibile si sarebbe unito per condannare lo strangolamento di luoghi come Venezuela e Iran, che affrontano la guerra ibrida da Washington, DC che ne diminuito la capacità di combattere il virus. Ma, invece di porre fine o addirittura sospendere la guerra ibrida, il governo degli Stati Uniti, e i suoi alleati canadesi, europei e latinoamericani, aumentavano l’attacco al Venezuela. Questo attacco spazia dall’impedire al Venezuela di utilizzare il fondo COVID-19 del Fondo monetario internazionale (FMI) all’accusa, senza prove, ai leader venezuelani di narcotraffico al tentativo d’invadere il Paese.
Tricontinental: Institute for Social Research ha lavorato a stretto contatto con Ana Maldonado di Francisco Francisco de Miranda (Venezuela), Paola Estrada dell’Assemblea internazionale dei popoli e Zoe PC of Peoples Dispatch per realizzare lo studio CoronaShock n. 2: CoronaShock e la guerra ibrida contro il Venezuela (giugno 2020) (https://www.thetricontinental.org/studies-2-sanctions-and-coronashock). Il testo copre la guerra ibrida contro il Venezuela nel 2020 e mostra come, nonostante le suppliche delle Nazioni Unite, gli Stati Uniti abbiano continuato e persino aumentato sanzioni ed attacchi militari. Vi invitiamo a leggere questo opuscolo, discuterne con amici e compagni e diffonderlo.Parole come “democrazia” e “diritti umani” sono svuotate dalla guerra ibrida. Gli Stati Uniti accusano il Venezuela di “violazioni dei diritti umani” contestualmente a una politica di sanzioni che equivale a un crimine contro l’umanità; gli Stati Uniti. dal nulla, scelgono un uomo che nominano presidente del Venezuela in nome della “democrazia” senza preoccuparsi dei processi democratici del Venezuela. Anni prima che Chávez vincesse le eleziono, il poeta venezuelano Miyó Vestrini scrisse su questa manipolazione del linguaggio:
Mi chiedo se i diritti umani
siano davvero un’ideologia.
Fernando, l’unico barista alcolizzato che non si è ritirato,
parla in rima:
la notte è buia
e non ho il mio cuore.
A quanto ho capito, è uno dei pochi rimasti a
pensare che i diritti umani siano morali.
Certamente, a Washington DC, trattano i “diritti umani” come strumento di guerra.
Nel frattempo, cinque petroliere iraniane spezzavano quello che è effettivamente l’embargo statunitense al commercio venezuelano portando benzina nel paese. La prima, la Fortune, arrivò il 24 maggio e la quinta, Garofano, il 1° giugno. L’anno scorso, una nave iraniana, Grace 1, fu dirottata a Gibilterra, ma questa volta gli Stati Uniti non hanno potuto provocare l’incidente. Aiuta che Cina e Russia sostengano il Venezuela con risorse per aiutarlo nella lotta al COVID-19, e che la Cina chiarisca che non permetterà un cambio di regime a Caracas. Questo non basta come scudo, tuttavia; nulla ai nostri tempi sembra impedire a Washington di volere la guerra.
Le strade negli Stati Uniti sono di nuovo in fiamme a causa dell’omicidio di George Floyd, un uomo nero disarmato, da parte di un agente di polizia bianco e dei suoi complici a Minneapolis. Malcolm X una volta disse: “Non c’è polvere sulla mia spalla. Ma il tuo piede sul mio collo”. Una settimana prima dell’assassinio di George Floyd , João Pedro Mattos Pinto (14 anni) fu ucciso dalla polizia di Rio de Janeiro (Brasile) mentre giocava nel cortile di casa; pochi giorni dopo le forze di occupazione israeliane assassinavano Iyad al-Halaq (32 anni), che lavorava e frequentava una scuola per disabili nella Vecchia Gerusalemme. Sul collo di George Floyd, João Pedro e Iyad el-Hallak c’è lo stesso piede che soffoca il popolo venezuelano, che ogni giorno subisce la guerra ibrida degli Stati Uniti.
Calorosamente, Vijay.Traduzione di Alessandro Lattanzio