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Romania: a 30 anni dalla rimozione del socialismo

Patricia Gorky, Liberation News 26 dicembre 2019

Trenta anni fa, il governo socialista rumeno fu rovesciato da un colpo di Stato militare. L’industrializzazione aveva trasformato la vita di milioni di rumeni durante il periodo socialista. Ma gli anni successivi furono segnati da razionamento rigoroso e carenze frequenti mentre il governo cercava di ripagare il debito estero. I rumeni speravano che la vita migliorasse dopo il 1989. Ma la vita di oggi è molto peggio dei periodi più economicamente svantaggiati degli anni ’80. Un sondaggio del 2010 rivelava che il 63% dei rumeni afferma che la vita era migliore sotto il socialismo. I politici capitalisti rumeni cercano ovunque un capro espiatorio per sfuggire all’incriminazione. Il Financial Times affermava che “la Romania si è evoluta in democrazia e rafforzato i legami coll’occidente unendosi a UE e NATO. Ma la sua transizione fu sempre incompleta”. Ciò che si intende per “incompleto” non viene mai definito. I comunisti, e in particolare il Presidente giustiziato Nicolae Ceausescu, sono i soliti obiettivi. Come parte della campagna di demonizzazione, l’ex-procuratore militare Dan Voinea fece una dichiarazione ridicola al Financial Times: “I comunisti rimangono al potere ad oggi, ma senza dirlo”. Un approccio marxista ci impone di comprendere la lotta tra classi lavoratrice e proprietaria. Quando i comunisti salirono al potere, espropriarono la ricca nobiltà, i chierici e la borghesia. La terra fu collettivizzata, così come le principali industrie, e l’economia fu pianificata a livello centrale. Milioni di abitazioni furono costruite per i lavoratori e tutti avevano il diritto a un lavoro. Il governo socialista rumeno trasformò una società rurale ed ottenuto grandi conquiste nella produzione industriale. Inoltre, realizzò ciò in pochi decenni mentre era costantemente attaccato dall’occidente. Il racconto capitalistico della storia della Romania ignora i grandi successi del socialismo solo per concentrarsi sui suoi problemi e carenze, molti dei quali originati dalla situazione globale dell’epoca.

Le origini della Romania socialista: l’insurrezione armata aiutò l’arrivo dell’Armata Rossa
A differenza delle rivoluzioni popolari in Russia, Cina, Cuba e altre che portarono al potere i comunisti, il fattore chiave della trasformazione socialista della Romania fu la vittoria dell’Unione Sovietica nella Seconda guerra mondiale. Durante la guerra la Romania era governata da una dittatura militare fascista alleata alla Germania nazista. Il generale Ion Antonescu non era un sostenitore passivo della Germania nazista. Il suo supporto era originariamente basato sui fascisti della Guardia di ferro. Antonescu condannò a morte centinaia di migliaia di minoranze etniche nei campi di concentramento, inclusi ebrei e rom, nonché comunisti. L’esercito rumeno partecipò in modo determinante all’invasione fascista dell’Unione Sovietica, che alla fine causò 27 milioni di morti ai sovietici. Mentre la guerra andava avanti, la resistenza alla dittatura crebbe anche quando i comunisti furono spinti in clandestinità. L’Unione Sovietica iniziò a invertire il corso della guerra, infiliggendo sconfitta dopo sconfitta all’alleanza fascista. Il 23 agosto 1944, un’ampia coalizione antifascista guidata dal Partito Comunista arrestò il dittatore e lo rinchiuse in una cassaforte. Questa insurrezione accelerò l’avanzata dell’Armata Rossa verso Bucarest giorni dopo. L’esercito rumeno cambiò lato e combatté come alleato dell’Unione Sovietica. Come tanti altri paesi dell’Europa orientale, i governi del dopoguerra furono principalmente plasmati dai militari che li liberarono dal fascismo: Unione Sovietica in Oriente e Stati Uniti/Gran Bretagna in occidente. I governi nordamericano e britannico chiarirono che non tolleravano altri governi oltre a quelli specificamente scelti dagli imperialisti nella loro “sfera”. Ciò fu evidente in Italia e Grecia in particolare, dove i militari britannici intervennero direttamente per schiacciare i comunisti, che avevano guidato la resistenza partigiana al fascismo e avevano il controllo di molte aree. Ma invece di un governo capitalista, l’Unione Sovietica supervisionò la formazione di governi socialisti nell’Europa orientale che avrebbero servito gli interessi della classe lavoratrice.
L’Unione Sovietica fu portata sull’orlo della distruzione non solo dai militari tedeschi, ma dalle risorse e capacità industriale di tutta l’Europa continentale. La macchina da guerra nazista si affidò ai militari di Romania, Italia, Ungheria, Slovacchia e Croazia, nonché sui prodotti agricoli e petroliferi dalla Romania. La rinascita fascista era una possibilità troppo micidiale per consentirla nell’Unione Sovietica. Dopo anni di dittatura fascista, non vi era alcun governo “democratico” prebellico a cui ritornare. La monarchia screditata e i partiti borghesi avevano il sostegno dell’occidente, ma proprio tali partiti furono responsabili dell’avvento fascista in Romania. Il sostegno chiave dei sovietici, il cui esercito rimase in Romania dopo la sconfitta dei fascisti, fu dato al Fronte democratico nazionale, coalizione guidata dal Partito comunista rumeno (PCR). Il segretario generale del Partito comunista, Gheorghe Gheorghiu-Dej, era un ferroviere e militante della PCR. Nato nel 1901 iniziò a lavorare all’età di 11 anni, una situazione fin troppo comune per i giovani del tempo. Da parte sua nell’organizzazione degli scioperi nel 1933 fu condannato a 12 anni di lavori forzati. Mentre era in prigione fu eletto nel comitato centrale del PCR. Nicolae Ceausescu, altro leader del partito, era nato nel 1918, e fu apprendista calzolaio a Bucarest a 10 anni. Iniziò presto l’attività rivoluzionaria, ed entrava e usciva dalla prigione organizzando scioperi e sabotaggi contro il governo filo-nazista. All’età di 22 anni, Ceausescu era nella prigione di Jilava quando fu invasa dai membri della Guardia di ferro fascista, che massacrò 64 prigionieri prima che fossero fermati. Nel 1946, quasi 7 milioni di persone votarono per il blocco nazionale democratico. Queste elezioni ebbero il maggior numero di partecipanti nella storia del Paese. Il nuovo governo costrinse all’abdicazione la monarchia reazionaria. Due anni dopo il PCR si un ai socialdemocratici per formare il Partito dei lavoratori rumeno (PMR).

‘Non solo un sogno’; industrializzare una società rurale
I compiti del Paese erano enormi. La produzione industriale fu dimezzata dalla guerra e la popolazione ridotta da 20 milioni a meno di 16 milioni. Più di 700000 erano morti. La stragrande maggioranza della popolazione erano contadini che lavoravano nelle fattorie che aveva un’aspettativa di vita di 42 anni. Immediatamente il governo stabilì un piano di elettrificazione e gettò le basi per lo sviluppo dell’industria. I terreni agricoli di proprietà di una piccola e ricca minoranza furono confiscati e collettivizzati. Castelli e palazzi costosi furono sequestrati dalla nobiltà parassitaria e utilizzati per musei e altre istituzioni pubbliche. Quattro decenni di sviluppo socialista trasformarono la Romania da Paese che importava il 90 percento di macchinari in uno che li produceva. I servizi sociali e l’istruzione migliorarono radicalmente la salute: l’aspettativa di vita aumentò di 30 anni. Furono creati oltre 5 milioni di posti di lavoro e la produzione industriale aumentò di oltre il 650 percento dal 1950. Gli alloggi costituivano una priorità fondamentale per lo Stato. Nel 1980, il governo socialista aveva costruito 4,6 milioni di case. Il quotidiano Scanteia riferiva come un vecchio comunista “sentisse il bisogno di toccare e accarezzare i mattoni dei primi isolati di appartamenti costruiti per i carpentieri, così da convincersi che non erano solo un sogno”. Alle donne incinte e alle madri venivano accordati i diritti che persino i recensori borghesi consideravano “comprensivi e generosi”. Alle donne fu concesso un congedo di maternità completamente retribuito di 112 giorni. E senza alcuna perdita di prestazioni, “alle madri fu permesso di prendere congedo dal lavoro per allevare il bambino fino a 6 anni, oppure potevano richiedere un lavoro part time”. Ancora Paese in via di sviluppo che soffriva di secoli di sottosviluppo, la Romania cercò di diventare Paese di medio sviluppo e ridurre il divario tra esso e l’occidente. Per Gheorghiu-Dej e Ceausescu dopo di lui, era ritenuto necessario ridurre i legami con Mosca per raggiungere tale obiettivo.

Divisione nel campo socialista
Dopo la guerra l’Unione Sovietica impose riparazioni di guerra al Paese (insieme ad altri Stati precedentemente fascisti) per rimborsare parte degli immensi danni di guerra. Sebbene le riparazioni aggregate rappresentassero solo un quinto del costo effettivo della distruzione subita dall’Unione Sovietica, queste riparazioni misero a dura prova la fragile economia della Romania. Ciò probabilmente non migliorò l’opinione pubblica sull’URSS. C’erano ancora truppe sovietiche in Romania e Mosca esercitò un intervento diretto nell’economia con società di capitali Sovrom sulle principali industrie della Romania. La morte di Stalin nel 1953 e i successivi cambi dell’Unione Sovietica approfondirono ulteriormente la divisione. Gheorghiu-Dej e Ceausescu negoziarono l’acquisizione di Sovrom con grandi costi. Ma nel 1955, la Romania ha aderì al Trattato di amicizia, cooperazione e mutua assistenza, noto anche come Patto di Varsavia, coll’Unione Sovietica e altri Paesi del blocco socialista dell’Europa orientale. Allo stesso tempo, i leader della Romania iniziarono a stabilire legami economici coi Paesi capitalisti e imperialisti al fine di ridurre i legami coll’Unione Sovietica. Nel 1958, col sostegno cinese, Gheorghiu-Dej negoziò il ritiro dei soldati sovietici dal suolo rumeno, unico Paese dell’Europa orientale a farlo. Mentre la divisione sino-sovietica divise il blocco socialista tra Mosca e Pechino, Bucarest mantenne la neutralità. Nel 1964 il PMR adottò le tesi di Gheorghiu-Dej che enfatizzavano indipendenza e sovranità nazionali, parità di diritti, vantaggio reciproco, non interferenza negli affari interni e rispetto dell’integrità territoriale. Quando Gheorghiu-Dej morì nel 1965, Ceausescu accelerò il passo verso il nazionalismo. Il PMR si ribattezzò Partito comunista rumeno (PCR) e il Paese divenne Repubblica socialista di Romania per indicare il passo avanti.

Anni ’70 e ’80; la Romania anticonformista volge ad ovest
Gli anni ’70 furono un periodo di enorme crescita e sviluppo per il Paese. Vaste risorse naturali abbinate a concessioni commerciali occidentali e credito estero portarono agli anni più prosperi della Romania dalla Seconda guerra mondiale. Ma in molti modi la leadership del Paese adottò posizioni reazionarie e opportunistiche. L'”indipendenza” proposta da Gheorghiu-Dej e in seguito Ceausescu divenne sempre più alleanza coll’imperialismo USA. La Romania riconobbe la Germania occidentale e divenne l’unico Paese socialista a mantenere relazioni diplomatiche con Israele. Quando la CIA rovesciò il presidente socialista democraticamente eletto del Cile, molti Paesi socialisti interruppero le relazioni diplomatiche. Ma la Romania li mantenne. Questi passi convinsero il governo degli Stati Uniti che Ceausescu poteva essere influenzato e lavorato fino a un certo punto. Fu etichettato “anticonformista” dalla stampa nordamericana e dai documenti della CIA. Cercarono ardentemente di distanziare la Romania dal blocco sovietico. Nel 1969, il presidente degli Stati Uniti Richard Nixon fece una visita di Stato in Romania, la prima di un presidente degli Stati Uniti in un Paese socialista, tre anni prima della sua famosa visita in Cina. La Romania continuò ad aderire agli accordi finanziari imperialisti, tra cui la concessione di prestiti da Fondo monetario internazionale e Banca mondiale. Gli Stati Uniti salutarono ciascuna di queste mosse, ma a parte i prestiti ad alto interesse non diedero alla Romania nulla di sostanziale in cambio. Ciò che gli Stati Uniti volevano veramente era rovesciare il sistema sociale progressiste e il ritorno dello sfruttamento e dell’oppressione capitalista. Ma il colpo di Sstato del 1989 non avrebbe potuto avere successo senza il cumulo di errori dei leader del Paese. L’oscillare del governo tra i campi imperialisti e socialisti ne fu un esempio. Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 apparve una serie di crisi che scosse l’economia rumena. Un devastante terremoto colpì Bucarest nel 1977, seguita dalla crisi economica globale. Per gran parte degli anni ’70 il governo rumeno poté esportare materie prime chiave come il petrolio a prezzi elevati. Ma quando i prezzi crollarono, improvvisamente la Romania perse una significativa fonte di entrate. Il credito estero che offriva un’interessante via di sviluppo divenne d’ostacolo alla sopravvivenza del Paese. La Romania prese prestiti dal FMI, le cui condizioni erano progettate per schiavizzare i governi nel ciclo del debito imponendo tassi di interesse paralizzanti e grave austerità al popolo. Rimangono uno strumento chiave degli imperialisti oggi che limitano lo sviluppo di un Paese. Per il governo rumeno, il debito estero era diventato una trappola da cui doveva disperatamente lavorare per districarsi. Dall’inizio degli anni ’80, il governo rumeno razionò elettricità, gas, benzina e cibo, la prima volta dal dopoguerra. I beni agricoli furono esportati per pagare il prestito, creando scarsità di alcuni prodotti alimentari come carne e latte. La gente arrivava a casa nel freddo invernale solo per rimanere senza calore dopo poche ore. Anche le trasmissioni radiotelevisive furono limitate per conservare energia. Furono anni difficili per il popolo rumeno. Altri Paesi come Polonia ed Ungheria che sottoscrissero prestiti simili non poterono pagare gli interessi. La Romania rimborsò il capitale. Nel frattempo le riforme capitaliste nell’Unione Sovietica foraggiarono i reazionari in Europa orientale. Allo stesso tempo, la guerra fredda culturale occidentale continuò attirando in particolare i giovani nel campo socialista con la propaganda capitalista.

Dicembre 1989 e il colpo di Stato militare
Nell’aprile 1989, il governo rumeno dichiarò il Paese libero dal debito occidentale. La Grande Assemblea Nazionale decretò il divieto di assumere ulteriori crediti esteri. Eppure il razionamento di cibo ed energia è continuò. Forse questo fu uno sforzo per sostenere ulteriormente l’economia, ma tali misure di austerità erano autolesionistiche. Queste decisioni dei leader del Paese non poterono che isolare ulteriormente gran parte della classe lavoratrice. I media imperialisti colsero ogni segno di malcontento nel blocco socialista. Lo stesso fece il governo degli Stati Uniti, che finanziava organizzazioni controrivoluzionarie in Europa orientale dalla fine della seconda guerra mondiale. Gli imperialisti studiarono attentamente ogni manifestazione. Un documento della CIA classificato nel 1987 delineava una serie di possibili situazioni che avrebbero portato alla caduta del governo rumeno, vista la prospettiva del prossimo inverno. Incredibilmente, uno degli scenari di tale “pezzo invernale” si svolse esattamente due anni dopo: in tale scenario, un gruppo di lavoratori in sciopero istituiva un’organizzazione nazionale per coordinare le proteste. Gli oppositori “pragmatici” do Ceausescu l’avrebbero rimosso col supporto della Securitate o dell’esercito. Il nuovo governo avrebbe tolto le restrizioni su cibo ed energia per placare la maggioranza dei lavoratori. Invece di uno sciopero in una grande fabbrica, i disordini sorsero attorno a un chierico reazionario ungherese nella città di Timisoara. E un “Consiglio di salvezza nazionale” non fu formato da alcun gruppo di lavoratori ma dai vertici militari, che iniziarono a operare come consiglio sei mesi prima del colpo di Stato. Timisoara è una città cosmopolita della Romania occidentale vicino al confine ungherese. Nel 1989 c’erano 1,7 milioni di ungheresi che vivevano nella regione. Gli elementi borghesi in Ungheria promossero a lungo la propaganda controrivoluzionaria, compresi presunte rimostranze contro le minoranze ungheresi. Lo sfratto del chierico controrivoluzionario il 16 dicembre suscitò le proteste a Timisoara. Seguirono scontri tra manifestanti di destra e forze di sicurezza, ma ci furono poche vittime. Non vi fu massacro come ripeté la stampa imperialista. Il New York Times pubblicò resoconti isterici di “fosse comuni a Timisoara” con migliaia di persone, e i media ungheresi affermarono che ci furono 60000 uccisi. Tutto ciò si rivelò falso. Le proteste crebbero nel Paese. Il 20 dicembre l’esercito, prefigurando il suo imminente tradimento, si ritirò da Timisoara. Questo fu un vantaggio per la controrivoluzione; folle di persone saccheggiarono il quartier generale del Partito comunista locale. I disordini furono abbastanza gravi per Ceausescu da interrompere la visita di Stato in Iran e tornare nella capitale. Fino a quel momento, il Consiglio di salvezza nazionale controrivoluzionario clandestino era operativo da 6 mesi. Le sue attività precedenti non sono note e ce n’erano numerosi. Il più importante includeva un ex-ambasciatore negli Stati Uniti; un politico caduto in disgrazia che divenne presidente del nuovo governo; e almeno 4 generali, di cui uno in pensione che aveva compito degli attentati contro Ceausescu.
Il 21 dicembre, Ceausescu apparve a una manifestazione di massa a Bucarest. Annunciò aumenti considerevoli dello stipendio minimo, sussidi per i figli e pensioni. Denunciò le azioni a Timisoara di un gruppo che voleva rimettere il Paese sotto il dominio straniero. In quelle che firono parole profetiche, Ceausescu disse: “Alcuni vorrebbero di nuovo reintrodurre la disoccupazione, ridurre il tenore di vita del popolo e smantellare e disgregare la Romania, mettendo in pericolo il nostro popolo indipendente e la nostra nazione”. Il suo discorso fu interrotto dai manifestanti e la sua risposta disorientata al contraccolpo fu pubblicizzata in modo sproporzionato dai media imperialisti. La gente rimase nelle strade e si ebbero scontri con le autorità. La propaganda imperialisti come Radio Free Europe trasmisero false notizie di un “massacro” a Bucarest e il giorno successivo i lavoratori di tutta la città scesero in piazza. Molti che protestavano presentavano legittimi rimostranze accumulatesi negli anni dell’austerità. Ma le proteste passarono rapidamente alle violenze fasciste quando i militari disertarono. La teppa di destra incendiò gli Archivi Nazionali e la biblioteca universitaria. La folla attaccò la casa di Ceausescu, costringendo lui e la moglie Elena a fuggire dalla capitale in elicottero. Il loro pilota li abbandonò su una strada di campagna dove furono catturati. Il CSN guidato dai militari prese il controllo delle stazioni televisive e dichiarò il nuovo governo. I militari, fonte storica della controrivoluzione, erano in contrasto col piano di Ceausescu di integrarli nel lavoro civile. “Per anni”, scrisse l’accademico di destra Vladimir Tismaneanu sul New York Times, “le truppe furono costrette a impegnarsi in attività umilianti come i raccolti e il lavoro manuale per i progetti grandiosi di Ceausescu”. A lungo tenuto a bada dal governo socialista, il terrore della borghesia alzò la testa. Il 25 dicembre 1989, un tribunale militare segreto accusò Nicolae ed Elena Ceausescu di reati inventati che includevano “genocidio” e “distruzione dei valori economici e spirituali del Paese”. Pochi istanti dopo, quando fu condotto a morte, Nicolae Ceausescu cantò l’Internazionale. Lui e la moglie furono giustiziati da un plotone. Il caos è seguito nei giorni seguenti. La leadership del Partito comunista fu imprigionata. I comunisti scomparsi e persino linciati per le strade. Alcuni nella Securitate, la cui origine era contadina, opposero resistenza armata al colpo di stato militare. Furono inseguiti e giustiziati.

Privatizzazione e povertà, la via statunitense
In pochi giorni il CSN “socialista” mise fuori legge il Partito Comunista. Furono aboliti gli addendum alla costituzione che chiedevano allo Stato di garantire piena occupazione, alloggio ed istruzione. Il governo degli Stati Uniti intervenne rapidamente. Già nel gennaio 1990, Washington incaricò il suo inviato di Bucarest di “intraprendere azioni preliminari per incoraggiare il processo [della privatizzazione]”. Particolare attenzione fu data ai media borghesi. L’ambasciata degli Stati Uniti emise una richiesta urgente di apparecchiature video aggiornate per le stazioni televisive. Le precedenti leggi anticomuniste impedivano al governo americano di fornire direttamente l’attrezzatura. I cabli dell’ambasciata gongolarono su come la controrivoluzione “permise di perseguire, in molti modi finora impensabili, i nostri obiettivi politici fondamentali in Romania”. Uno di tali obiettivi era il dominio della politica rumena sulle norme legali statunitensi. Il piano di lavoro dell’ambasciata prevedeva la distribuzione di 10000 copie della costituzione nordamericana in lingua rumena ai membri del nuovo parlamento dopo le elezioni. Esperti legali statunitensi “consiglierono” la Romania nella creazione della nuova costituzione e dei codici legali. I politici rumeni di recente conio furono preda dei rappresentanti dei partiti politici e delle imprese private statunitensi. Riunioni commerciali ed economiche convinsero i funzionari rumeni che i benefici economici che gli Stati Uniti potevao offrire dipendevano dal nuovo governo che aderiva alla visione nordamericana delle elezioni e dal rispetto dei cosiddetti diritti individuali sfruttando quelli collettivi. L’esercito statunitense, che aveva già programmato contatti militari, avrebbe trasformato le forze armate rumene in corpo “professionale e non politico” basato su una relazione “comandati-comandanti”. All’improvviso, la Romania indipendente e sovrana divenne una neocolonia degli Stati Uniti. Una nuova legge approvò la proprietà straniera degli investimenti al 100%. Le imprese statali, che alimentavano i generosi servizi sociali del Paese, furono vendute a capitalisti stranieri. Era finita la legge che vietava il debito estero. I negoziati coll’FMI iniziarono nel 1993, coll’obbligo del governo rumeno di immettere la propria valuta nel mercato mondiale, rendendo la Romania suscettibile ai tumulti del capitalismo globale. Nel 1994, metà della popolazione viveva con meno di 160 dollari al mese. I controlli dei prezzi sul cibo furono rimossi. L’inflazione raggiunse il 300 percento. La disoccupazione, che in precedenza non esisteva, perseguitava milioni di persone. Disperate 4 milioni di persone si rivolsero allo schema piramidale chiamato Caritas, autorizzato dal nuovo governo e milioni di famiglie persero un miliardo di dollari. Il leu, la valuta nazionale della Romania, scese a 1748 per un dollaro. La presunta discriminazione delle minoranze etniche fu utilizzata per rovesciare i governi socialisti. Ma i nuovi governi capitalisti si affidarono al sostegno della destra razzista. Violenze fasciste contro rom, ungheresi ed ebrei scoppiarono nel Paese. In un articolo del New York Times del 1993, Henry Kamm descrisse in dettaglio gli attacchi razzisti in rapida ascesa ai rom. Usando un insulto per i rom, Kamm scrisse: “I milioni di zingari dell’Europa orientale sono emersi come grandi perdenti dal rovesciamento del comunismo… Molte protezioni economiche e sociali di cui godevano gli zingari in Ungheria, Romania e Cecoslovacchia crollarono, permettendo òa rinascita del pregiudizio aperto e della persecuzione che segnano la storia dei rom, come gli zingari preferiscono chiamarsi… “

Restaurato il capitalismo, le condizioni sociali si deteriorano
L’obiettivo dei complottardi, nonostante le pretese su “democrazia” e “libertà”, non fu mai migliorare il tenore di vita dei lavoratori rumeni. Per quanto difficili fossero gli anni del razionamento, la qualità della vita dei rumeni oggi è di molto peggiore. Oltre l’85% de contratti di lavoro in Romania ha una paga inferiore al minimo necessario per sopravvivere, anche se i prezzi continuano a salire. Molti hanno lasciato il Paese cercando un futuro economico. Dal 1989 la Romania ha registrato la più alta emigrazione di tutti i Paesi europei: 3,5 milioni di persone fuggirono, oltre 5 volte i morti nella Seconda guerra mondiale. Oggi la diaspora rappresenta un quinto della forza lavoro del Paese. Le società straniere traggono grandi profitti dai salari artificialmente bassi della Romania. La restaurazione del capitalismo ha promesso ricchezza e libertà al Paese, eppure oggi la Romania rimane tra i Paesi più poveri dell’Unione Europea. L’economia e le risorse naturali della Romania furono completamente aperte ai capitali stranieri. Quasi ogni misura industriale che raggiunse il picco tra metà e fine degli anni ’80, raggiunse il fondo dagli anni ’90. Il governo rumeno oggi è fedele all’impero nordamericano. Ora ci sono basi statunitensi nelle campagne e nei porti della Romania. Quando gli Stati Uniti pretesero che tutti i Paesi della NATO contribuissero col 2% del loro PIL, la Romania fu la prima ad aumentare le spese militari. Secondo i resoconti statunitensi, le azioni del governo rumeno dopo gli attacchi dell’11 settembre a sostegno degli interessi statunitensi furono “troppe per essere elencate”. Quando il governo fu rovesciato nel 1989, molti rumeni guardarono al governo degli Stati Uniti con speranza. Erano convinti che gli anni dell’austerità fossero finalmente finiti. Alcuni credevano che ora anche loro avrebbero avuto accesso ad abbondanti beni di consumo e stile di vita nordamericano. Tale falsa immagine dell’abbondanza fu intenzionalmente coltivata dagli imperialisti per indebolire il blocco socialista. Se gli imperialisti potevano convincere i lavoratori degli Stati socialisti che gli Stati Uniti erano la “terra delle opportunità”, indebolivano seriamente la stabilità del socialismo. La sconfitta dei socialisti nella guerra culturale fu un fattore importante nel rovesciamento dei governi socialisti. Di fronte al compito scoraggiante dell’industrializzazione delle società agricole, i governi socialisti dovevano inoltre produrre beni di consumo per la popolazione sotto l’embargo tecnologico ed economico e la costante minaccia di annientamento nucleare. Inoltre, dovettero farlo in pochi decenni. La borghesia, d’altra parte, si era arricchita con secoli di sfruttamento capitalistico, come l’asservimento di milioni di africani e indigeni.
La storia non finì nel 1989. La restaurazione del capitalismo in Romania e nell’ex-blocco socialista portò con sé le proprie contraddizioni intrinseche, destinaeo a riaccendere la lotta di massa. Le parole dell’Internazionale socialista, scritte 150 anni fa e tradotte in quasi tutte le lingue, continuano a ispirare la lotta degli oppressi: “La terra sorgerà su nuove basi; furmmo nulla, saremo tutto”.
Lunga vita alla lotta per il socialismo!Bibliografia
Marcy, Sam. “Colpo di Stato reazionario in Romania“. 4 gennaio 1990.
O?etea, Prof. Andrei. Breve storia della Romania . Edizione inglese a cura di Andrew MacKenzie. Londra, Unified Printers and Publishers, 1985.
Rotaru, Constantin. Socialismo e capitalismo in teoria. Editura Karta-Graphic. Ploie?ti, 2011.
Serbo, Rodica. “Un grande, storico compimento del popolo, per il popolo – Nuove case moderne”. Scînteia. 7 aprile 1989. Citato nel rapporto JPRS: Europa orientale. Foreign Broadcast Information Service.

Traduzione di Alessandro Lattanzio