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Libia: perché la nuova contesa tra Russia e occidente?

Salman Rafi Sheikh, New Eastern Outlook, 1.06.2020

Anche se è già un dato di fatto che la ragione principale dei problemi adella Libia è l’intervento della NATO nel 2011, in sostanza risultato di “fatti” inventati, l’occidente continua a trattare il paese dilaniato dalla guerra come suo esclusivo territorio d’influenza; quindi, la crescente resistenza al potenziale o reale ingresso di qualsiasi nuovo attore, in particolare la Russia, nel Paese, sviluppo che se lasciato “senza controllo”, potrebbe benissimo lasciare l’occidente senza altra opzione se non perderlo gradualmente, proprio come la Siria. È in tale contesto che va compresa la recente narrativa occidentale sul crescente “impegno e attività della Russia” nel Mediterraneo e Medio Oriente. Per l’occidente. Stati Uniti e NATO, una forte presenza russa (militare) in Libia unita al sostegno a Qalifa Haftar consentirà la trasformazione della Libia in “alleato russo” e aprirà la strada a un esercito russo dalla lunga presenza in una regione finora è rimasta fuori dalla sua portata. Ciò, come dimostrano le “preoccupazioni” occidentali, avverrebbe sul modello della Siria, in cui il sostegno russo era non solo un fattore chiave per sconfiggere il piano di “cambio di regime” occidentale, ma anche consentiva di stabilire uno Stato siriano che ne accettava la presenza militare. Per il ministro degli Esteri francese Jean-Yves le Drian, “La crisi [in Libia] si approfondisce. Siamo di fronte alla “sirianizzazione” della Libia “[presumibilmente a causa dell'”intervento russo”]. Il 26 maggio, una dichiarazione insolita rilasciata dal comandante nordamericano di AFRICOM mostrava un “foglio di accusa occidentale” contro “l’attività militare segreta” russa in Libia “probabilmente per fornire supporto aereo ravvicinato e attacchi offensivi” [alla forza di Haftar]. Accusando la Russia di ‘acuire le cose’, la dichiarazione aggiunse inoltre che “La Russia chiaramente cerca di ribaltare la situazione a suo favore in Libia”. “Proprio come si è visto in Siria, espande la sua impronta militare in Africa”, aggiungeva il comandante AFRICOM. AFRICOM non è ovviamente un’entità indipendente e segue Washington. Il 7 maggio, un briefing del dipartimento di Stato USA sulla “presenza russa in Medio Oriente” definiva il piano per “contrastare la Russia” in Medio Oriente, compresa la Libia, come essenziale all’occidente per aumentare la propria presenza militare diretta in Libia, di nuovo. La Russia, come diceva il briefing, conduce un “intervento straniero”, che esacerba le divisioni politiche in Libia. La dichiarazione ovviamente ignorava assolutamente i risultati di un Rapporto parlamentare inglese del 2016 sulla Libia, che diceva che l’intervento della NATO non fu solo sbagliato, ma portò inutilmente il paese al punto di rottura. Ciò del resto fu lo scopo cardine dell’intervento allora e del nuovo intervento che si vuole ora, sempre e ancora il petrolio libico. La NATO fu utilizzata non solo per rovesciare il cosiddetto “regime tirannico” di Gheddafi, ma anche per controllare il petrolio libico con un regime filo-occidentale. La NATO, così com’è, già ha piani per un altro intervento. Solo che questa volta, tuttavia, non hano lo scopo di abbattere un regime ma di sostenere una fazione politica, il cosiddetto governo libico “riconosciuto a livello internazionale” guidato da Fayaz al-Saraj.
Il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, disse al turco Erdogan che “la NATO è pronta ad aiutare la Libia nella difesa e costruzione di istituzioni di sicurezza, in risposta alla richiesta del primo ministro del governo di accordo nazionale di aiutarlo a rafforzare le sue istituzioni di sicurezza. Qualsiasi assistenza della NATO in Libia terrà conto delle condizioni politiche e di sicurezza e verrebbe fornita in piena complementarità e stretto coordinamento con altri sforzi internazionali, compresi Nazioni Unite ed UE”. Di conseguenza, la NATO era già in contatto diretto col politico che attualmente occupa Tripoli, assicurandogli pieno sostegno dell’alleanza militare per “trovare una soluzione politica alla crisi” [una crisi che essi stessi hanno creato]. Certo, trovare “soluzioni politiche” non è compito della NATO e il riferimento alla politica ha solo lo scopo di dare legittimità alle attività della NATO: la presenza militare diretta nel Paese. Di conseguenza, il SG della NATO disse a Saraj di essere “pronti ad aiutare la Libia a costruire la sua difesa attraverso presenza e armi militari dirette] ed istituzioni di sicurezza” [tramite i loro “consiglieri”]. Non si può negare che la Russia abbia profondi interessi politici ed economici in Libia. Tuttavia, mentre la Russia non ha ancora confermato la presenza in Libia, non c’è quasi nulla da dire su Stati Uniti e NATO pienamente preparati a usare il mito della presenza russa e del suo “impatto esacerbante” nel Mediterraneo come mezzo per aumentare la propria presenza militare aiutando il loro uomo a Tripoli. Non è un caso che i Paesi della NATO, compresa la Turchia, ancora in contrasto con NATO e Stati Uniti in Siria, siano dalla stessa parte sull’ambizione di consolidare il loro uomo a Tripoli.

Salman Rafi Sheikh, analista di relazioni internazionali e affari esteri e interni del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio