Violenze armate in Nicaragua: un prodotto importato

Mision Verdad, 24/6/2018

La maniera in cui le forze della destabilizzazione si sono andate manifestando in Nicaragua, negli ultimi mesi, deve inquadrarsi in una regione dove la violenza armata e paracriminale rappresentata da bande come Mara Salvatrucha (MS-13) e Calle 18 (M18), mutazioni da bande di strada a crimine organizzato di livelli medi, serve da pedina nella difesa dell’industria internazionale del narcotraffico. Occupare territorio nicaraguense, estraneo al controllo paramilitare delle sue istituzioni, per la causa del narcotraffico e dei suoi derivati criminali, diventa parte dei motivi per far pressione per il cambio di regime nel Paese.

Origine transnazionale delle bande centroamericane
Le bande in Guatemala, Honduras ed El Salvador, nazioni situate in quello che è conosciuto come il Triangolo del Nord, sono il risultato di Paesi alterati dal destino di repubbliche delle banane che gli USA hanno deciso per alimentare il proprio status di superpotenza. Durante i conflitti armati degli anni ’70 e ’80, più di 1 milione di persone emigrò per le cruente guerre in America Centrale, dove gli USA ebbero un ruolo chiave nel finanziamento dei gruppi mercenari; ricordiamo i Contra, per evitare l’arrivo al potere o il consolidamento nel caso del Nicaragua, di governi alternativi. Questa è la principale causa che determinò in sostanza la storia contemporanea del Centro America, lì dove la violenza degli anni ’70 si unì, nello stesso percorso e sullo stesso piano, con la terribile ondata di violenze che attualmente affligge il Nicaragua. Ritornando all’emigrazione forzata. Chi si recò verso il nord del continente americano, costretto alla clandestinità si addestrò alle pratiche della criminalità comune, del vandalismo e del narcotraffico per sopravvivere alla violenza quotidiana. Nel 1996 fu attuata, negli USA, la deportazione degli immigranti. Di conseguenza, 200000 cittadini, un quarto dei quali imprigionati per associazione alla cultura delle bande, furono trasferiti in Honduras, Guatemala ed El Salvador. Lì iniziò la transnazionalizzazione delle Maras, una delle forme sociali più famose della criminalità ad ampio spettro. I gruppi violenti assorbirono le bande locali e importarono i codici di un’elevata violenza criminale organizzata, con l’aggiunta del flusso di armi acquisite illegalmente negli stati di confine degli USA. In tale contesto si pone il trionfo e sviluppo della rivoluzione sandinista che affrontò la sua condizione o fatalità, a seconda come la si vede, geopolitica: essere nel corridoio del traffico di droga dalle Ande ai grandi mercati delle città degli USA.
L’approccio ideologico con cui il Nicaragua affrontò la penetrazione di bande criminali è in disaccordo con le soluzioni caldeggiate dalla Drug Enforcement Agency (DEA) e applicate nei Paesi del Triangolo del Nord, decimati da MS-13 e M18. Lo Stato nicaraguense ha affrontato bande locali meno violente con una articolazione tra forze di sicurezza nazionale e cittadinanza, formando gruppi di vigilanza comunitaria e identificando e smobilitando tempestivamente gli agenti del caos nei quartieri e nelle località, al fine di diminuire le violenze nel Paese. Il risultato è così evidente che alcuna organizzazione mondiale ha potuto negare l’eccezionalità coi vicini di confine: il Nicaragua è noto come il Paese più sicuro del pianeta. Tuttavia, il rafforzamento delle Maras nelle deboli strutture statali del Triangolo del Nord, che si sono professionalizzate espandendo la partecipazione ad attività di estorsione, crimine organizzato e traffico droga e di persone, ha intensificato nel Paese l’importazione di cellule legate al banditismo regionale. Lugareños de Soto e San Lucas, città confinanti con l’Honduras, soffrono dell’intervento di tali bande nella vita quotidiana. L’arresto, nel 2017, di Sergio Umaña, presunto capo del MS-13, accusato di riciclaggio di denaro e traffico internazionale di stupefacenti, è l’antecedente più noto di una serie di arresti nei dipartimenti di confine del Nicaragua che confermano l’acquisto di immobili e risorse logistiche, così come le intenzioni di stabilire cellule dell’organizzazione nel Paese.

Torture, incendi e omicidi: emulazione di cellule paramilitari
Ora, con l’emergere di manifestazioni apparentemente pacifiche nell’aprile 2018, utilizzando il modello della rivoluzione colorata come linea di azione per forzare il cambio di regime, si fissa il collegamento degli operatori intellettuali coi gruppi paramilitari che intensificano il conflitto a un livello maggiore di violenza politica. Mentre prendono ed occupano territori avvalendosi del caos, la campagna mediatica iniziale che copre con manto civico i gruppi violenti e ricicla i protagonisti degli eventi imputati al governo di Daniel Ortega. In Venezuela, ad esempio, il piano del golpe colorato fu gestito con il supporto del paramilitarismo colombiano, specialmente nei punti caldi della guarimba negli stati di confine come Táchira e Zulia. In Nicaragua, sono le bande e le Maras, costituite nei Paesi vicini, ad accorrere all’appello degli interessi transnazionali. È proprio il loro modo di operare che suggerisce la sua paternità della scia d’orrore di oltre 170 morti dovuti alla guerra irregolare in corso.
Le somiglianze nei modi di agire dei gruppi criminali nel svilupparsi del conflitto nicaraguense, e delle cellule banditesche nelle regioni di confine, si osservano nell’uso di omicidi mirati, estorsione, saccheggi di uffici, controllo delle vie di comunicazione ed estorsione alla cittadinanza. Modus operandi che li identifica. Le denunce via Twitter della giornalista Madelein García sono testimonianza delle forme di tortura che i gruppi violenti usano per danneggiare la popolazione. Seuqestrare ed imbavagliare le vittime per picchiarle, minacciandole di morte e registrare le azioni che successivamente diffondono sui social network, evocano le tattiche terroristiche che le bande paramilitari applicano in altri Paesi. Alla fine dello scorso anno, membri di MS-13 registrarono e poi pubblicarono sui social network tortura e successivo omicidio di un minore, un caso che non solo ebbe impatto sull’opinione pubblica ma che servì da propaganda affinché il MS-13 soverchiasse la capacità della polizia delle autorità salvadoregne. In diversi dipartimenti, che soffrono le vessazioni di tali agenti esterni alla comunità, hanno denunciato questi gruppi che, con l’indulgenza di rappresentanti dell’opposizione politica, organismi non governativi e Chiesa cattolica, prendono il controllo delle vie di comunicazione, impongono l’assedio, saccheggiano piccole imprese ed estorcono gli abitanti. A León, nel dipartimento nord-occidentale del Nicaragua, si è registrata la presenza di gruppi incappucciati ed armati che compaiono nelle proteste e aprono il fuoco contro i manifestanti. L’imposizione degli scioperi nazionali come misura di pressione fu una strategia utilizzata dalle bande nel 2015 contro il governo salvadoregno, costringendo allo sciopero dei trasporti minacciando di uccidere chiunque si opponesse. Inoltre in Nicaragua si ebbero appelli a bloccare le strade ed istituire barricate. A Madriz, l’FSLN denunciava attori estremisti associati alla leadership dell’opposizione minacciavano ed estorcevano la popolazione con armi da fuoco per il rifiuto di unirsi alle barricate per paralizzare il Paese.
L’intimidazione, adottando il linguaggio belluino nell’ambiente nicaraguense, si realizza infiltrando nel territorio tali eserciti non regolari destinati al cambio del potere politico. Produrre confusione tra aggressori e responsabili del conflitto fa anche parte dei compiti del paramilitarismo nel comune di Yalaguina. Furono arrestati tre uomini armati che gestivano una barricata degli oppositori, uno di loro, di nazionalità honduregna, è possibilmente legato alla Mara nel suo Paese. L’omicidio di determinate persone che alimenta lo scontro dei gruppi di opposizione ed il discredito del dialogo invocato dallo Stato nicaraguense, si alterna alla permanenza del vandalismo interno che contenga, attraverso l’instaurazione del terrore, le organizzazioni delle comunità che ristabilivano la normalità nelle proprie località.[…] I focolai di violenza, maggiori nelle regioni centrali e settentrionali del Paese, sono aumentati vertiginosamente a giugno, con un aumento degli assassini di membri delle forze di sicurezza, dirigenti di movimenti politici, istituzioni pubbliche ed organizzazioni sociali, così come dei casi di incendi di case, scuole ed ospedali. L’apice degli attacchi si concentrava nell’est della capitale, Managua, quando nello stesso giorno si è registrava la morte di 7 persone, tra cui due minori, dovuta all’incendio di una casa privata, provocato nelle prime ore del 16 giugno, da gruppi violenti, e l’omicidio di Francisco Ramón Araúz Pineda e Antonio Fernández, che cercavano di superare una barricata. Arauz fu inoltre bruciato dai terroristi che ripresero l’azione. Il 21 giugno i Vigili del Fuoco contarono 54 incendi a strutture, 30 dei quali causati da vandali incappucciati.

Subdoli interessi sulla scena internazionale
I media privati, che riportano gli eventi vittimizzando i violenti, diffondendo accuse senza chiare prove ed approfittando della vittime dei terroristi, appella all’ignoranza degli spettatori internazionali per spacciare la narrazione delle violazione dei diritti umani da parte delle istituzioni governative. Ma la minima immersione nella catena di eventi che ha deteriorato una regione esemplare nel campo della sicurezza nazionale, rende impossibile associare il governo che ha diretto le politiche volte ad isolare la criminalità nel Paese che gli USA hanno imposto all’America Centrale. Tale stato di orrore permanente, che in Nicaragua apre una parentesi sulla normalità che i movimenti sociali sandinisti avviarono negli anni ’90 nel territorio, è il flagello quotidiano delle nazioni confinanti e che i propagandisti della democrazia occidentale omettono. La violenza politica degli anni ’70 e ’80 è divenuta violenza criminale di bande sotto la copertura e il disinteresse di settori corrotti dello Stato. 52 omicidi in un solo giorno fu la cifra più letale in El Salvador nel 2015. 7172 omicidi furono il bilancio annuale del 2012 in Honduras. Una giornata storica per il Guatemala, che ha un tasso di 75 omicidi ogni 100 mila abitanti (tre volte la media annuale della regione) è che passino 24 ore senza che se ne verifichi uno. Espandere la configurazione criminale di questo triangolo, per contribuire al rovesciamento di Daniel Ortega, è questione di finanziamento ai giusti vassalli.
Ricordando Siria e Libia, lontane per distanza ma vicine nelle intenzioni del potere de facto di smantellare gli Stati dei Paesi periferici; un piano politico che non conosce confini e che si adatta alle caratteristiche territoriali e culturali del luogo aggredito. Gli agenti, chiamati Stato Islamico o Mara Salvatrucha, costruiti in aree balcanizzate, sono funzionali alla disorganizzazione dei territori e possono fungere da attori non statali nelle pretese, sempre più urgenti e meno efficaci, dell’ordine mondiale occidentale d’instaurare uno stato d’eccezione globale. Proprio con la deportazione di massa degli anni 90, il sincretismo con le violenza criminale negli USA, la megapiazza del narcotraffico che si consolidava a Los Angeles con il rispettivo cordone ombelicale in America centrale, e la trasformazione del centroamericano precarizzato dai conflitti in un lavoratore dell’industria del narcotraffico, si sono gettate le basi per decapitare, al momento giusto, i Paesi che ancora resistono a divenire una fabbrica d’assemblaggio o che pongono argini alle rotte del narcotraffico da cui dipendono gli USA, che siano il governo o la malata e devastata popolazione.

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