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L’affermazione sbagliata secondo cui la Cina ha “tradito” il socialismo

Rainer Shea, 27 maggio 2020La scorsa settimana, la Casa Bianca di Trump annunciava ufficialmente l’inizio della guerra fredda con la Cina. In un documento intitolato “Approccio strategico degli Stati Uniti alla Repubblica popolare cinese”, promise che l'”approccio transazionale” della Cina sarebbe stato accolto con “minacce credibili” da Washington e che la Cina sarebbe stata contrastata per “proteggere il popolo, la patria e lo stile di vita americano”. Ciò significa una grande guerra economica contro la Cina, insieme all’escalation della corsa agli armamenti nucleari con la Cina e ulteriori provocazioni statunitensi in territorio cinese. Significa anche maggiore censura contro gli antimperialisti, propaganda sinofobica e persecuzione maccartista dei comunisti. Le tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Cina vanno rapidamente intensificandosi, e questo significa continuo aumento del militarismo e fascismo nel nucleo imperiale. Eppure la sinistra risponde con riluttanza a sfidare la propaganda anticinese, e quindi a sfidare le narrazioni spacciateci da tali direzioni distopiche. Questa complicità è particolarmente presente nei circoli socialdemocratici, anarchici, trotskisti e maoisti, perché tali gruppi tesero a respingere la tesi della Cina come Stato socialista. Le ragioni di tale posizione sono più profonde della propaganda della CIA contro la Cina, sebbene questo sia un fattore che spesso ne influenza le percezioni. Fondamentalmente, non amano il Partito Comunista Cinese perché presumibilmente integra troppi affari privati nell’economia cinese. La premessa della loro affermazione che la Cina è falsamente socialista (o “revisionista”, come i marxisti chiamano la distorsione del comunismo) è che Deng Xiaoping trasformò la Cina in un’oligarchia capitalista con le riforme di mercato. Ogni volta che qualcuno nella comunità comunista esprime questo punto di vista sulla Cina, mi chiedo se mantengano la stessa linea dura quando si tratta di Cuba, RPDC, Vietnam o Laos. I partiti comunisti di questi quattro Paesi fanno lavorare i privati nelle loro economie; Cuba consente attività strettamente regolamentate, il Vietnam utilizza l’impresa privata per far crescere la propria economia, il Laos è aperto e la RPDC ha attuato riforme di tipo cinese per ampliare le opportunità di lavoro per i propri cittadini. Il socialismo puro non è mai esistito in questi Paesi, né in quelli passati; hanno sempre dovuto avanzare verso il comunismo sopravvivendo in un mondo dominato dal capitalismo. Nel 1949, Mao disse che “Per contrastare l’oppressione imperialista e far crescere l’economia arretrata a un livello superiore, la Cina deve utilizzare tutti i fattori del capitalismo urbano e rurale benefici e non dannosi per l’economia nazionale e il sostentamento della popolazione”. I comunisti continuano a dover scendere a compromessi, il che è ciò che motiva la Cina a strutturare l’economia nel modo che segue.
I critici del PCC potrebbero sostenere che l’integrazione degli affari della Cina va oltre a quelli degli altri Stati socialisti. Ma in base a tale ragionamento, esattamente a che punto un comunista può scendere a compromessi con le condizioni materiali per essere un “revisionista?” Nel 2018 il giornalista Travis Jeppesen disse come la RPDC divenne dopo le riforme di mercato: “una delle cose affascinanti della visita della Corea democratica negli ultimi cinque anni è vedere fino a che punto si sa che ci sono sempre più evidenti manifestazioni di ricchezza per le strade di Pyongyang. Sapete, borse Hermes, occhiali da sole Gucci”. Cosa lo separa dalle riforme di mercato “revisioniste” della RPC, dove sono normali anche prodotti capitalistici e una classe economica?
Il fatto che la Cina abbia miliardari, la relazione della Cina con la società Foxconn (tristemente nota per la creazione di reti per la prevenzione del suicidio) e il mercato azionario cinese furono spesso indicati come giustificazioni per considerare il PCC anti-socialista. Ma questo solo perché la sinistra anti-cinese sceglie di considerare tali cose come peccati, piuttosto che aspetti di una realtà complessa e sfumata. I miliardari cinesi non possono controllare il processo politico del loro Paese come fanno i miliardari nordamericani, e questo comportò detenzione od esecuzione di numerosi miliardari cinesi. I critici dei cinesi non menzionano che Foxconn è taiwanese, non cinese, né che il tasso di successo tra i lavoratori della Foxconn in Cina è inferiore alla media nazionale. E la Cina può avere un mercato azionario, ma in un Paese in cui la proprietà pubblica domina ancora e in cui lo Stato è responsabile dell’economia. Tali dettagli sono il risultato essenziale del perché la Cina è socialista: ha uno Stato operaio. La classe operaia cinese, tolta dalla povertà a centinaia di milioni dalle riforme del Deng, esercita molta più influenza sulla politica dei capi e miliardari. Nonostante gli sforzi per rappresentare la Cina come dittatura, tutti i cittadini cinesi maggiorenni hanno il suffragio e possono votare alle elezioni in cui i candidati non sono decisi da ricchi oligarchi come nel sistema politico statunitense. Questa realtà sul sistema politico cinese dimostra che la Cina soddisfa i criteri della dittatura del proletariato, elemento cruciale di uno Stato socialista. La presenza di un’economia parzialmente capitalista non rende meno reale la dittatura del proletariato, e nessun marxista-leninista che abbia compreso le condizioni materiali ha mai messo in discussione questo. I presunti socialisti che affermano che un Paese non può essere socialista se non ha un’economia puramente socialista sono o socialdemocratici, anarchici e i comunisti di sinistra, i cui obiettivi non si allineano nemmeno all’agenda della rivoluzione proletaria.
Alla luce di questi fatti, i maoisti che si oppongono al PCC hanno un argomento: che le riforme di Deng annullarono la dittatura del proletariato cinese . Ma ciò che Deng fece dopo la morte di Mao non era pari a ciò che fece Khrushjov dopo la morte di Stalin. Oltre ad aprire l’URSS agli interessi capitalistici quando le condizioni materiali probabilmente non lo richiesero, Khrushjov realizzò un cambiamento nel sistema politico russo che definì esplicitamente fine della dittatura del proletariato. Ma Deng disse che “Non faremo al Presidente Mao ciò che Khrushjov fece a Stalin”, una promessa che mantenne non eliminando la dittatura del proletariato o portando avanti una campagna di de-maoificazione. Non si cade nei tentativi delle fazioni di ultrasinistra di trasformare il movimento comunista mondiale contro la Cina. Gli argomenti di tale fazione scoraggiano un’analisi materialista a favore di una idealista, e questo aiuta solo le forze dell’imperialismo e della reazione capitalista. Non c’è da meravigliarsi che i media imperialisti abbiano cercato di mettere i maoisti contro la Repubblica Popolare Cinese o di sostenere che Mao avrebbe sostenuto le proteste fasciste e scioviniste coloniali di Hong Kong; vogliono dividerci ed lasciarci senza un quadro completo di cosa significhi costruire il socialismo. La natura di tale visione antimaterialista della Cina è evidente dalla valutazione di Lenin su come i marxisti-leninisti dovrebbero vedere l’idealismo: “L’idealismo filosofico è un’assurdità solo dal punto di vista del materialismo grezzo, semplice e metafisico. Dal punto di vista del materialismo dialettico, d’altra parte, l’idealismo filosofico è uno sviluppo unilaterale, esagerato, sviluppo (inflazione, estensione) di una delle caratteristiche, aspetti, sfaccettature della conoscenza, ad assoluto e divorziato da materia e natura, in apoteosi”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio