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L’aquila e il Drago

Bruno Guigue 27 maggio 2020La propaganda anti-Pechino scatenata negli Stati Uniti ha portato il capo della diplomazia cinese a denunciare “certe forze politiche nordamericane prendore in ostaggio le relazioni tra Cina e Stati Uniti e spingere i nostri due Paesi sull’orlo di una nuova Guerra fredda”. Una rispostaa insolita che arriva poco dopo la dichiarazione di Donald Trump che accusa il governo cinese di aver commesso un “omicidio di massa” lasciando che il Covid-19 si diffondesse. La critica reciproca tra Pechino e Washington non è nuova, ma l’innovazione semantica evidenziata dalla risposta cinese non è banale. Passando a un nuovo corso simbolico, questo scambio verbale è effettivamente all’incrocio di due tendenze contraddittorie.La prima è la radicalizzazione ideologica della presidenza di Trump. Eletto per ribaltare l’economia invertendo la tendenza alla deindustrializzazione, l’inquilino della Casa Bianca sa che i risultati che presenterà agli elettori il prossimo novembre non sono entusiasmanti. Il disavanzo commerciale con la Cina si è ridotto nel 2019, ma dopo un aumento nei due anni precedenti. Con la recessione economica, il deficit di bilancio raggiungerà cime senza precedenti. La gestione disastrosa della pandemia e i suoi 100000 decessi saranno a carico dell’attuale amministrazione. In breve, Trump è in gravi difficoltà e gli è indispensabile ricorrere a qualcosa di vecchio come la politica: la nomina di un capro espiatorio. Per svolgere tale ruolo a dispetto di se stesso, Pechino è disponibile. Dopotutto, il nuovo virus dovrebbe provenire dalla Cina (anche se è sempre meno sicuro), ed è sufficiente chiamarlo “virus cinese” per instillare nell’opinione pubblica l’assurda idea che la Cina ne sia colpevole. Nessuno avrebbe mai pensato di commettere tale confusione nelle crisi precedenti (HIV, SARS, Ebola, H1-N1, mucca pazza, ecc.), ma gli USA sono essenzialmente il Paese in cui nulla è impossibile. Dopo aver pronunciato tutto e il contrario di tutto, si è congratulato con Cina e OMS prima di stigmatizzarle, ha deriso le misure di protezione e inviato a manifestare contro il contenimento antivirus con le armi in mano, Donald Trump ha finito per chiedere il risarcimento da Pechino per compensare l’effetto disastroso della sua negligenza, persino e peggio, della sua indifferenza verso il destino delle vittime. Perché gli Stati Uniti, va ricordato, è uno dei pochi Paesi in cui era aperta la raccomandazione a far prevalere la crescita economica sulla salute pubblica. Quando il vicegovernatore del Texas disse che i vecchi andavano sacrificati all’economia, rivelò il profondo pensiero di un’oligarchia che annega ogni considerazione umana “nelle gelide acque del calcolo egoistico”, come diceva Marx. Profondo disprezzo eugenetico per i deboli dei neoliberisti, i cui risultati si vedono negli Stati Uniti, dove il massacro che colpisce gli afroamericani più anziani parla di una società divorata dai vermi. Il fatto che l’aspettativa di vita media diminuisca e che i poveri non abbiano accesso alle cure non è importante. Per Washington, la causa è chiara: è colpa dei comunisti cinesi che dicono sempre bugie, mentre gli USA sono un Paese i cui capi, guidati dall’irremovibile fede nella democrazia, dicono sempre la verità alle buone persone.
Tuttavia, tale radicalizzazione di Donald Trump in uno stato d’isteria pre-elettorale, ovviamente, arriva a colpire l’ascesa al potere di una Cina che non intende porgere la guancia. Questo Paese ha da tempo adottato sulla scena internazionale un profilo basso che caratterizzava l’inflessione della sua politica economica: era necessario attrarre nel Paese capitale e tecnologie che gli mancavano. La Cina quindi lasciò la politica internazionale per dedicarsi al proprio sviluppo. Giocò alla globalizzazione degli scambi rinunciando a qualsiasi iniziativa che offendesse l’occidente. Ma quei giorni sono finiti. Dal 2014, è la principale potenza economica nel mondo calcolando il PIL per parità di potere d’acquisto. Accumulò capitali vertiginosi, comprovò abilità nell’innovazione, nella costruzione di attrezzature colossali e nelle alleanze consolidate. Non esiste alcun esempio nella storia in cui tale ascesa delle capacità materiali di un Paese non tracimi in un modo o nell’altro nella sfera geopolitica. Questo accade ora al “Paese di mezzo”. Questo impero senza imperialismo non fa guerre da 40 anni, non impone embargo ad alcuno e non finanzia alcuna organizzazione sovversiva in alcun Paese. Il sacrosanto principio della sua politica estera può essere riassunto in quattro parole: rispetto della sovranità nazionale. La Cina si astiene dall’intromettersi negli affari altrui e non tollera alcuna interferenza straniera nei suoi confronti. Qualsiasi intrusione nei suoi affari interni, Hong Kong o Xinjiang, verrà combattuta senza mezzi termini. Ma la Cina intende anche rispettare gli impegni cogli alleati: quando Washington priva i bambini venezuelani delle medicine, la Cina invia immediatamente decine di tonnellate a Caracas. Conosciamo il valore della diplomazia occidentale dei diritti umani e quella della Cina regge il confronto.
Ciò che rende il nostro tempo così eccitante è che vede l’intersezione pericolosa del declino nordamericano e della spinta cinese. Siamo entrati in una zona di turbolenza da cui esistono due vie d’uscita. Aggravamento delle tensioni coll’effetto di rilanciare la corsa agli armamenti. Questa è la strategia di Trump e di chi lo vedo come l’avversario dello “stato profondo” dimenticando che alcun altro presidente ha servito meglio il complesso militare-industriale. Ma tale militarizzazione delle relazioni internazionali non va da nessuna parte. La guerra con la Cina non ci sarà, poiché significherebbe distruzione reciproca. Preferibilmente gli Stati Uniti lo fanno solo coi più deboli, e anche in questo caso riescono a perdere. Anche tale strategia non porterà alla pace, perché la militarizzazione è sempre a scapito dello sviluppo, ed è ciò che rischia di alimentare i conflitti del futuro. L’altra via di uscita dall’attuale confronto è lasciare che il tempo lavori. Questa sarà ovviamente la strategia cinese. Dopotutto, il mastino di Washington può abbaiare quanto vuole. La cosa principale è il movimento in profondità, lontano da tale agitazione superficiale cara alle democrazie, lontano dallo spettacolo politico che amano. Mentre gli occidentali sono alienati a breve termine, i cinesi eccellono nella gestione a lungo termine. La loro strategia mirerà soprattutto a evitare conflitti ad alta intensità. Non impedirà l’espressione di controversie, ma inibirà la degenerazione nella lotta armata. A cosa serve affrettare le cose, quando l’evoluzione del mondo erode le prerogative di un impero in declino? Questa strategia della maturazione conta su “trasformazioni silenziose”, per usare l’espressione del filosofo François Jullien. Lascia che arrivi lentamente, invece di cercare di trarne un vantaggio immediato. Sapendo che il cambiamento del mondo è irreversibile, la Cina parteciperà alle crisi nervose degli USA in declino. Ci sarà la solida pazienza del Drago di fronte alla vana impetuosità dell’aquila.

Traduzione di Alessandro Lattanzio