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Perché le petroliere iraniane per il Venezuela spaventano Washington

Vijay Prashad, Peoples Dispatch 26 maggio 2020Vijay Prashad sull’importanza dell’arrivo delle petroliere dall’Iran al Venezuela tra le crescenti tensioni globali.
La prima petroliera proveniente dal porto iraniano di Bandar Abbas nei Caraibi si chiama Fortune. La nave entrò nelle acque venezuelane il 24 maggio e fu scortata dalla Marina Militare e dall’Aeronautica militare venezuelane al terminal petrolifero di Puerto Cabello; la benzina rifornirà la raffineria di El Palito. Una seconda petroliere è entrata nelle acque venezuelane il 25 maggio e altre tre arrivano. Il governo venezuelano pagò la benzina a prezzi di mercato; in un altro mondo, sarebbe una normale transazione commerciale. Non in questo mondo. Ad aprile, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ordinò alla Marina nordamericana d’inviare navi nei Caraibi presumibilmente in missione anti-droga. Tali navi avevano minacciato l’embargo sul Venezuela. Si temeva che mentre le petroliere iraniane si avvicinavano alle coste venezuelane, le navi da guerra statunitensi le avrebbero sfidate. A quanto pare, la Marina nordamericana non è intervenuta. Fu evitato un grave incidente internazionale. Il motivo per cui gli Stati Uniti non bloccavano le navi iraniane non ha a che fare solo con Iran o Venezuela, ma con la presenza della Cina dietro entrambi i Paesi. La Cina ha profondi legami commerciali coll’Iran e ha gradualmente sviluppato tali legami col Venezuela. Durante la pandemia globale, la Cina ha effettuato rifornimenti vitali in entrambi i Ppaesi. Ma, soprattutto, alle Nazioni Unite la Cina era apertamente contro la politica di cambio di regime guidata dagli Stati Uniti contro entrambi gli Stati. Fu questo scudo cinese che ha permesso alle petroliere di attraversare quello che è effettivamente il blocco navale statunitense del Venezuela.

Belluismo
Trump è di umore belluino. La sua lingua contro la Cina si è acuita. Il comando indo-pacifico dell’esercito degli Stati Uniti ha pubblicato un documento chiamato “Riacquistare il vantaggio”, che espira fuoco; suggerisce che gli Stati Uniti debbano fare di tutto per impedire alla Cina d’impossessarsi delle proprie coste. Una serie di nuove armi, incluso un missile da crociera ipersonico, minaccia quelle stesse coste (quando dispiegano tale missile su un sottomarino, ci vorranno meno di 15 minuti per colpire la Cina). Questi sono sviluppi inquietanti. Niente nel comportamento di Trump nei confronti della Cina suggerisce che farà qualcosa di meno che far arrivare gli Stati Uniti in una sorta di scontro col Paese. E più Trump minaccia la Cina, e più accumula risorse militari statunitensi lungo le coste cinesi, maggiori sono le possibilità che la Cina reagirà a Taiwan, provocando in altre parole un conflitto di cui il mondo non ha proprio bisogno. Trump usa il linguaggio delle minacce e dei conflitti come mera arma nella guerra commerciale? È solo un discorso avventato per migliorare la posizione degli Stati Uniti nel tentativo d’impedire alla Cina di affermarsi come un pilastro importante degli affari mondiali? O Trump intende una “guerra limitata?” Vale la pena diffidare delle azioni del governo degli Stati Uniti, in particolare dell’amministrazione Trump.

Bipolarismo
Non è corretto vedere “l’ascesa della Cina” come minaccia al potere preminente degli Stati Uniti. Non vi è alcun apprezzabile “declino degli Stati Uniti” nel nostro tempo, poiché gli Stati Uniti rimangono la forza militare più potente e responsabili delle principali istituzioni economiche (principalmente col potere del dollaro come valuta mondiale e il controllo del Fondo monetario internazionale dal ministero del Tesoro USA). Tuttavia, gli Stati Uniti non sono pronti a tollerare l’avvento della Cina come secondo polo economico importante. La Cina continua a indicare che non vuole conflitti cogli Stati Uniti. Il governo ha ripetutamente affermato di non avere interesse all’escalation e di premiare la stabilità. Il settore manifatturiero cinese è cresciuto considerevolmente e rimane il Paese industriale più potente del mondo. I tentativi degli Stati Uniti di riorganizzare la catena di approvvigionamento globale nel mezzo del COVID-19 escludendo la Cina non funzioneranno a breve o medio termine; l’economia mondiale si basa sulla produzione cinese e molti Paesi non tollereranno un embargo a lungo termine sulle fabbriche cinesi. È questa dipendenza dal potere industriale cinese che ha inaugurato un nuovo ordine mondiale bipolare piuttosto che unipolare.

Legami della Cina con Iran e Venezuela
Anche due decenni fa, la Cina si oppose a qualsiasi confronto diretto cogli Stati Uniti. Nel 1999, i bombardieri statunitensi, sotto il comando della NATO, colpirono l’ambasciata cinese a Belgrado; Stati Uniti e NATO dichiararono che si trattò di un attacco accidentale, qualcosa che sostengono finora (nonostante le prove dimostrino che si trattava di un attacco deliberato). Per quattro giorni, il governo cinese autorizzò le proteste anti-statunitensi in Cina, ma poi tutto fu zittito (gli Stati Uniti pagarono un risarcimento). Non fu detto altro. Alcun comportamento del genere è presente ora. Se un simile incidente si verificasse in questo momento, la Cina non lo tollererebbe; lo renderebbe incidente internazionale, sollevando la questione al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, in cui la Cina è un membro permanente. La diplomazia più visibile della Cina dalla parte dei palestinesi, specialmente quando Trump spinse il governo israeliano a rafforzare le politiche annessioniste contro i palestinesi, è un segno delle ambizioni cinesi più esplicite in difesa di chi è sotto il tallone del potere nordamericano. Sempre più la Cina sostiene Iran e Venezuela contro gli Stati Uniti. La Cina ha profondi legami economici coll’Iran, che è al centro dell’iniziativa Belt and Road. Xu Bu, Ambasciatore della Cina in Cile, espresso apertamente critiche al segretario di Stato nordamericano Mike Pompeo e alla retorica anti-cinese che gli Stati Uniti cercano d’istigare in America Latina. Nel quotidiano cileno La Tercera, Xu Bu definiva Pompeo “bugiardo”; queste sono parole forti nel mondo della diplomazia. La Cina, scrisse era attivamente impegnata in Sud America a vantaggio della Cina e dei singoli Paesi; questo è lo stesso argomento che i diplomatici cinesi usano coll’Iran. Sia in Iran che in Venezuela, la Cina ha fornito assistenza per affrontare il COVID-19; inviò personale medico e attrezzature. Vi sono tutte le indicazioni che la Cina abbia messo piede per far capire a Washington che è sostiene i governi di entrambi questi Paesi.

Petroliere
Le cinque petroliere iraniane lasciarono Bandar Abbas con bandiere iraniane sventolanti e i radar accesi; non c’era alcun tentativo di dire che non sarebbero andati direttamente dove sono arrivate. Annunciarono la destinazione e attesero. Ciò è molto diverso dal viaggio della petroliera iraniana Grace nel Mar Mediterraneo verso la Siria; la nave fu detenuta dalle forze britanniche a Gibilterra nel 2019 e divenne un incidente internazionale. Questa volta non è successo niente del genere. È improbabile che gli Stati Uniti avrebbero permesso a queste navi di entrare nelle acque venezuelane se non avessero avuto l’impressione di avere il sostegno della Cina (e della Russia). Non c’è dubbio che Washington, nonostante i tentativi di cambiare l’equilibrio delle forze nel mondo, ha dovuto fare i conti con la decisione della Cina di sostenere il governo in Venezuela e in Iran. Le guerre ibride statunitensi continueranno; la retorica belluina nordamericana continuerà; Le spese statunitensi in armi oscurando il resto del mondo in termini militari continueranno; tutto questo è vero. Ma, allo stesso tempo, gli Stati Uniti hanno dovuto accettare che non potranno agire facilmente se la Cina decide di costruire uno scudo attorno determinati Paesi. La prova di ciò si ebbe quando la Fortune navigava per il Venezuela.

Vijay Prashad è storico, editore e giornalista indiano. È principale corrispondente di Globetrotter, progetto dell’Independent Media Institute. È caporedattore di LeftWord Books e direttore di Tricontinental: Institute for Social Research. Ha scritto più di venti libri, tra cui The Darker Nations e The Poorer Nations. Il suo ultimo libro è Washington Bullets, con un’introduzione di Evo Morales Ayma.

Traduzione di Alessandro Lattanzio