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Reazione e rivoluzione in America Latina: l’unione civile-militare venezuelana

Arnold August, Internationalist 360°, 22 maggio 2020Il consolidamento dell’unione civile-militare venezuelana è fondamentale per sconfiggere i tentativi golpisti degli USA. La rivoluzione tiene il passo, non solo in Venezuela ma in tutta la regione Nell’ottobre 2019, quando un’ondata di proteste investì il Cile, il presidente Sebastián Pinhera chiamò l’esercito invocando la clausola dello “stato di emergenza” della Costituzione. L’immagine dei soldati nelle strade e l’applicazione del coprifuoco immediatamente evocarono una storia buia. Da allora, la maggior parte della sanguinosa repressione fu attuata dalla polizia nazionale, che riferiva ai capi militari di Santiago, Valparaíso e altre città in stato di emergenza. Tali situazioni sono opprimenti non solo in America Latina ma anche in Paesi come il Canada, dove Pinochet fa parte della memoria collettiva tramandata da una generazione progressista che si oppone al suo orrore fino ai discendenti. L’esperienza rimane vivida anche nelle venti dei canadesi e dei quebecois di origine cilena che fuggirono dalla dittatura di Pinochet. Allo stesso tempo, in Colombia, come in Cile, rivolte e scioperi hanno dovuto affrontare le forze armate, direttamente o indirettamente. In Brasile, la resistenza popolare al governo di Bolsonaro è onnipresente da quando ha vinto le elezioni del 2018, in seguito alla detenzione del suo principale avversario, Lula da Silva. In Bolivia, lo scenario è diverso: Stati Uniti ed alleati, sostenuti dall’esercito, fomentarono un colpo di Stato basato sulla menzogna che l’elezione di Evo Morales fosse stata fraudolenta. È noto che i capi dell’esercito coinvolti nel colpo di Stato furono addestrati presso la School of the Americas negli Stati Uniti.
Le esperienze di Colombia, Cile, Brasile, Argentina e Bolivia sono tutte in netto contrasto con quella del Venezuela. Anzi, sono all’opposto: reazione da un lato, rivoluzione dall’altro. Non è che gli Stati Uniti non abbiano tentato di sovvertire le forze armate venezuelane; infatti, fecero molti sforzi per cercare di trasformarli in una replica delle controparti in quei Paesi in cui la reazione domina. Lo sforzo è fallito. Qual è la spiegazione? Confrontiamo questi diversi casi. In un’intervista online, Claude Morin, ex-professore del Dipartimento di Storia dell’Università di Montreal e forse più noto latinoamericano del Quebec, dichiarò che l’esercito colombiano è composto da soldati addestrati per combattere un’insurrezione, uccidere guerriglieri e commettere massacri contro qualsiasi comunità che possa sostenerli. Le reclute sono condizionate a svolgere tali compiti; cioè vedere i civili come una minaccia. Gli ufficiali sono addestrati dai manuali della US School of the Americas. Nella lotta contro i guerriglieri, l’esercito ha stretto legami con gruppi paramilitari e commesso omicidi. Sotto il mandato dell’ex-presidente Álvaro Uribe, l’esercito riceveva premi uccidendo contadini per poi vestirli come guerriglieri (lo scandalo dei “falsi positivi”). Questa era “un’industria della morte condotta in malafede”, conclude Morin. Fino al 1973, l’esercito cileno era considerato fedele alla Costituzione. Ma, coll’arrivo del governo dell’Unità popolare, l’opposizione degli Stati Uniti al socialismo democratico di Salvador Allende e la polarizzazione della società cilena fece sì che l’esercito si schierasse contro il governo. Pinochet attuò il suo colpo di Stato e stabilì un governo militare radicalmente diverso. I complottardi golpisti scacciarono dall’esercito ufficiali e soldati che si opposero al colpo di Stato, e i successivi atti di terrorismo di Stato causarono oltre 3000 morti o scomparsi. Il corpo ufficiale cileno è sempre reclutato nell’élite, mentre i soldati generalmente nella classe operaia. “Non si fino a che punto l’esercito avrebbe potuto essere il trampolino di lancio verso uno status sociale più elevato”, afferma Morin, “ma credo che le forze armate abbiano inculcato nelle reclute della classe operaia un’ideologia favorevole a élite, oligarchia e status quo”.
Passando all’Argentina, Morin confronta l’ideologia della sicurezza nazionale prevalente durante la “guerra sporca” nel Paese (1976-1984) con quella della Colombia. Alti ufficiali furono reclutati dall’oligarchia; l’anticomunismo era il fattore comune che teneva insieme le fazioni. “I disordini in Argentina negli anni ’60, le autorità anti-peroniste, una successione di governi militari dal 1954 (rovesciamento di Perón) al 1984 (ritorno del governo civile con Alfonsín) e la “guerra sporca” crearono un contesto di repressione di ogni protesta contro l’ordine stabilito, che considerava i manifestanti dei sovversivi”. Come lettore della stampa argentina, Morin conclude che sotto la presidenza di Macri, gli ufficiali poterono mostrare ancora una volta i loro volti, prendendo il posto da baluardo contro la rivolta di massa. Quando il colpo di Stato ebbe luogo in Brasile, l’ambasciatore degli Stati Uniti Gordon fece appello agli ufficiali brasiliani e i golpisti furono rassicurati dalla presenza di navi da guerra statunitensi al largo delle coste. “Stati Uniti e funzionari coinvolti erano preoccupati dai legami di Goulart con Cuba e dal fatto che Che Guevara avesse avuto l’Ordine della Croce del Sud. Anche in questo caso, l’anticomunismo entrò in scena”. In un articolo del 2003, Marta Harnecker affermò che l’esercito venezuelano aveva sette caratteristiche distintive che lo rendevano non solo diverso da quelli sopra descritti, ma quasi l’opposto. Fu il mezzo dell’avanzata naturale al Chavismo. Innanzitutto, ufficiali e soldati venezuelani furono profondamente influenzati da idee e pensiero di Simón Bolívar su sovranità nazionale e popolare. Secondo, i soldati ai tempi di Chávez furono addestrati all’Accademia militare venezuelana, non alla School of the Americas. Terzo, le condizioni storiche erano diverse. L’insurrezione della guerriglia non fu un grosso problema, quindi l’indottrinamento all’ideologia anticomunista della guerra fredda fu assai meno necessario. In effetti, quando la generazione di Chavez entrò nell’accademia negli anni ’70, la guerriglia era già stata sradicata. In quarto luogo, l’esercito venezuelano non era controllato da una casta militare d’élite. In quinto luogo, nel 1989, la rivolta popolare nota come “Caracazo” politicizzò molti ufficiali, rendendoli solidali ad idee di sinistra e ostili all’élite politica. In questo caso, il decennio precedente il Caracazo, descritto dal brusco aumento della disuguaglianza socioeconomica, aveva già iniziato a radicalizzare gli ufficiali di rango inferiore. Infine, la proposta di Chavez di ristrutturare le forze armate dopo l’elezione nel 1998 gli diede nuovo scopo e modo d’incanalare le frustrazioni accumulate nei decenni precedenti.
Queste caratteristiche posero le solide basi del consolidamento dell’unione civile-militare venezuelana e degli accordi per respingere i continui tentativi degli Stati Uniti di rovesciare il governo, da gennaio 2019 ad oggi, confermando così che la rivoluzione vince sulla reazione, non solo in Venezuela ma in tutta la regione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio