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Stalin e la Guerra

Anselmo Santos, Agitacion, Capitolo 19 di Stalin il Grande.Guidare la guerra
Oltre al patto tedesco-sovietico del 1939 che sbalordì il mondo e permise al Paese di guadagnare quasi due anni nella corsa travagliata per sviluppare al massimo l’industria della difesa, un patto che nemmeno il malvagio Khrushjov criticò, Stalin fece un’altra mossa machiavellica con un nuovo tentativo di ritardare la guerra. Nel giugno 1940, Hitler emise la prima direttiva sull’invasione dell’URSS: “Data dell’offensiva: 1 maggio 1941. Durata dell’operazione: cinque mesi. Obiettivo: distruzione delle forze vitali della Russia”. E, a metà dicembre, firmò il piano per l’operazione Barbarossa, che essenzialmente seguiva tale linea guida. All’inizio della primavera, i preparativi procedevano come previsto, e le migliori truppe naziste e le temibili divisioni corazzate che devastarono l’Europa si concentravano al confine. Stalin, consapevole che l’attacco fosse imminente, escogitò un’ultima manovra di ritardo: firmò il patto di non aggressione con la Jugoslavia e organizzò il golpe anti-nazista a Belgrado provocando la furia di Hitler. L’ambasciatore jugoslavo a Mosca, che sapeva tutto, chiese a Stalin preoccupato: “E se i tedeschi si rivoltassero contro di lei?
Lasciateli venire”, rispose con un’alzata di spalle.
Hitler in effetti rispose in modo erroneo: ordinò il rapido trasferimento delle forze corazzate ed invase la Jugoslavia tra sangue e fuoco. Stalin sperava che i nazisti s’impantanassero per mesi: l’operazione non sarebbe stata una passeggiata, e dopo di ciò avrebbero dovuto ricostruire le divisioni malandate e riportarle al confine coll’Unione Sovietica. Questa sarebbe stato alla fine dell’estate e, poco dopo, piogge e fango, la raspútitsa autunnale, avrebbero reso impossibile i movimenti; l’invasione doveva essere rimandata di un anno. Tali alcoli fallirono perché le truppe tedesche, in una delle offensive più brillanti e devastanti, sconfissero la resistenza jugoslava in meno di tre settimane. Ma Barbarossa, inizialmente prevista per l’inizio di maggio, quando il fango del disgelo, la raspútitsa primaverile, scompare, fu ritardata di un mese e mezzo. Hitler e i suoi generali in seguito riconobbero che il tempo perso in Jugoslavia gli impedì di raggiungere Mosca prima della neve.

La tenace conservazione delle riserve
Di fronte all’imminente guerra, Stalin prese un’altra misura drastica, duramente criticata da vari storici e causò grave confusione tra i militari sovietici: rifiutò di “bruciare” il grosso delle truppe nei primi scontri coi nazisti. Tuttavia, fu una decisione saggia, che confermò le sue capacità militari e fece fallire la guerra lampo di Hitler. Le provocazioni tedesche prima dell’invasione avevano lo scopo di terrorizzare il comando nemico e costringerlo ad in inviare il grosso delle forze al confine. Tale idea era la base dell’Operazione Barbarossa: attrarre l’Armata Rossa per circondarla e annientarla nelle posizioni difensive. Questo è ciò che diceva l’ordine di Hitler: “Penetrare le difese sovietiche, assediare e distruggere le forze principali […], inseguire i resti delle forze e occupare Mosca, avvolgendola da nord e sud”. Ma Stalin non cadde nella trappola; seguì il consiglio dell’ammirato Engels alla lettera, nella prefazione di Le lotte4 di classe in Francia (pubblicata per la prima volta integralmente in Unione Sovietica nel 1939): “Non logorare le forze d’urto nelle lotte d’avanguardia; tienile intatti fino al momento decisivo”. Tenne al sicuro enormi forze che usò al momento opportuno, alle porte di Mosca. E lasciò le regioni di confine praticamente indifese con unità incomplete e con materiale obsoleto. Persino centinaia di aerei obsoleti rimasero sulle piste che furono rapidamente distrutti: era molto più importante mantenere in vita i piloti. Anche così, l’eroica resistenza, a costo di perdite terribili; “Le perdite non furono inutili”, commentò Stalin, riuscì a rallentare considerevolmente l’avanzata tedesca. Napoleone impiegò ottantatré giorni per raggiungere il Cremlino, anche se la sanguinosa battaglia di Borodino interruppe temporaneamente la sua marcia; i nazisti impiegarono quattro mesi per raggiungere Borodino e furono fermati prima di arrivare a Mosca. Mentre i tedeschi, bloccati nel fango da ottobre, soffrivano le basse temperature senza abiti invernali, guanti o stivali adeguati, le potenti riserve strategiche di Stalin arrivarono a Mosca. Sorge, la grande spia sovietica a Tokyo, assicurò che il Giappone si preparava a scontrarsi cogli Stati Uniti e non aveva intenzione di invadere la Siberia e combattere su due fronti; in particolare, riferì della conferenza imperiale del 2 luglio, in cui fu adottato il programma di politica nazionale, che espressamente escluse l’intervento nel conflitto tedesco-sovietico. Ciò lasciò Stalin libero di usare le forze di stanza nell’Estremo Oriente sovietico contro i nazisti. E gli stessi convogli che avevano evacuato le fabbriche belliche seguirono dagli Urali al Pacifico per spostare 400000 uomini ben addestrati, un migliaio di carri armati e altrettanti aerei nelle vicinanze di Mosca. La gigantesca operazione fu completata in cinque giorni e l’ultimo treno raggiunse il luogo di concentrazione, a più di ottomila chilometri di distanza, a fine ottobre; solo così diverse unità spostate parteciparono davanti Stalin alla leggendaria parata del 7 novembre 1941, anniversario della Rivoluzione. Non è strano che gli amici di Lazar Kaganovich, duro e tenace Commissario dei Trasporti, responsabile di questo trasferimento vertiginoso e dell’evacuazione dell’industria, lo chiamavano “la locomotiva”; era anche noto come “Lazar di Ferro”.
Nel frattempo, i tedeschi non ebbero dubbi: l’Armata Rossa era finita. Fu uno dei grandi fallimenti dei servizi segreti tedeschi, che non rilevarono il massiccio trasferimento delle truppe e loro concentrazione nei dintorni di Mosca. Il 4 dicembre, il giorno prima dell’inizio dell’assalto sovietico, il feldmaresciallo von Bock dichiarò: “Il nemico di fronte al gruppo d’armate Centro [che comandava] non è in grado, al momento, di organizzare un contrattacco non avendo riserve sostanziali”. Non meno di quaranta divisioni, undici corazzare, le Forze di Riserva del Grande Quartier Generale del Comando Supremo, lo sferrarono poche ore dopo. Hitler aveva ripetutamente assicurato che la guerra sarebbe finita lo stesso 1941 e la Luftwaffe lanciò volantini sulle truppe sovietiche col titolo di un giornale tedesco: “1941. Anno della vittoria totale”. In risposta, i volantini furono lanciati sulle linee tedesche con una grande foglia disegnata al centro, dove era riprodotta la frase precedente incorniciata da un messaggio atroce: “In Russia, le foglie cadute ricoprono soldati morti. E la neve copre le foglie che coprono i soldati morti”. Il messaggio divenne realtà quando le divisioni siberiane apparvero di fronte le trincee tedesche, ben equipaggiate con cappotti di pelle di pecora, valenki, gli stivali di feltro che non lasciavano impronte sulla neve,, cappelli con paraorecchie ed armi eccellenti. Poi, in quel gelido dicembre le foglie non caddero più sui soldati morti, ma solo e soltanto neve. E i temibili siberiani, col loro macabro umorismo, simile a quello degli spagnoli, si divertivano di notte, nella terra di nessuno, a spezzare le membra dei cadaveri congelati per comporne quadri terrificanti: squadre di invalidi; circoli danzanti; ufficiali a quattro zampe o in posizioni oscene. Il corpo di un generale in piedi, con il braccio destro esteso a ovest, sembrava ordinare la ritirata, “salvatevi finché potete”. All’alba, la fanteria tedesca, congelata nelle trincee, non aveva nemmeno tende, terrorizzata, ascoltò il clamore dei sovietici che sparavano follemente contro i sinistri ghiacciai. La testimonianza del fekdmaresciallo Keitel, capo dell’Alto comando tedesco, nel processo a Norimberga non è strana; quando gli fu chiesto quando pensò per la prima volta che l’operazione Barbarossa fosse fallita, rispose bruscamente: “Mosca”.
I più vecchi comandanti sovietici iniziarono la guerra coll’esperienza della guerra civile e delle manovre militari in tempo di pace, ovviamente bagaglio insufficiente per affrontare l’esercito più moderno e potente dell’epoca. Oltre a comprendere la guerra come questione di forza e coraggio, erano piuttosto ignoranti e, sebbene nelle scuole l’odissea della Grande Armée fosse insegnata ai bambini, non capivano la strategia di Stalin, identica a quella di Kutuzov contro Napoleone. Erano convinti che l’aggressione sarebbe stata immediatamente respinta e che la guerra sarebbe continuata nel territorio nemico; non potevano immaginare l’obiettivo perseguito dai nazisti mentre concentravano truppe sul confine senza il minimo occultamento. Invece, i nuovi generali, addestrati nelle eccellenti accademie create da Stalin e che conoscevano la storia militare, riconobbero il successo nel creare riserve potenti e nel mantenerle sotto assoluta segretezza e tenacemente, con sorprendente sangue freddo, fino al momento decisivo. Ciò fu fatto da Zhukov, Vasilevskij e altri generali, che pubblicarono le loro memorie negli anni ’70, due decenni dopo la morte di Stalin. Zhukov disse: “Negli ultimi anni, Stalin è spesso accusato di non aver dato istruzioni per spostare la maggior parte delle nostre truppe dalle profondità del Paese per affrontare e respingere l’attacco nemico. […] Le nostre truppe, insufficientemente equipaggiate con mezzi di difesa anticarro e antiaerea, meno mobili di quelle nemiche, non avrebbero resistito ai potenti e acuti colpi delle forze corazzate nemiche. […] E la situazione che in seguito si creò alle porte di Mosca e Leningrado e nel sud del Paese non era nota”.
Vasilevskij ribadì: “È necessario sottolineare l’importanza impensabile dell’accumulazione tempestiva e dell’uso coerente delle riserve strategiche da parte del comando sovietico. Si può dire senza mezzi termini che, nonostante la grave situazione, a volte critica, ai tempi dell’eroica difesa di Mosca, il Grande Quartier Generale diede prova di grande forza e volontà, conservando le riserve […] per il passaggio dell’Armata Rossa a una determinata controffensiva”.
E Rokosovskij aggiunse: “Per ordine del Quartier Generale Supremo, le forze di riserva si trasferirono a Mosca ed altri distretti minacciati […] per preservarle intatte fino al momento decisivo. Ciò richiese uno straordinario autocontrollo.
D’altra parte, Malinovskij, maresciallo di Stalin recuperato da Khrushjov, e che fu Ministro della Difesa e membro di altre istituzioni statali, mentre molti dei suoi compagni furono licenziati per aver mantenuto la dignità, nel 1961, senza sospettare che il nuovo datore di lavoro sarebbe stato presto espulso, scrisse bassamente: “Il culmine della stupidità di Stalin fu dare alle truppe l’ordine di rimanere… lontane dal confine anche quando c’erano prove assolute dell’attacco preparato da Hitler”.

La direzione della guerra
Stalin, che era capo del governo da maggio, concentrò tutto il potere nelle sue mani non appena si verificò l’attacco tedesco: Commissario alla Difesa, Presidente del Comitato della Difesa dello Stato, leader supremo. Immediatamente, come affermò Zhukov, la sua mano forte si sentì ovunque. Guidò la guerra sin dal primo giorno in diretto contatto coi generali: il Grande Quartier Generale era in realtà il suo ufficio. Stalin studiò in dettaglio tutte le operazioni e decise personalmente il nome delle grandi offensive. Nella sua mania per tutto ciò che era grande, concepì l’idea di sostituire il nome Gruppo d’Armate con un altro più enfatico e scioccante: Fronte. Nelle fasi successive della guerra, intervennero non meno di dieci fronti, alcuni con più di un milione di soldati, sei di essi comandati da giovani e brillanti marescialli di Stalin. Raramente delegava: anche durante le conferenze di Teheran e Jalta rimase in stretto contatto con Mosca e continuò a prendere, da leader supremo, le decisioni militari più importanti; lo fece insieme alla famiglia, durante il programma notturno, da mezzanotte alle cinque del mattino. Contrariamente all’abitudine, doveva alzarsi alle nove perché le sessioni plenarie iniziavano alle dieci. Nell’attesa tesa dei giorni che precedevano l’invasione, fu dato l’ordine che i comandanti d’armata stazionati sul confine e i loro Capi di Stato Maggiore non dovevano lasciare i posti di comando. Non è vero, come affermano alcuni, che nella notte del 21 giugno questi comandanti dormivano o si divertivano senza preoccupazioni. Ma il Generale Pavlov, a capo del Fronte occidentale, stufo di così tante ore morte, commise il grave errore di andare a teatro proprio quella notte. Si trasferì a Minsk, capitale della Bielorussia, a più di 200 chilometri dal confine, per vedere un musical patriottico molto popolare. In pieno svolgimento, il suo capo dl’intelligence entrò e gli sussurrò che l’attacco era imminente. Pavlov, scrollando le spalle, rispose: “Assurdità!”; e continuò come se nulla fosse fino alla fine dello spettacolo. Non tornò al posto di comando che alle quattro del mattino, quando le truppe tedesche già entravano nel territorio sovietico. Il suo settore fu schiacciato dai corazzati nemici e Stalin, prontamente informato, chiese a Zhukov di richiamare il generale per sapere della sua versione di ciò che era accaduto. Una volta confermata la grave mancanza di disciplina, Pavlov fu fucilato per tradimento. Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, pochissimi generali furono giustiziati da Stalin per i fallimenti sul fronte.
Nel primo anno di guerra mancavano comandanti in grado di guidare grandi unità. Stalin decise di risolvere il problema mandandoli al fronte, aspettandosi che applicassero le loro teorie. Casualmente, ebbe ragione e per tutto la guerra, insistette nell’idea che i “pianificatore” fossero anche “operativi”. Alla vigilia della vittoria, i grandi comandanti dell’Armata Rossa, con alcune eccezioni, ricoprirono varie posizioni nello Stato Maggiore negli anni precedenti la guerra.

Traduzione di Alessandro Lattanzio