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Giuseppe Garibaldi, mercenario dei due mondi

Per mettere un pietra tombale sul ‘mito’ Garibaldi; contro lo squittìo logorante di una Storiografia barbEramente torturata…
Alessandro Lattanzio, 17 maggio 2020

I festeggiamenti per il 200° anniversario della nascita di Giuseppe Garibaldi, e per il 150° anniversario dallo sbarco a Marsala e dalla proclamazione della cosiddetta ‘Unità d’Italia’, pur con tutto lo stantio corteo di corifei e apologeti, non hanno suscitato dibattiti né analisi sul processo di ‘unificazione’ dell’Italia. Questi eventi non sono diventati occasione per affrontare i nodi della storia italiana, o meglio italiane. Niente di niente. Neanche gli atenei o le accademie, né ricercatori e né docenti, hanno avuto il coraggio di affrontare, in modo serio e complessivo, la natura del processo storico italiano che va dall’Unità ad oggi. Anzi, il ‘General Intellect’ italiano, a ennesima dimostrazione della sua subalternità e del suo provincialismo, ha solo prodotto qualche raccolta di ‘memorie’ dei garibaldini, veri o presunti poco importa, spacciandola come lavoro ed analisi storica. Nulla di più falso, poiché ogni vero storico sa che la memorialistica è altamente inaffidabile; e l’Italia è la patria delle ‘memorie’ scritte per secondi fini politico-personalistici. Inoltre, ‘voler costruire’ la storia patria raccogliendo le memorie di una parte sola, che ha una memoria… appunto ‘parziale’, ha più il sapore dell’opera di indottrinamento e della retorica, piuttosto che della onesta e disinteressata ricerca storica. Capisco che in questi anni di disfacimento nazionale, di contestazione dell’Italia quale nazione unica, e dell’italianità quale sentimento ‘patriottico’, alcuni settori ideologicamente e strumentalmente legati al cosiddetto ‘risorgimento’ sentano il bisogno di ravvivare un ‘patriottismo nazionale’ che almeno salvaguardi la concezione, attualmente propagandata nelle scuole e nei media, che si ha della storia italiana. Soprattutto proprio quella riguardante il periodo della costituzione della sua statualità unitaria. Ma il fatto è che, con il riproporsi di schemi patriottardi e di affabulazioni devianti, non si renda proprio un buon servizio neanche alla storia dell’Italia. La figura di Giuseppe Garibaldi, in tal caso, è centrale; non in quanto super-uomo o eroe di uno o più mondi. Ma in quanto strumento di ‘forze superiori’, ma non sto parlando della Storia con la ‘S maiuscola’, ma più prosaicamente di mercati, risorse, capitali, commerci, banche e finanza, ecc. Insomma, delle regole e dinamiche dettate dai rapporti di forza tra potenze coloniali, tra i nascenti imperialismi, l’equilibrio tra potenze regionali e mondiali. E in questo contesto deve essere inserita, appunto, la figura di Garibaldi. Lasciamo agli affabulatori e agli annebbianti i raccontini sull’”eroe dei due mondi” e sul ‘Cincinnato di Caprera’.
Partiamo, quindi, dall’analizzare il ruolo e la posizione dell’obiettivo principe della più notoria spedizione dell’avventuriero nizzardo: la Sicilia. La Sicilia, granaio e giardino del Regno di Napoli (o delle Due Sicilie), oltre ad avere una economia agricola abbastanza sviluppata, almeno nella sua parte orientale, ovvero una agrumicoltura sostenuta e avanzata, necessaria ad affrontare il mercato internazionale, sbocco principale di tale tipo di coltura; possedeva una forte marineria, assieme a quella di Napoli, tanto da essere stata una nave siciliana la prima ad inaugurare la linea diretta dall’Italia con New York e gli Stati Uniti d’America. Marineria avanzata per sostenere una avanzata produzione agrumicola, accompagnata anche da una produzione di canapa nella pianura di Catania, produzioni necessarie ai traffici del commercio estero, come si è appena detto. Ciò era capitalismo, altro che gramsciana ‘arretratezza feudale’. Ma il fiore all’occhiello dell’economia siciliana era rappresentata da una risorsa strategica, all’epoca, ovvero lo zolfo. Lo zolfo e i prodotti solfiferi, erano estremamente necessari per il nascente processo di industrializzazione. Lo zolfo veniva utilizzato per la produzione di sostanze chimiche, come conservanti, esplosivi, fertilizzanti, insetticidi; oltre che per produrre beni di uso quotidiano, come i fiammiferi. Era insomma il lubrificante del motore dell’imperialismo, soprattutto di quello inglese. Con la rivoluzione nella tecnologia navale, ovvero la nascita della corazzata, e la diffusione delle ferrovie in Europa, e non solo, ne montò la domanda, quindi, per la necessità di sempre maggiori quantità di acciaio, ferro e ghisa. Perciò, i processi produttivi connessi richiesero sempre più ampie quantità di zolfo; cosi come la richiedono l’economia moderna tutta, industriale e commerciale. Tipo appunto quella dell’impero britannico. La Sicilia, alla luce dei mutamenti epocali che si vivevano alla metà dell’800, diventa un importante obiettivo strategico, un asset geopoliticamente e geoeconomicamente cruciale. Difatti l’Isola possedeva 400 miniere di zolfo che, all’epoca, coprivano circa il 90% della produzione mondiale di zolfo e prodotti affini.
Come poteva, l’Isola, essere ignorata dai centri strategici dell’“Impero di Sua Maestà”? Come potevano l’Ammiragliato e la City trascurare la posizione della Sicilia, al centro geografico del Mediterraneo, proprio mentre si stava lavorando per realizzare il Canale di Suez? La nuova via sarebbe divenuta l’arteria principale dei traffici commerciali e marittimi dell’impero britannico. Come potevano ignorare tutto ciò i Premier e i Lord, gli imperialisti conservatori e gli imperialisti liberali, i massoni e i missionari d’Albione? Come? E come potevano dimenticare che, all’epoca, il Regno di Napoli e le marinerie di Sicilia e della Campania, marinerie mediterranee, fossero dei temibili concorrenti per la flotta commerciale inglese? Come potevano?
Il ‘General Intellect’ dell’imperialismo inglese, il maggiore dell’epoca, non poteva certo ignorare e trascurare simili fattori strategici. Loro no. Semmai a ignorarlo è stato tutto il circo italidiota dei cantori del Peppino longochiomato e barbuto. Tutti i raccoglitori di cimeli garibaldineschi, più o meno genuini, non hanno mai avuto il cervello (il cervello appunto!) di capire e studiare questi ‘trascurabili’ elementi. La Sicilia è terra di schiavi e di africani, barbara e senza storia, non vale certo un libro che ne spieghi anche solo il valore materiale. Così vuole la vulgata dei nostrani storici ‘barberici’ accademici; o di certe ‘storiche’ contemporanee venete che, invece delle vicende dell’assolata terra triangolata, preferiscono dedicarsi alle memorie della masnada di mercenari vestiti delle rosse divise destinate, non a caso, agli operai del mattatoio di Montevideo.

Uruguay
Prendiamo questo esempio, l’intervento armato della Royal Navy nella guerra civile in Uruguay, nel 1845: In Argentina, il presidente Don Juan Manuel de Rosas rivolse l’attenzione sulla vicina repubblica di Banda Oriental, (Uruguay) e la capitale, Montevideo. L’uruguaiano Oribe, agli ordini di Rosas, invase la Banda Orientale, assediò Montevideo e sconfisse Riviera, il presidente uruguaiano. Ma i residenti stranieri furono istigati dall’ambasciatore inglese Mandeville e dal console e commodoro inglese John Brett Purvis ad opporsi ad Oribe, prolungando l’assedio di Montevideo. 3000 residenti stranieri, principalmente baschi e piemontesi, furono armati e una forza anonima fu creata da un inglese di nome “Sam Cockney”. Per imitare le uniformi dei reggimenti inglesi, la forza ricevette camicie rosse. Garibaldi, dopo essere stato preso prigioniero da Urquieza, uno dei generali di Rosas, rappattumò cinquecento marinai italiani che lavoravano sulle navi mercantili ed adottò la camicia rossa di Cockney. Va ricordato che il comandante della Marina argentino, Commodoro William Brown, era un irlandese; vittima per antonomasia dell’imperialismo inglese decantato dagli storici italiani, per aver aiutato le nazionalità italiana oppressa da monarchie… italiane. E questo mentre l’imperialismo londinese reprimeva nel sangue la rivolta dei sepoys indiani e strangolava con la fame il popolo irlandese. Brown, con la sua squadra formata da una corvetta, due brigantini e sette cannoniere, pose il blocco navale su Montevideo, colpendo seriamente gli interessi francesi ed inglesi. Purvis inoltre fu esasperato dal fatto che gli argentini confiscassero proprietà inglesi. Allora intervenne la squadra navale di Sir Thomas Sabine Pasley, che catturò lo squadrone di Brown e tolse l’assedio a Montevideo. Fu anche deciso di riaprire con la forza la navigazione sul fiume Paranà, bloccato da Rosas. Una squadra inglese, composta dalla pirofregata Gorgon, dal brigantino Philomel e dalla goletta Fanny, fu inviata sul fiume Uruguay per appoggiare le azioni dei residenti stranieri contro le forze argentine. A tale spedizione, sotto la guida di Bartolomew James Sulivan, comandante della Philomel, furono aggregate una forza francese e la flottiglia comandata da Giuseppe Garibaldi, mercenario al servizio di Riviera. Nel frattempo, Rosas concentrò le forze a Punta Obligado, sul Paranà, in territorio argentino. Qui il contrammiraglio Samuel Hood Inglefield, comandante della squadra navale inglese, e il contrammiraglio Lainé, comandante della squadra francese, su ordine dei rispettivi governi, decisero di scacciare le forze argentine facendo bombardare, dalla squadriglia di Sulivan e dalla squadriglia francese del capitano François Thomas Tréhouart, quattro batterie di artiglieria e tre cannoniere nemiche. Tale operazione fu supportata da terra da trecentosessanta uomini di Garibaldi, integrati da centosettanta “giacche blu”, ovvero i marines della Royal Navy inglese, agli ordini del capitano Sulivan. Ottenuto il controllo dell’Uruguay, Sulivan licenziò Garibaldi.
Tralasciando la biografia e gli interessi dei fratelli Rubattino, che attuarono quella vera e propria ‘False Flag Operation’ detta ‘Spedizione dei Mille’, giova ricordare che Garibaldi, dopo la riuscita missione (covert operation), venne accolto presso la Loggia ‘Alma Mater’ di Londra. Vi fu una festa pubblica, di massa, che lo salutò a Londra e lo accompagnò fino alla sede centrale della massoneria anglo-scozzese. ‘La più grande pagliacciata a cui abbia mai assistito’ scrisse un testimone diretto dell’evento. Un tal Karl Marx.

Karl Marx su Garibaldi
Marx ad Engels, 19 Aprile 1864, pagina 517 di Marx and Engels Collected Works, Volume 41: Letters 1860-64
Questo mese, aprile, è privilegiato dall’avere il primo giorno come PESCE D’APRILE, che è stato esteso, almeno a Londra, a tutto il mese di aprile. Garibaldi e Palmerston PER SEMPRE sulle MURA di Londra! Garibaldi con Pam e Clanricarde, celebrati dai poliziotti inglesi al Crystal Palace! In Inghilterra non ci sono mouchards (confidenti di questura. NdT)! I Fratelli Bandiera avrebbero qualcosa da dire a riguardo. Garibaldi e ‘Karl Blind’! Un talento nel spuntare nelle ultime rappresentazioni da pidocchioso granchio idrocefalo! ‘Mr Karl Blind’, l’Atenheum annuncia, ‘HA ADERITO AL COMITATO SHAKESPEARE!’ Il mio compagno non ha capito una sola riga di S. Ho dovuto contrapporre una notevole resistenza e ho indubbiamente perso la stima di Weber. La Società dei Lavoratori (incitata da W.) voleva che scrivessi un indirizzo per Gar(ibaldi), e poi invitarlo con una delegazione. HO RIFIUTATO PIANAMENTE.

Marx ad Engels. 29 Aprile 1864. pagina 518 di Marx and Engels Collected Works, Volume 41: Letters 1860-64
La buffonata di Garibaldi arrivò alla meritata conclusione. Il modo in cui al tizio fu mostrata la porta dopo una settimana di sbalordimento in crescendo, è davvero troppo splendido e non potrebbe accadere da alcuna parte se non in Inghilterra. Sarebbe la rovina di chiunque, eccetto Garibaldi, e anche per lui è tremendamente mortificante aver servito l’aristocrazia inglese nei NOVE GIORNI MERAVIGLIOSI e poi essere gettato in strada. Lo trattavano come un vero e proprio romantico. Come potrebbe il tizio presentarsi ed essere così stupido da prendere questi Dundreary (basettoni) per il popolo inglese? Tuttavia, chiunque non sia ora convinto della natura interamente borghese di questo gentiluomo, non ne sarà mai convinto. Rispetto la stampa inglese è quasi peggio degli SBIRRI. E per quanto riguarda la sua dipartita! Bene, questa batte tutto.

Giuseppe Garibaldi venne scelto da Londra, poiché come si è visto, si era già reso utile alla causa dell’impero inglese. In America Latina, quando gli inglesi, tramite l’Uruguay, favorirono la secessione della provincia brasiliana di Rio Grande do Sul dall’impero brasiliano, alimentando la guerra civile in Brasile, Garibaldi venne assoldato per svolgere il ruolo di ‘raider’, ovvero incursore nelle retrovie dell’esercito brasiliano. Il suo compito fu di sconvolgere l’economia dei territori nemici devastando i villaggi, bruciando i raccolti e razziando il bestiame. Morti e mutilati tra donne e bambini abbondarono, sotto i colpi dei fucili e dei machete dei suoi uomini. Durante quelle azioni, Garibaldi ebbe la guida delle forze navali riogradensi. “Il 14 luglio 1838, al comando della sua nave, la Farroupilha, affrontò la navigazione sull’Oceano Atlantico, ma a causa del mare in tempesta e dell’eccessivo carico a bordo, la Farroupilha si rovesciò. Annegarono sedici dei trenta componenti dell’equipaggio, tra cui gli amici Mutru e Carniglia; il nizzardo fu l’unico italiano superstite”. Dimostrando, così, il suo vero valore sia come comandante militare, che come comandante di nave. Per la sua inettitudine e crudeltà, tanti di coloro che lo circondavano morirono.
Il compito svolto da Garibaldi rientrava nella politica di intervento coloniale inglese nel continente latinoamericano; la nascita della repubblica-fantoccio del Rio Grande do Sul rientrava nel processo di controllo e consolidamento del flusso commerciale e finanziario di Londra verso e dal bacino del Rio de la Plata; la regione economicamente più interessante per la City. Escludere l’impero brasiliano dalla regione era una carta strategica da giocare, perciò Londra, tramite anche Garibaldi, al soldo dell’Uruguay, provocò la guerra civile brasiliana. La borghesia compradora di Montevideo era legata da mille vincoli all’impero inglese. Ivi Garibaldi svolse sufficientemente bene il suo compito. Divenne un ‘bravo’ comandante militare, sia grazie ai consigli di un carbonaro suo sodale, tale Anzaldo (1), e sia perché si trovò di fronte i battaglioni brasiliani costituiti, per lo più, da schiavi neri armati di picche. Facile averne ragione, se si disponeva della potenza di fuoco necessaria, che fu graziosamente concessa dalla regina Vittoria.(2) Ma alla fine la guerra fu persa, e nel 1842 Garibaldi si rifugiò in Uruguay, dove ottenne il comando della insignificante flotta locale. “Il diplomatico inglese William Gore Ouseley lo assolda assieme ad altri marinai per fare razzie e impedire i traffici marini degli Stati latinoamericani. Erano tutti vestiti con camicie rosse”. Garibaldi Tentò di pubblicare il ‘Legionario Italiano’, ma la sua distribuzione venne vietata in Uruguay: si era attirato l’odio della popolazione locale e per i continui massacri di inermi cittadini ‘veniva visto come il demonio’. E’ grazie agli articoli di quel giornale, da lui stesso pubblicato, che nacque la leggenda dell’“eroe dei due mondi”. Tra l’altro, l”anticlericale’ Garibaldi, nel 1847 scrisse al cardinal Gaetano Bedini, nunzio in Brasile, per “offrire a Sua Santità (Pio IX) la sua spada e la legione italiana per la patria e per la Chiesa cattolica” ricordando “i precetti della nostra augusta religione, sempre nuovi e sempre immortali”, pur sapendo che “il trono di Pietro riposa sopra tali fondamenti che non abbisognano di aiuto, perché le forze umane non possono scuoterli”. La sua proposta di mettersi al soldo del cupolone venne respinta. Qualche anno dopo, l’eroe dei due mondi venne richiamato a Londra, distogliendolo dal suo ameno lavoro: il trasporto di coolies cinesi, ovvero operai non salariati, da Hong Kong alla California. La carne cinese era richiesta dal capitale statunitense per costruire, a buon prezzo, le ferrovie dalla West alla East Coast. Garibaldi si prodigava nel fornire l’“emancipazione” semischiavista agli infelici cinesi, in cambio di congrua remunerazione dai suoi presunti ammiratori yankees.(3)

Sicilia
Chi richiese l’intervento di Garibaldi, in Sicilia, ufficialmente furono due siciliani: Francesco Crispi e Giuseppe La Farina. Crispi venne inviato a Londra, presso i suoi fratelli di loggia, per dare l’allarme al gran capitale inglese: Napoli stava trattando con un’azienda francese per avviare un programma per meccanizzare, almeno in parte, le miniere e la produzione dello zolfo. Il progettato processo di modernizzazione della produzione mineraria siciliana, avrebbe alleviato il popolo siciliano dalla piaga del lavoro minorile semischiavistico delle miniere di zolfo. Ma i baroni proprietari delle miniere, stante l’alto margine di profitto ricavato dal lavoro non retribuito, e timorosi che l’interventismo economico della ‘arretrata amministrazione borbonica’, potesse sottrargli il controllo dell’oro rosso, decisero di chiedere l’intervento inglese, allarmando Londra sul destino delle miniere di zolfo. Non fosse mai che lo stolto Luigi Napoleone potesse controllare il 90% di una materia prima necessaria alle macchine e alle fornaci del capitale imperialista inglese. Tutto ciò portò alla chiamata alle armi del loro ‘eroe dei due mondi’. E i ‘carusi’ delle miniere solfifere dovettero ringraziare Garibaldi, e i suoi amici anglo-piemontesi, se la loro condizione semischiavista si protrasse fino agli anni ’50 del secolo scorso.
Le due navi della Rubattino, della ‘Spedizione dei Mille’, arrivarono a Marsala l’11 maggio 1860. Ad attenderli non vi erano unità della marina napoletana o una compagnia del corpo d’armata borbonico, forte di 10000 uomini, stanziata in Sicilia e comandata dal Generale Landi. In compenso era presente una squadra della Royal Navy, con la pirofregata Argus e la cannoniera a elica Intrepid, posta nella rada di Marsala, a vigilare affinché tutto andasse come previsto. I 1089 garibaldini, di cui almeno 19 inglesi, in realtà furono solo l’avanguardia del vero corpo d’invasione; tra giugno e agosto, infatti, sbarcò in Sicilia un’armata di 21000 soldati, per lo più mercenari anglo-franco-piemontesi, che attuarono già allora la tattica di eliminare qualsiasi segno di riconoscimento delle proprie forze armate. Il corpo era costituito, in maggioranza, da carabinieri e soldati piemontesi momentaneamente posti ‘in congedo’ o ‘disertori’ riarruolati come ‘volontari’ nella missione d’invasione, oltre a qualche migliaio di ex-zuavi francesi, che avevano appena ‘esportato’ la civiltà nei villaggi dell’Algeria e sui monti della Kabilya. Anche nei pressi di Pachino sbarcò un piccolo corpo di spedizione garibaldino, costituito da 150 uomini, che trasportavano i quattro cannoni acquistati a Malta dagli sponsor inglesi dell’invasione. Inoltre, erano presenti dei veri e propri volontari/mercenari, finanziati per lo più dall’aristocrazia e dalla massoneria inglesi; si trattava di un misterioso reggimento di uomini in divisa nera, comandati da tal John Dunn. Infine, i 21000 invasori furono protetti da ben quaranta tra vascelli e fregate della Mediterranean Fleet della Royal Navy.
Il primo scontro a fuoco, tra garibaldini e l’8.vo battaglione cacciatori napoletani, del 15 maggio, si risolse ufficialmente nella sconfitta di quest’ultima. Fatto sta che nella breve battaglia di Calatafimi, a fronte delle perdite dell’esercito napoletano, che ebbe una mezza dozzina di feriti, i garibaldini vennero letteralmente sbaragliati, subendo circa 30 morti e 100 feriti. In realtà, nella mitizzata battaglia di Calatafimi, i soldati napoletani che cozzarono con l’avventuriero Garibaldi dovettero sì abbandonare il campo, ma perché il comandante di Palermo, generale Landi, gli negò rifornimenti e munizioni, costringendo la guarnigione borbonica non solo a smorzare l’impeto con cui affrontarono i garibaldini, ma anche ad abbandonare il terreno; quindi, lasciando libero Garibaldi di proseguire l’avanzata su Palermo. L’armata di Landi, di circa 16000 uomini, era accampato nei pressi di Calatafimi, ma il generale napoletano preferì ritirarsi e rinchiudersi a Palermo.
A Palermo, il 28 maggio 1860, dopo due giorni di scontri presso Porta Termini, nell’allora periferia della capitale siciliana, contro un centinaio di soldati napoletani, i garibaldini entrarono in città. Il nuovo governatore della Sicilia, generale Ferdinando Lanza, sebbene avesse il comando di ben 21000 uomini e fosse sostenuto dall’artiglieria della pirofregata Ercole, fece asserragliare le sue truppe nel palazzo del governatore, e quando parte delle truppe napoletane respinsero i garibaldini, arrivando a cento metri dal posto di comando di Garibaldi, ricevettero l’ordine di ritirata dal Lanza stesso, che l’8 giugno decise di consegnare la città agli anglo-garibaldini. Contribuì alla decisione, probabilmente, la consegna da parte inglese di un forziere carico di piastre d’oro turche. La moneta franca del Mediterraneo.

Palermo
Garibaldi, con 3300 uomini, avanzò da sud su Palermo, e una volta entrato nella città, si aspettava che la popolazione si unisse alla rivolta. La prima mossa di Garibaldi fu avanzare su Monreale e poi su Palermo. Si accampò al passo Renda e si preparò a scacciare i napoletani da Monreale. Per una volta i napoletani presero l’iniziativa al mattino del 21 maggio, disperdendo i garibaldini che si ritirarono ad est, verso Corleone, a sud di Palermo. Si accampò su una montagna sopra Altofonte. Sperava che i napoletani l’attaccassero da Palermo, permettendo alle sue truppe di aggirarli sul fianco, ma tale piano dovette essere abbandonato quando le truppe napoletane da Monreale minacciarono di accerchiarlo. Garibaldi si ritirò ad est verso Piana degli Albanesi. Garibaldi quindi inviò una colonna a sud, verso Corleone, ma di notte sbagliò strada finendo a Marineo il 25 maggio e a Misilmeri, a sud-est di Palermo, a mezzanotte dello stesso giorno. Nel frattempo le truppe napoletane si diressero verso Corleone nel vano tentativo di incontrare Garibaldi. Il 26 maggio Garibaldi ricevette notevoli rinforzi. Il suo piano ora era attaccare Palermo da sud-est, mentre una forza diversiva si avvicinava da ovest. Quel giorno Garibaldi fu visitato da tre ufficiali della Royal Navy inglese e da due ufficiali dell’US Navy. “L’attenzione internazionale ora era chiaramente focalizzata su Palermo”. Mentre la maggior parte delle truppe napoletane si trovava ad ovest e a nord di Palermo, che rimase indifesa, Garibaldi decise di attaccare Porta Termini con una forza composta da 3750 armati. Lanza al momento “sembra essere una delle poche persone in città a non sapere esattamente quando Garibaldi avrebbe attaccato!” Nella notte del 27 maggio, Garibaldi discese dalle colline ad est su Palermo. Ma la prima parte dell’attacco andò male. Garibaldi dovette attraversare Ponte dell’Ammiraglio, sul fiume Oreto. Il suo “esercito” era mal organizzato e le truppe a difesa del ponte aprirono il fuoco sulla colonna garibaldina che si avvicinava, che sbandò sotto un tiro pesante. Garibaldi poté raccogliere una parte dei suoi uomini superando l’ostacolo e arrivando a un miglio da Porta Termini, difesa da pochissimi soldati napoletani. Garibaldi riuscì a raggiungere la Fiera Vecchia, la piazza del mercato; stranamente, i “ribelli siciliani” che l’accompagnavano si rifiutarono di entrare a Palermo. I garibaldini cercarono di istigare, invano, la rivolta nella capitale siciliana. Nel frattempo Lanza bombardò le posizioni garibaldine in città per due ore. Ma poi sospese le operazioni e diede il tempo necessario a Garibaldi per impadronirsi dei punti chiave e costruire barricate. A mezzogiorno i napoletani controllavano l’area del Palazzo, il Castellamare, le grandi caserme sul lato nord delle banchine portuali e il quartiere dei Quattro Venti.
Nel pomeriggio del 27 maggio, Lanza decise di abbandonare i Quattro Venti, di fatto isolando le truppe nel palazzo del governatore. Lanza chiese all’ammiraglio Mundy, il comandante della squadra navale inglese al largo di Palermo, il permesso di tenere una conferenza cogli ufficiali inglesi sul pirovascello HMS Hannibal, nave ammiraglia di Mundy, ma costui si rifiutò ed inviò un emissario a Garibaldi, che concesse a Lanza di fare imbarcare i suoi uomini dal porto. Lanza si rifiutò. Il 29 maggio i garibaldini presero la cattedrale e i napoletani abbandonarono il palazzo arcivescovile. Garibaldi ora controllava gli edifici che si affacciavano sulla piazza di Palazzo Reale, ma solo temporaneamente. I napoletani lanciarono un deciso contrattacco scacciando i garibaldini fino alla cattedrale. La decisione di Lanza di concentrare i suoi uomini a Palazzo Reale, creò la penuria dei rifornimenti, mentre Garibaldi chiese rifornimenti a una nave piemontese ormeggiata nel porto, ma senza successo. Negli anni successivi, gli ufficiali garibaldini ammisero di essere stati sull’orlo della sconfitta, “ma furono salvati ancora una volta da Lanza e dalla Royal Navy”. L’ammiraglio Mundy offrì la sua nave ammiraglia come sede dei negoziati per la tregua. Lanza interpretò tale mossa come minaccia d’intervento inglese a Palermo, e ne fu scosso. La mattina del 29 maggio inviò una lettera a Garibaldi proponendo negoziati e cessate il fuoco. Garibaldi accettò. Tali negoziati furono quasi sabotati da Von Mechel, il comandante del distaccamento napoletano inviato a sud e che ora stava rientrando. Comandava il meglio delle truppe dell’esercito napoletano, e aveva ottenuto dei successi. Poco dopo mezzogiorno del 30 maggio, mentre avanzava su Porta Termini, Von Mechel fu convinto a desistere da un ufficiale della marina inglese scortato da due ufficiali napoletani aggregati a Garibaldi. I negoziati si svolsero sull’HMS Hannibal tra i generali napoletani Letizia e Chretien e Garibaldi, ma erano presenti anche i comandanti delle navi da guerra inglesi, francesi, statunitensi e piemontesi. Fu concordato un armistizio di 24 ore, durante cui Garibaldi ottene polvere da sparo e rafforzò le barricate. I napoletani iniziarono a pianificare un attacco completo contro le posizioni dei garibaldini, ma i piani furono annullati il 31 maggio. Il 6 giugno Lanza consegnò Palermo e la guarnigione napoletana lasciò la città il giorno seguente. Lo stesso giorno Garibaldi ricevette una forza spedizione di almeno 2500 volontari inviati dal Piemonte e sotto la protezione della Royal Navy.

Conclusione
Il 31 maggio, a Catania, sebbene i garibaldini occupassero la città, nell’arco di ventiquattrore vennero sloggiati dalle truppe napoletane comandate da Ruiz-Ballestreros. Ma anche costui ricevette l’ordine di ritirata dal comandante della piazza di Messina, generale Clary, che a sua volta, col pieno appoggio del corrotto ministro della Guerra di Napoli Pianell, abbandonò Messina il 24 luglio. Rimase a resistere la cittadella, che cadde quando cedette anche Gaeta. L’avanzata dei garibaldini, rincalzati dal corpo d’invasione che li seguivano, incontrò un ostacolo quasi insormontabile presso Milazzo. Qui, il 20 luglio, la guarnigione napoletana impose un pesante pedaggio ai volontari di Garibaldi. Infatti la battaglia di Milazzo ebbe un risultato, per Garibaldi, peggiore di quella di Calatafimi. A fronte dei 120 morti tra i napoletani guidati dal colonnello Beneventano del Bosco, le ‘camicie rosse’ al comando del primo luogotenente di Garibaldi, Medici, subirono ben 800 caduti in azione. La guarnigione napoletana si ritirò, in buon ordine e con l’onore delle armi da parte garibaldina! Ma solo quando, all’orizzonte sul mare, si profilò una squadra navale anglo-statunitense con a bordo una parte del vero e proprio corpo d’invasione mercenario, e dopo che la pirocorvetta ex-napoletana Veloce, ribattezzata Tukory, al comando del disertore Amilcare Anguissola, bombardò le truppe napoletane schierate sulla spiaggia. Inoltre, le navi napoletane, lasciarono che il corpo anglo-piemontese sbarcasse alle spalle della guarnigione nemica di Milazzo.
Va sottolineato che i vertici della marina borbonica, come quelli dell’esercito napoletano, erano stati corrotti con abbondanti quantità di oro turco e di prebende promesse nel futuro regno unito sabaudo. Così si spiega il comportamento della Marina napoletana, che alla vigilia dello sbarco di Garibaldi, sequestrò una nave statunitense carica di non meglio identificati ‘soldati’ (i notori mercenari), ma che subito dopo la rilasciò. Così come, nello stretto di Messina, la squadra napoletana (pirofregata Ettore Fieramosca, pirocorvette L’Aquila e Fulminante) evitò di ostacolare, ai garibaldini, il passaggio del braccio di mare, permettendo a Garibaldi e a Bixio, a bordo dei piroscafi Torino e Franklin (battente bandiera statunitense), di sbarcare il 18 agosto a Mileto Porto Salvo, in Calabria. La guarnigione napoletana di Reggio si arrese senza sparare un colpo, mentre il generale napoletano Briganti venne fucilato a Mileto dalla sua truppa, per “fellonìa”. Dal reggino in poi, fu una corsa fino all’entrata ‘trionfale’ a Napoli, dove Garibaldi fece subito assaggiare il nuovo ordine savoiardo: i suoi ufficiali fecero sparare sugli operai di Pietrarsa, poiché si opponevano allo smantellamento delle officine metalmeccaniche e siderurgiche fatte costruire dall’“arretrata” amministrazione borbonica. Certo, il regno delle Due Sicilie fu un reame particolarmente limitato, almeno sul piano della politica civica, ma nulla di eccezionale riguardo al resto dei regni italiani. Di certo fu che la monarchia borbonica, dopo il disastro della repressione anti-borghese della rivoluzione partenopea del 1799, avviò una politica che permise il prosperare, nell’ambito della proprio apparato amministrativo e di governo, degli elementi ottusi, malfidati e corrotti. Condizione necessaria per poter perdere, in modo catastrofico, la più piccola delle guerre. In seguito ci fu la battaglia del Volturno, già perduta dai napoletani, poiché presi tra due fuochi: i mercenari di Garibaldi a sud e l’esercito piemontese a nord. E quindi l’assedio di Gaeta e Ancona, e poi la guerra civile nota come ‘Guerra al Brigantaggio’. Una guerra che costò, forse, 300000 vittime. Prezzo da mettere in relazione con i 4000 morti, in totale, delle tre Guerre d’indipendenza italiane. Solo tale cifra descrive la natura reale del processo di unificazione italiana.
La Sicilia, in seguito, venne annessa con un plebiscito farsa(4); poi nel 1866 scoppiò, a Palermo, la cosiddetta ‘Rivolta del Sette e mezzo’, che fu domata tramite il bombardamento dal mare della capitale siciliana. Bombardamento effettuato dalla Regia Marina che così, uccidendo qualche migliaio di palermitani in rivolta o inermi, si ‘riscattò’ dalla sconfitta di Lissa(5), subita qualche settimana prima e da cui stava ritornando. Poco dopo esplose, a Messina, una catastrofica epidemia di colera, la cui dinamica stranamente assomigliava alla guerra batteriologica condotta dagli yankees contro gli indiani nativi d’America. Migliaia e migliaia di morti in Sicilia.
Tralasciamo di spiegare il saccheggio delle banche siciliane, che assieme a quelle di Napoli, rimpinguarono le tasche di Bomprini e di altri speculatori tosco-padani, ammanicati con le camarille di Rattazzi e Sella; la distruzione delle marineria siciliana; lo stato di abbandono della Sicilia per almeno i successivi 40 anni(6); la feroce repressione dei Fasci dei Lavoratori siciliani; l’emigrazione epocale che ne scaturì. Infine un novecento siciliano tutto da riscrivere, dall’ammutinamento dei battaglioni siciliani a Caporetto alle vicende del bandito Giuliano, uomo del battaglione Vega della X.ma Mas, che fu al servizio degli USA e del sionismo; per arrivare alla vicenda del cosiddetto ‘Milazzismo’ e a una certa professionalizzazione dell’“antimafia” (che va a braccetto con quella di certo “antifascismo”) dei giorni nostri.
Garibaldi, una volta sistematosi a Caprera, aveva capito che la Sicilia e il Mezzogiorno d’Italia, non gli avrebbero perdonato ciò che gli aveva fatto.

Garibaldi e Saint Simon
Rendiamoci conto di una cosa; Garibaldi non agiva in quanto massone, ma in quanto agente dell’impero inglese. Tra l’altro, Garibaldi aderiva alla setta cristologica di Saint Simon. Ora, come spiega benissimo lo Storico dell’Economia Paul Bairoch, la setta cristologica (nemica del papato) guidata dal guru Saint Simon, aveva come scopo occulto il favoreggiamento dell’imperialismo inglese. Nel saggio di Bairoch, ‘Economia e Storia Mondiale’, Garzanti, a pag. 38 si può leggere: “Quel che i protezionisti francesi (…) chiamarono ‘Coup d’état’ fu rivelato da una lettera di Napoleone III al suo ministro di Stato. Ciò rese pubblici i negoziati segreti, che erano cominciati nel 1846, con l’incontro a Parigi tra Richard Cobden (apostolo inglese del libero scambio, legato all’industria inglese) e Michel Chevalier, seguace di Saint Simon e professore di economia politica. Il trattato commerciale tra Inghilterra e Francia venne firmato nel 1860 (notare la data), e doveva durare 10 anni. Fu trovato il modo di eludere la discussione al parlamento (francese), che probabilmente sarebbe stata fatale per il progetto di legge. Perciò un gruppo di teorici riuscì ad introdurre il libero scambio in Francia e, di conseguenza, nel resto del continente, contro la volontà della maggior parte di coloro che guidavano i diversi settori dell’economia. La minoranza a favore del liberoscambismo, che era energicamente sostenuta da Napoleone III (un vero utile idiota, NdR), il quale era stato convertito a questa dottrina durante le sue lunghe permanenze in Inghilterra e che vedeva le implicazioni politiche del trattato. Il trattato anglo-francese, che fu rapidamente seguito da nuovi trattati tra la Francia e molti altri Paesi, condusse a un ‘disarmo’ tariffario dell’Europa continentale… Tra il 1861 e il 1866, praticamente tutti i Paesi europei entrarono in quella che fu definita ‘la rete dei trattati di Cobden’.”
Garibaldi, seguace della setta di Saint Simon, a sua volta legata ai circoli dominanti inglesi, effettuò l’azione contro il Regno delle Due Sicilie col preciso scopo sia di possedere un’Isola (la Sicilia) strategica sul piano geoeconomico e geostrategico, ma anche di eliminare un concorrente, Napoli, che aveva le carte in regola per non cadere nella “rete di Cobden”. Il resto, sulle gesta di Garibaldi, dell’assassino schiavista Nino Bixio, ecc., è solo fuffa patriottarda italidiota.

Note
1) Anzaldo morirà in circostanze oscure, durante il viaggio di ritorno in Italia. L’accompagnava il solo Garibaldi.
2) Giova ricordare che l’impero inglese, alla metà del XIX secolo, fu impegnato in una serie di guerre contro determinati Stati (Regno delle Due Sicilie, Paraguay e gli stessi USA), che avevano deciso di seguire una crescita autocentrato, sviluppando l’industria locale e rafforzando la propria agricoltura e il proprio commercio tramite l’applicazione dei dazi. Ciò avrebbe permesso lo sviluppo economico, pur restando al di fuori dell’influenza bancario-finanziaria e, quindi, politica di Londra. L’impero britannico reagì a tali comportamenti creando operazioni tipo ‘Falsa Bandiera’. In Italia meridionale con Garibaldi e la sua ‘spedizione’. Negli USA reclutando gli ‘abolizionisti’ estremisti di John Brown, i quali, nel 1858, prima d’iniziare una propria ‘spedizione’ su Harper’s Ferry, dove vi era il maggiore arsenale statunitense, vennero addestrati da un misterioso ufficiale inglese che si faceva chiamare Forbes. Egli, poco prima della fallimentare ‘spedizione’, scomparve, per ricomparire con Garibaldi in Sicilia. Il Paraguay, durante gli anni della guerra civile statunitense, venne a sua volta aggredito da una coalizione di Stati latinoamericani chiaramente legati agli interessi inglesi: Uruguay, Argentina e un Brasile addomesticato. Questa guerra si risolse con la distruzione fisica del Paraguay e della sua popolazione maschile.
3) C’è chi va blaterando di un Garibaldi bramato da Abrhaam Lincoln, presidente degli USA durante la Guerra Civile statunitense. Secondo la leggenda, Washington cercava un abile condottiero, un Garibaldi appunto, che dirigesse l’Armata del Potomac che si trovava in serie difficoltà nell’affrontare la ben più smilza ‘Armata della Virginia’ guidata dal Generale Robert E. Lee. Della presunta richiesta non ci sono in giro che voci e illazioni, nulla di più. Eppoi, perché mai Lincoln doveva affidare il suo esercito ad un avventuriero straniero che aveva diretto qualche centinaio di sbandati? I bravi generali nordisti non scarseggiavano: Halleck, Sherman, Grant, Sheridan, ecc. Insomma, il solito provincialismo incolto e fanfarone italico con cui s’insegna la storia nelle università!
4) Si trattò della massima dimostrazione di malafede e inganno nei confronti dei contemporanei e dei posteri. Il plebiscito di svolse nelle seguente modalità: due schede, una con un NO e l’altra con un SI stampati sopra; chi votava NO doveva mettere la relativa scheda in una determinata urna, chi votava per il SI, doveva mettere, a sua volta, la relativa scheda su un’altra urna. Potete capire come venisse ‘tutelata’ in quel modo il diritto alla libera espressione del voto. E con tanto di soldati piemontesi presenti nei seggi elettorali! 667 furono i siciliani che votarono NO al plebiscito. Non c’è bisogno di dire che, subito dopo la ‘consultazione’, dovettero abbandonare la loro terra.
5) Dove al comando di una delle squadre italiane vi era l’ammiraglio Giovanni Vacca, ex-comandante della Marina napoletana, che aveva tradito cercando di consegnando la sua nave, il pirovascello ‘Monarca’, ai garibaldini.
6) Il primo traghetto sullo stretto di Messina venne inaugurato nel 1899!