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Cosa ha portato gli Stati Uniti a ritirare i sistemi Patriot dall’Arabia Saudita?

Salman Rafi Sheikh, New Eastern Outlook 15.05.2020

Considerando che la conversazione telefonica tra il presidente degli Stati Uniti e il re saudita Salman avrebbe “riaffermato forti legami” tra i due Paesi, la crisi petrolifera e la successiva decisione degli Stati Uniti di ritirare le batterie dei Patriot dall’Arabia Saudita, in particolare quelle che proteggevano le strutture petrolifere saudite, indicano che vi sono molte attività geopolitiche sotto la superficie. Le cose non sembrano andare bene per le relazioni USA-Arabia Saudita. La crisi petrolifera, e il modo in cui i sauditi, come credono molti negli Stati Uniti, cercano di “distruggere” l’industria petrolifera dello scisto statunitense, e anche il successivo ritiro non sono tuttavia incidenti isolati, non hanno nulla a che fare tra essi né sono eventi riguardanti esclusivamente le relazioni USA-Arabia Saudita. Infatti, tali eventi vanno posti tra le mutevoli dinamiche geopolitiche del Medio Oriente e crescente attenzione degli Stati Uniti su Cina e Russia come maggiore minaccia ai loro interessi. Sebbene non siano novità, il fatto che gli Stati Uniti si concentrino sui rivali globali a spese del Medio Oriente parla significativamente delle mutevoli dinamiche geostrategiche.
La maggiore manifestazione delle mutevoli dinamiche del Medio Oriente è il modo in cui l’Iran non viene più visto come “unica fonte di minacce” a Stati Uniti e persino Israele . Ciò a parte il fatto che numerosi Paesi, anche in Medio Oriente, incluso un alleato dei sauditi altrimenti stretto, gli Emirati Arabi Uniti, iniziano a migliorare le relazioni coll’Iran, posizionandosi come futuri interlocutori e mediatori. Altri Paesi, come Quwayt, Oman e Qatar non spingono più gli Stati Uniti a una politica conflittuale, fondando le loro politiche sul realismo che emerge dalla crescente disillusione per l’estrema incoerenza delle politiche statunitensi nella regione. Wall Street Journal, citando fonti ufficiali statunitensi, affermava che la decisione di rimuovere i missili segna “la fine del recente concentramento militare per contrastare l’Iran”, aggiungendo che questo ritiro fa parte di un piano ufficiale degli Stati Uniti “per riallineare le risorse militari secondo una strategia di difesa nazionale che definisce i principali concorrenti globali statunitensi come Russia e Cina, meno il Medio Oriente”. Ciò è evidente anche dalle richieste di bilancio della Casa Bianca per il 2021. Il Pentagono intende armare i marines con versioni del missile da crociera Tomahawk ora trasportato sulle navi da guerra statunitensi, poiché il bilancio della Casa Bianca richiede la testimonianza al Congresso a marzo per indicare i comandanti. Il documento di richiesta del budget afferma che “Il bilancio dà la priorità ai finanziamenti per i programmi che offrirebbero vantaggi nella guerra contro Cina e Russia”. Aggiunge che “Mentre il popolo nordamericano deve ancora affrontare i pericoli posti da terroristi islamici e criminali transnazionali, gli USA affrontano anche le sfide di Stati-nazione rivali in ripresa, tra cui Cina e Russia. Il bilancio riflette la necessità di una nuova postura nordamericana per affrontare le realtà di questa nuova era”. Negli sforzi degli Stati Uniti relativi alle “priorità della grande competizione del potere”, “30 milioni di dollari sono inclusi nel Budget for the Global engagement Center dedicato a contrastare propaganda e disinformazione straniere e non statali dalla Cina”. Significativamente, lo stesso documento è silente sull’Iran e/o sue cosiddette attività “dannose” nella regione. Ciò tende a riaffermare l’articolo del WSJ secondo cui i funzionari statunitensi non considerano l’Iran una minaccia immediata ai loro interessi (e anche dei loro alleati). Ciò che aggiunge ulteriore credibilità a tale riduzione della percezione della minaccia dall’Iran è il modo in cui l’Iraq, che diventa un altro osso di contesa tra Stati Uniti ed Iran subito dopo l’uccisione di Sulaymani da un attacco aereo statunitense, ora diventa un Paese in cui interessi di Stati Uniti ed Iran sembrano convergere. L’elemento che riunisce appare essere il nuovo primo ministro iracheno al-Qadimi.
Sebbene al-Qadimi sia vicino agli Stati Uniti, nominava un ministro degli Interni vicino a Teheran. Oltre a ciò, non appena al-Qadimi ottenne l’approvazione parlamentare il 7 maggio, Washington annunciò l’ennesima rinuncia alle sanzioni contro Teheran permettendo all’Iraq di continuare a comprarvi elettricità. Ora, a differenza delle precedenti franchigie mensili, Washington ne concesse una di 120 giorni fino a settembre, indicando un “approccio morbido” nei confronti dell’Iran in Iraq, anche se la strategia di “massima pressione” rimane in vigore mentre gli Stati Uniti continuano a spingere al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite l’embargo all’Iran. La Cina non ignora tali sviluppi riguardo all’elevazione a maggiore minaccia agli interessi degli Stati Uniti. In effetti, tale passo era tanto radicata nelle opportunità politiche interne quanto nella geopolitica globale. In risposta alle accuse degli Stati Uniti, la Cina dichiarava che gli Stati Uniti dovrebbero “smettere di spostare i pezzi degli scacchi” e “di flettere muscoli militari in Cina”. Pertanto, alla fine, si tratta dei nuovi rivali degli statunitensi e di ridistribuire le risorse, con maggiore attenzione alla “competizione da grande potemza”. Tuttavia, se l’Iran facesse ancora qualcosa di “maligno”, può sempre essere direttamente ricollegato agli stretti legami con Cina e Russia e alla minaccia generale che questi Paesi rappresentano, come indicano gli eventi siriani, per gli interessi politici ed economici degli Stati Uniti, comunque.

Salman Rafi Sheikh, analista di relazioni internazionali e affari esteri e interni del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio