Stati Uniti, Nicaragua e guerra controrivoluzionaria

Daniel Kivalik, AHTribune 27 giugno 2018

Mentre l’agenzia per l’immigrazione, le dogane e l’applicazione (ICE) degli USA continua ad imprigionare e terrorizzare le famiglie in fuga dalle violenze nei Paesi di origine di El Salvador, Honduras e Guatemala, gli Stati Uniti sono impegnati a destabilizzare il Nicaragua che finora era uno dei Paesi più stabili in America e che non inviava migranti negli Stati Uniti. Parte fondamentale di tale destabilizzazione è una delle più riuscite, ma ugualmente riprovevoli, campagne di disinformazione mai viste. Prima di tutto, uno sguardo necessario. Nel 1979, il popolo del Nicaragua, guidato dal Fronte di liberazione nazionale sandinista (FSLN), scioccò il mondo rovesciando la decennale dittatura di Somoza che fu pesantemente finanziata e armata dagli Stati Uniti. L’insurrezione contro Somoza fu ispirata da una combinazione di marxismo e cristianesimo, e comprendeva molti preti, suore e altri religiosi. Così ispirato, il nuovo governo rivoluzionario, guidato dal principale comandante del FSLN, Daniel Ortega, sospese immediatamente la pena di morte e trattò le guardie nazionali utilizzate da Somoza per reprimere la popolazione con omicidi e torture, con grande umanità e moderazione. Il governo degli Stati Uniti rapidamente sfruttò la gentilezza dei sandinisti, come spiega bene Noam Chomsky: “La Guardia Nazionale era sempre stata brutale e sadica. Nel giugno 1979 compì massicce atrocità nella guerra contro i sandinisti, bombardando quartieri residenziali a Managua, uccidendo decine di migliaia di persone. A quel punto, l’ambasciatore degli Stati Uniti inviò un cablo alla Casa Bianca dicendo che avrebbe “sconsigliato” dire alla Guardia di smetterla, perché ciò potrebbe interferire con la politica di mantenerli al potere e fuori i sandinisti… E una volta che Somoza fu rovesciato… l’amministrazione Carter portò i comandanti della Guardia fuori dal paese su aerei della Croce Rossa (un crimine di guerra), e iniziò a ricostituire la Guardia ai confini del Nicaragua. Usarono anche l’Argentina come agente. (All’epoca l’Argentina era dominata dai generali neo-nazisti, ma dedicavano il tempo libero da torture e assassini sulla propria popolazione per aiutare a ristabilire la Guardia, che presto fu ribattezzata contras, o “combattenti per la libertà”)“. Reagan li usò per lanciare la guerra terroristica al Nicaragua, combinata con una economica ancora più letale. Anche nel pieno della brutale guerra Contra che causò 50000 vite del Nicaragua e un’inarrestabile distruzione delle infrastrutture del Nicaragua, il nuovo governo rivoluzionario indisse elezioni nel 1984 che i sandinisti vinsero facilmente.
Come spiega il professor Ricardo Perez, “la democrazia costruita dal FSLN è la democrazia della maggioranza dei nicaraguensi e non dei pochi. Con la guerra a bassa intensità promossa e sostenuta dagli Stati Uniti nel 1984, le prime elezioni multipartitiche fuori della volontà degli Stati Uniti si svolsero per la prima volta nella storia del Nicaragua, decidendo chi l’avrebbe governato“. Poi, come spiega sempre il professor Perez, fu Daniel Ortega a contribuire a pace e riconciliazione nel Paese cogli accordi di pace di Esquipulas e Sapoá, con sui si candidò per le elezioni anticipate e si dimise quando le perse nel 1989. Come spiega Perez, Ortega fece tali passi “per fermare e porre fine alla guerra ingiusta imposta dagli Stati Uniti e quindi avviare la costruzione della pace e rafforzare la democrazia, che fino ad allora mancava una cultura di pace e democrazia in Nicaragua”. Daniel Ortega fu rieletto presidente nel 2006 e poi altre due volte da allora, l’ultima nel 2016. Mentre Ortega fu sottoposto a raffiche di critiche in occidente, sia dalla destra che dalla sinistra, i suo risultati da presidente sono innegabili. Luca Di Fabio, scrivendo per l’ONG anti-povertà The Borgen Project, spiegava che “la crescita economica in Nicaragua è un fenomeno insolito e senza precedenti nella penisola centroamericana” e che “gli esperti sostengono che tali miglioramenti nella crescita economica del Nicaragua sono in gran parte attribuibili alla rielezione del Presidente Daniel Ortega” che ha guidato il Paese verso la crescita economica annuale di quasi il 5% all’anno dal 2011, e che ha contribuito a ridurre la povertà in Nicaragua del 30%. Il Centro strategico geopolitico latinoamericano indipendente (CELAG) spiega ulteriormente come Ortega abbia portato con successo il Nicaragua su un percorso diverso rispetto ai vicini, rendendolo un Paese più prospero, stabile e pacifico, come conclude CELAG: “Va detto che il Nicaragua ha importanti differenze coi vicini ‘Honduras, Guatemala e anche El Salvador, Paesi che dopo gli accordi di pace furono trascinati verso il neoliberismo violento con varie iniziative per lo più sponsorizzate dalle aziende pubbliche e private degli Stati Uniti (leggasi, per esempio, l’iniziativa per la sicurezza dell’America centrale e l’Alleanza per la prosperità). Nell’ambito di tali piani vi fu la crescente militarizzazione e l’aumento delle violenza, come col Plan Colombia. A differenza di tali traiettorie, il Nicaragua mostra (con limiti e contraddizioni che vanno evidenziate) crescita economica e riduzione della povertà, i suoi indici di sicurezza sono infinitamente maggiori dei Paesi del Triangolo del Nord e i suoi residenti non sono dovuti fuggire negli Stati Uniti alla ricerca di una vita migliore, almeno non nella stessa proporzione dei salvadoregni, guatemaltechi e honduregni...” E così ancora, vediamo Ortega continuare a portare pace e stabilità in Nicaragua. Il risultato fu, a partire dall’ottobre 2017, l’80% di gradimento. Inoltre, nel 2017, il Nicaragua era il più approvato di tutta l’America Latina sulla questione se il governo governasse nell’interesse della popolazione, e fu il secondo votato nella valutazione complessiva del funzionamento della democrazia. Ma ora ci viene detto che il popolo del Nicaragua si è improvvisamente ribellato al “tiranno” Daniel Ortega. Chiaramente, c’è qualcosa che non va in tale storia.
Prima di tutto, l’attuale crisi in Nicaragua è iniziata con l’annuncio del 16 aprile di Daniel Ortega su riforme molto modeste al sistema di sicurezza socialle, necessarie per salvare il sistema dalla bancarotta. Come spiega succintamente il CELAG , lungi dal “tagliare” benefici, come molti (tra cui Democracy Now!) dicevano di queste riforme, Ortega respinse la pretesa del FMI di tagli profondi e invece propose “di aumentare i contributi di datori di lavoro e dipendenti, e ridurre le pensioni del 5% per coprire le cure mediche. Cosa che non fu riportata è che avrebbe anche rimosso il tetto dai contributi di chi aveva alti stipendi, una misura chiaramente progressiva“. Se inizialmente si svolsero manifestazioni pacifiche contro queste misure, che Ortega ritirò rapidamente per le proteste, queste non erano enormi, né rappresentavano una minaccia per il governo. Piuttosto, le proteste più serie iniziarono in risposta a ciò che fu definito “massacro di studenti” che presumibilmente accadde nel corso di tali dimostrazioni. Tuttavia, il problema è che non ci fu un “massacro”. Probabilmente la migliore e più equilibrata recensione dei fatti sull’attuale crisi in Nicaragua è presentata da John Perry nell’articolo su The Nation. Come spiega, cruciale fu l’incendio del 19 aprile, una “rivolta” in cui morirono tre persone, tra cui un agente di polizia e due studenti. La morte del poliziotto pone la domanda su come fu ucciso se affrontava semplici proteste “pacifiche” come si dice. Naturalmente, l’altro problema è il motivo della morte degli agenti di polizia, e i dati da quando è iniziata la crisi sono sempre concentrata nel numero di persone presumibilmente uccise dallo Stato. La risposta a tali domande è che gli eventi in Nicaragua sono manipolati grossolanamente e per rovesciare l’attuale governo sandinista. Come affermano spesso i partigiani dell’FSLN, questo è parte integrante di un “colpo di Stato” in corso in Nicaragua. Tuttavia, sono contrario a tale definizione, perché non credo come il golpe possa essere “più duro” di quello che accade.
Come il gruppo mediatico indipendenti Tortilla Con Sal, ha riassunto la situazione: “Nei giorni 19, 20 e 21 aprile i gruppi armati dell’opposizione si sono mescolati con studenti e giovani d anche con centinaia di delinquenti reclutati in diverse città allo scopo d’intensificare gli attacchi. Attaccarono ogni infrastruttura con armi da fuoco, armi artigianali e Molotov. Sin dall’inizio, le proteste furono molto violente. Tuttavia, l’immagine di repressione sproporzionata e persino di “massacri” fu diffusa dalla tremenda disinformazione su social network e media privati ed alleati internazionali. Una componente importante della disinformazione era la manipolazione delle cifre di morti e feriti”. E col passare dei giorni, la brutalità e la violenza dei gruppi di opposizione aumentava, sebbene non ricevesse quasi alcuna attenzione sulla stampa ufficiale. Come spiega John Perry, “Nella prima fase delle proteste, le barricate rimosse furono rimesse bloccando nuovamente le strade, con Masaya di nuovo la più colpita. I manifestanti “pacifici” erano armati di mortai fatti in casa, respingendo i tentativi della polizia o dei sandinisti di riprendere il controllo. Si svolsero marce rivali, in molti casi senza problemi, ma i miei amici presero parte a una marcia di “pace” accolta sassaiole e fuoco di mortai. Cominciò la distruzione, concentrandosi dapprima sugli uffici sandinisti per poi passare a edifici pubblici, municipi e anche scuole e centri sanitari. Le case di alcuni sandinisti a Masaya furono saccheggiate o bruciate. Secondo i vicini che assistettero, accanto ai manifestanti, i giovani disoccupati furono pagati 10-15 dollari a notte, alcuni trasportati su camion, per difendere le barricate, attaccare la polizia e saccheggiare i negozi”.
E mentre il governo del Nicaragua viene accusato ingiustamente di violenza “genocida” in questa crisi, ciò si adatta all’opposizione estremista. Come riporta The Morning Star: “Una fonte nella città di Esteli ci ha detto: “Qui ad Esteli ora l’opposizione segnala le case delle persone identificate come Sandiniste. Prendiamo ogni precauzione possibile, ma non penso che l’opposizione sia minimamente interessata al dialogo. Sono decisi non solo a spodestare il governo, ma a distruggere l’FSLN (Fronte nazionale di liberazione sandinista)“. Ascoltavo storie del genere da varie fonti in Nicaragua che credono, come il testimone, che l’opposizione sia intenzionata a distruggere l’FSLN e tutto ciò che lo ricordi, ad esempio i memoriali sandinisti in Nicaragua. Nel frattempo, ogni Sandinista, impiegato governativo e agente di polizia ucciso viene spacciato tra i morti presuntuosamente uccisi dallo Stato. George Orwell, il cui compleanno è stato appena celebrato, non poteva evocare una più vile storia di manipolazione dei media. E, naturalmente, sullo sfondo di ciò vi sono gli Stati Uniti che continuano a voler spodestare i sandinisti che hanno avuto l’audacia di rovesciare il loro dittatore nel 1979. Come appena appreso dal giornalista Max Blumenthal, “una pubblicazione finanziata dal ramo del cambio di regime del governo degli Stati Uniti, National Endowment for Democracy (NED), affermava senza mezzi termini che le organizzazioni sostenute dal NED hanno speso anni e milioni di dollari per gettare le basi dell’insurrezione in Nicaragua. portando il frutto avvelenato e desiderato“. Concludo con le parole del CELAG che, benché abbastanza critico nei confronti di Daniel Ortega, esprime giuste preoccupazioni per gli eventi in Nicaragua: “Ciò che sta accade in Nicaragua è della massima gravità. Insieme al Costa Rica, è l’unico Paese dell’America centrale che mantiene linee politiche, economiche, sociali e di sicurezza che vanno oltre l’ortodossia neoliberale, seppure in modo contraddittorio e ambivalente, in una regione immersa nelle miseria e violenze. Ma a differenza del Costa Rica, il Nicaragua lo fa senza inchinarsi agli interessi della politica estera degli Stati Uniti… È fondamentale considerare l’importanza del Nicaragua nella geopolitica regionale, gli interessi che potrebbero essere in gioco e i settori che potrebbero cercare di destabilizzarne il governo. Ciò non implica che non ci sia malcontento in settori della società. Ma ciò che colpisce è il modo con cui tale disaccordo è controllato, il modo con cui viene presentato dalla stampa egemonica e gli argomenti che vengono sollevati quali denunce o richieste al governo… È importante tenere presente cosa successe ai Paesi che ebbero le “molle democratiche” negli ultimi decenni: chi vi prese il potere? Quali trasformazioni ci furono? A favore di chi? Che ruolo giocarono gli Stati Uniti? Forse dopo ogni primavera 2.0 ciò che è segue, più che l’estate, è un altro lungo inverno neoliberista senza alcun ostacolo o pretesa dalla comunità internazionale”.
Amen!

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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