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Come le carriste sovietiche spaventarono i nazisti

Boris Egorov, RBTH 2 ottobre 2018Di oltre 800000 donne sovietiche che combatterono nella Seconda guerra mondiale, solo alcune decine ebbero il compiuto più difficile divenendo carriste dell’armata corazzata sovietica. Altre difficoltà incontrate dalle donne carriste furono sfiducia e mancanza di rispetto dai compagni maschi. Non fu mai facile guidare un carro armato durante la Seconda guerra mondiale. A differenza delle controparti moderne, i carri armati a quei tempi richiedevano grande sforzo fisico e alta concentrazione dai conducenti. Non fu facile nemmeno per gli uomini, quindi l’idea di impiegare donne come carriste sembrò totalmente assurda. Tuttavia, superando pregiudizi ed ostacoli sul loro cammino (letteralmente), alcune donne sovietiche riuscirono a ottenere il diritto di combattere nelle squadre di carri armati sul campo di battaglia. Molte ricevettero la decorazione di Eroe dell’Unione Sovietica ed altre importanti.

La vendetta è dolce
Quando suo marito fu ucciso in azione all’inizio della Grande Guerra Patriottica, l’operatrice telefonica Marija Oktjabrskaja decise di arruolarsi nell’esercito e vendicarne la morte. Tuttavia, all’ufficio di coscrizione la sua richiesta fu respinta: Marija era piuttosto vecchia (36 anni) e aveva problemi di salute. Tuttavia, non si arrese. Vendette tutti i suoi averi per la costruzione di un carro armato T-34 e scrisse persino personalmente a Stalin chiedendogli di darle l’opportunità di combattere sul carro armato che aveva contribuito a costruire. Sorprendentemente, Stalin approvò la richiesta. Nell’ottobre 1943, dopo un programma di addestramento sui carri armati della durata di 5 mesi, Marija Oktjabrskaja si arruolò nell’esercito sovietico come pilota di un carro armato che chiese fosse chiamato “Fidanzata Combattente”, diventando la prima carrista sovietica. A Marija furono offerti il comando di carri armati da non impegnare mai in combattimento, ma rifiutò categoricamente. Tra i suoi centri vi furono un cannone, diverse mitragliatrici e oltre 70 soldati nemici. Scrisse alla sorella: “Pesto questi bastardi. Mi fanno vedere rosso”. Tuttavia, la fervida carriera di combattimento di Maria presto terminò. Il 18 gennaio 1944 fu ferita da un frammento di granata e morì diversi mesi dopo in ospedale.

Da Stalingrado a Kiev
Per tutta la vita Ekaterina Petljuk aveva sognato di diventare pilota e di volare. Tuttavia, quando scoppiò la guerra, decise di essere carrista. “Su un carro inseguirò i tedeschi dall’Ucraina molto presto”, diceva. Il carro armato leggero T-60 di Petljuk, il “Maljutka” (Piccolo), prodotto su donazione dei bambini della città siberiana di Omsk, divenne famoso. Ekaterina Petlyuk non solo consegnò munizioni e preso feriti dal campo di battaglia, ma s’impegnò anche in vero combattimenti, distruggendo molte fortificazioni, soldati e blindate nelle battaglie per Stalingrado e l’Ucraina. Una volta Ekaterina salvò la vita a diversi ufficiali cui fu ordinato di trasportare sul suo carro armato. Nella notte, notò miracolosamente un campo minato e fermò il mezzo a tre metri dalle mine. Molti anni dopo il Capitano Lepechin ricordò: “Quando mi fu detto che il carro armato sarebbe stato guidato da una donna, avevo paura. Pensavo che avrei fatto meglio a camminare invece… Ma come poté notare il campo minato?” Alla domanda, Ekaterina non poté mai dare una risposta.

“Non c’è modo di tornare!”
L’agente di collegamento Aleksandra Samusenko non solo comandò un carro armato T-34, ma fu l’unica donna vicecomandante di battaglione corazzato. Aleksandra aveva 19 anni quando scoppiò la guerra. Per diversi anni partecipò a numerosi scontri su diversi fronti di battaglia, fu ferita tre volte e due volte dovette abbandonare il suo carro armato in fiamme. Nella battaglia di Kursk il suo carro armato affrontò tre carri armati Tiger. Nonostante la leggendaria velocità e manovrabilità, il T-34 non poté competere coi mostri tedeschi. L’equipaggio fu preso dal panico. Tuttavia, Aleksandra lo calmò con la sua voce fredda e decisa, dicendo: “Non c’è modo di tornare!” Il primo Tiger fu eliminato immediatamente. L’ingaggio cogli altri due durò diverse ore, dopo di che il carro armato sovietico riuscì a lasciare il campo di battaglia. Sfortunatamente, Aleksandra Samusenko non vide la fine della guerra. Fu uccisa in azione nella Polonia nord-occidentale, a soli 70 km da Berlino.

Traduzione di Alessandro Lattanzio