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Donne nella vittoria sul fascismo

Raúl Antonio Capote, Granma, 10 maggio 2020

Il 9 maggio, il mondo commemorava la vittoria dell’Unione Sovietica e degli Alleati sulla Germania nazista nella seconda guerra mondiale. In quegli anni furono scritte pagine indimenticabili di eroismo (1939-1945). Sebbene sia stato documentato molto questo importante evento, in giustizia fu detto molto poco sul ruolo svolto dalle donne nella vittoria. Non erano una semplice decorazione della resistenza, combatterono con audacia, coraggio e dedizione illimitata. Su appello del Partito Comunista, con Josip Broz Tito in carica, il 15 aprile 1941, il popolo jugoslavo organizzò la lotta all’invasore. In Jugoslavia, oltre 100000 donne formarono l’Esercito di liberazione nazionale. Le donne inglesi effettuarono missioni di combattimento in unità antiaeree, altre si unirono allo Special Operations Executive (soe), che le usò in ruoli ad alto rischio come agenti segreti e operatori radio clandestini nell’Europa occupata dai nazisti. Le donne spagnole, che avevano combattuto il franchismo durante la guerra civile e si rifugiarono in Francia, diedero un importante contributo alla resistenza nel Paese. Polacche, cecoslovacche, francesi, italiane e greche combatterono al fianco degli uomini e spesso svolsero compiti estremamente pericolosi in clandestinità. Si stima che oltre 300000 persone parteciparono alla resistenza armata in Italia, di cui oltre 35000 donne. A Milano, liberata, le donne pattugliavano le strade in armi. In Polonia c’erano 28 unità partigiane. Wanda Gertz creò e comandò a Dysk l’unità di sabotaggio femminile, un battaglione che combatté durante l’insurrezione di Varsavia. Per il suo coraggio, le fu assegnato il più alto riconoscimento nel suo Paese. Lo scrittore André Malraux disse delle donne: “Chi ha voluto limitare le donne al semplice ruolo di ausiliari della resistenza si sbagliava sulla guerra”.

Donne sovietiche
In Unione Sovietica, quasi un milione di donne dominò tutte le specialità dell’Armata Rossa durante la guerra, per non parlare di partigiani e miliziei. Novanta ebbero il titolo di Eroine dell’Unione Sovietica per il contributo alla vittoria. Il 21 maggio 1943 fu creata l’Accademia Centrale dei cecchini femminili. Nel 1945, questa istituzione ne formò più di 2000. Ljudmila Pavlichenko, considerata il miglior cecchino di sempre, eliminò più di 300 nemici. Tosja Tinguinova, Natasha Kovshova, Lídija Bakeva, Nina Alelseevna Lobkovskaja e molti altri hanno sperarono prove senza precedenti ottenendo l’ammirazione del popolo per il loro eroismo. Delle 2000 donne addestrate in questa scuola, solo 500 sopravvissero alla guerra. Una menzione speciale merita il famoso Reggimento di bombardamenti notturni 588. I fascisti le chiamarono “streghe della notte”, i compatrioti “sorelline”. Gli squadroni del reggimento femminile terrorizzarono i tedeschi. Volarono in piccoli biplani Po-2, aerei lenti e obsoleti chiamati Kukurúznik, spiga di grano. La cabina aperta non le proteggeva da proiettili o venti. Non c’erano comunicazioni radio, la velocità dell’aereo era di soli 120 km/h e volarono ad una quota di tre km. La loro unica arma erano le pistole TT. Non avevano un vano bombe. A volte le portavano sulle ginocchia e le lanciavano loro stesse. Volavano di notte, effettuando fino a dieci voli al giorno. Spegnevano il motore e le bombe cadevano sul nemico in silenzio. Inoltre, volarono verso le retrovie del nemico trasportando materiale per i guerriglieri. I tedeschi arrivarono a premiare con la croce di ferro chiunque abbatté un aereo di questa unità. Anche il 586.mo Reggimento aereo di Stalingrado, composto da donne, ebbe un ruolo eccezionale nella guerra. La famosa pilota Lydija Litvak, che si guadagnò il soprannome di La Rosa Bianca di Stalingrado, si distinse in questa unità. Con 12 vittorie fu considerata asso dell’aviazione sovietica. Lidija morì in combattimento il 1° agosto 1943, quando aveva solo 21 anni.
A Leningrado, le unità di artiglieria erano costituite quasi esclusivamente da donne. Marija Oktjabrskaja, la prima donna al mondo ad essere una carrista, fu ferita a morte nella Bielorussia settentrionale nel 1944, quando aveva 38 anni. Zoja Kosmodemjanskaja, eroina dell’Unione Sovietica durante la Seconda guerra mondiale, eseguì sabotaggi nelle retrovie tedesche. Fu catturata, torturata e impiccata il 21 novembre. Zoja divenne simbolo della resistenza ai nazisti. Aleksandra Samusenko era comandante di un carro armato T-34, morì all’età di 22 anni per ferite di guerra il 3 marzo 1945. Helene Kullman, estone sovietica, fu un’agente dei servizi segreti che operava nell’Estonia occupata dai nazisti. Fu catturata e giustiziata il 6 marzo 1943, all’età di 23 anni.
Le fabbriche di armi sovietiche, spostate “vite per vite” verso est, ricevettero il lavoro altruistico di sorelle, mogli, figlie, madri che ebbero anche sulle spalle la missione di nutrire la familgia e produrre per vincere. Lavorarono finché non si esaurirono per stanchezza, commosse dalla fede nella vittoria. Senza di loro, senza la loro forza, sarebbe stato impossibile sconfiggere il nemico.Traduzione di Alessandro Lattanzio