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Dalla sovraestensione al collasso

Daniel Lazare, SCF 9 maggio 2020

In meno di tre decenni, un semplice battito di ciglia in termini storici, gli Stati Uniti sono passati dall’unica superpotenza mondiale a un enorme relitto impotente davanti al coronavirus e intento a incolpare il resto del mondo per i suoi fallimenti. Come notava il giornalista Fintan O’Toole nell’Irish Times: “Per oltre due secoli, gli Stati Uniti hanno suscitato una vasta gamma di sentimenti nel resto del mondo: amore e odio, paura e speranza, invidia e disprezzo, timore e rabbia. Ma c’è un’emozione che non è mai stata diretta verso gli Stati Uniti finora: la pietà”. Giusto. Ma come e perché è nata questa condizione pietosa? È tutta colpa di Donald Trump come molti ora suppongono? O il processo iniziò prima? La risposta per ogni serio studioso di politica imperialista è la seconda. In effetti, un’affascinante email suggerisce che il punto di svolta si ebbe alla metà del 2014, molto prima che Trump mettesse piede nell’Oval Office. Inviata dal generale Wesley Clark a Philip Breedlove, successore di Clark a comandante della NATO in Europa, l’e-mail del 12 aprile 2014 riguardava gli eventi in Ucraina che iniziavano a sfuggire al controllo. Alcune settimane prima, l’amministrazione Obama era in cima al mondo grazie all’insurrezione nazionalista a Kiev che aveva scacciato il presidente moderatamente filo-russo Viktor Janukovich. I bicchieri di champagne tintinnavano senza dubbio a Washington ora che l’Ucraina era solidamente nel campo occidentale. Ma poi tutto andò storto. In primo luogo, Vladimir Putin prese il controllo della penisola di Crimea, sede dell’importante base navale russa a Sebastopoli. Quindi un’insurrezione filo-russa decollò a Donetsk e Lugansk, due province russofone nell’estremo oriente ucraino. Improvvisamente, il Paese si disgregava e gli Stati Uniti non sapevano cosa fare. Fu in quel momento che Clark scrisse la sua nota. Già, informò Breedlove, “Putin ha letto l’inazione degli Stati Uniti in Georgia e Siria come “debolezza degli Stati Uniti”.” Ma ora, grazie alla svolta allarmante degli eventi in Ucraina, altri facevano lo stesso. Come disse: “La Cina ci osserva. La Cina avrà quattro portaerei e il dominio dello spazio aereo nel Pacifico occidentale entro 5 anni, se le attuali tendenze continueranno. E se lasciamo che l’Ucraina scivoli via, aumenterà sicuramente il rischio di conflitti nel Pacifico. Perché la Cina chiederà agli Stati Uniti di affermarsi su Giappone, Corea, Taiwan, Filippine, Mar Cinese Meridionale?… [I] Se la Russia prende Ucraina, la Bielorussia aderirà all’Unione Eurasiatica e, presto, l’Unione Sovietica (con un altro nome) tornerà … Né i Paesi baltici né i Balcani resisteranno alle perturbazioni politiche avviate da una Russia in ripresa, a che serve una “garanzia di sicurezza” della NATO contro la sovversione interna?… E poi gli Stati Uniti troveranno una Russia molto più forte, una NATO in rovina e [una] grande sfida nel Pacifico occidentale. Molto più facile [mantenere] la linea ora in Ucraina che altrove dopo”.
L’email dice molto della mentalità dei responsabili. Possibilmente, l’amministrazione Obama aveva ancora tempo per cambiare le cose: se cioè avesse mostrato flessibilità, volontà di scendere a compromessi e di opporsi agli ultranazionalisti che avevano guidato la rivolta anti-Janukovich e opposto a qualsiasi cosa che rigettasse un accordo equo. Ma invece fece il contrario. Negli anni ’60, i guerrieri freddi pretesero che se il Vietnam fosse “caduto” nel comunismo, Thailandia, Birmania e persino India avrebbero seguito l’esempio. Ma la proposta che Clark ora avanzava era ancora più estrema, una teoria del super-domino che pretendeva che una piccola rivolta etnica in una parte del mondo che pochi a Washington potevano trovare sulla mappa, era intollerabile perché poteva disfare l’intera struttura internazionale della NATO, il controllo degli Stati Uniti sul Pacifico occidentale, la vittoria sui sovietici: tutto sarebbe andato perduto perché alcune migliaia di persone insistevano a parlare nella loro lingua russa. Perché tale rigidità? Il vero problema non era la mentalità da scontro quanto il fenomeno che lo storico Paul Kennedy identificò alla fine degli anni ’80: “la sovraestensione imperiale”. Come altri imperi prima, gli Stati Uniti si estesero così tanto dopo venticinque anni di “unipolarità” che gli strateghi erano occupati a mantenere una struttura sempre più traballante. I nervi erano al limite, motivo per cui una rivolta etnica che poteva essere sopportata nella fase precedente dello sviluppo imperiale degli Stati Uniti, ora non era più tollerabile. Poiché i ribelli infransero le priorità imperiali degli Stati Uniti, costituivano una minaccia fondamentale e quindi dovevano essere demoliti. Tranne che: la struttura era così debole che ogni nuova operazione di repressione peggiorava solo le cose. Gli insorti mantennero le posizioni a Donetsk e Lugansk grazie al sostegno russo, mentre il governo fu sempre più corrotto e instabile a Kiev. In Medio Oriente, la situazione era così confusa che gli alleati degli statunitensi come Arabia Saudita e Qatar inviavano denaro e armi allo SIIL mentre imperversava su Siria orientale e Iraq settentrionale e avanzava su Baghdad. Grazie al tumulto scatenato dalle politiche statunitensi, milioni di rifugiati disperati presto arrivarono in Europa scatenando una potente reazione nativista che continua ancora oggi. L’egemonia nordamericana diventava un incubo.
Non era diverso negli USA scossi dal terrorismo wahhabista e sgomenta dalle guerre in Medio Oriente insensate ma che non sembravano finire mai. Donald Trump cavalcò il malcontento fino alla Casa Bianca promettendo di “prosciugare la palude” e riportare le truppe a casa. Possibilmente, avrebbe potuto farlo proprio una volta che fosse stato in carica, se cioè fosse stato seriamente intenzionato a ridimensionare l’imperialismo USA e di resistere alla CIA. Ma la “comunità d’intelligence” reagì lanciando la classica campagna di destabilizzazione basata sul tema della collusione russa mentre le idee in politica estera di Trump si rivelarono ancora più disordinate di quelle di Obama. Quindi il crollo si acuiva, motivo per cui gli USA sono ora un gigante indifeso. Un pazzo è al timone, ma il meglio che i democratici possono fare è presentare un candidato che soffre delle prime fasi della demenza senile e che potrebbe essere uno stupratore. Nessuno sa come andranno le cose d’ora in poi. Ma due cose sono chiare. Uno è che il processo non è iniziato con Trump, mentre l’altro è che continuerà senza dubbio a prescindere da chi vince a novembre. Una volta iniziato il collasso, è impossibile fermarlo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio