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Come Stalin non permise all’URSS di essere usata come “carne da cannone”

Semjon Ekshtut (Dottore in Filosofia), RG 27 aprile 2020

Al tempo, quando non solo i poeti ma anche i diplomatici scrivevano con piume d’oca, e lo strumento di scrittura consisteva in due sorelle inseparabili: calamai e cassette di sabbia fine (si cospargeva sul testo scritto con inchiostro in modo da asciugarlo e non sbavare sulla carta), il filosofo francese Pierre Bouast usò il famoso aforisma: “L’inchiostro dei diplomatici viene facilmente cancellato se non cosparso da polvere da sparo”.

Cronaca di una lotta comune
A Josif Vissarjonovich Stalin non piaceva scrivere coll’inchiostro, preferendo una matita colorata o a grafite. Rosarchive presentò la mostra storica e documentaria “Stalin, Churchill, Roosevelt: una lotta comune contro il nazismo”. La pandemia di coronavirus impedì l’apertura tempestiva della mostra, prevista il 23 aprile 2020, ma la Fondazione Svjaz Epoch, utilizzando sovvenzioni del Presidente della Federazione Russa. preparò un catalogo riccamente illustrato di 400 pagine, dando un quadro esaustivo di 230 mostre uniche. Quindi, sebbene Stalin non amasse scrivere coll’inchiostro, era ben consapevole che non bastava porre fine trionfalmente alla sanguinosa guerra, ma si doveva saperne usare i risultati: firmare un trattato di pace utile per il vincitore. La vittoria ottenuta dai soldati sul campo di battaglia non doveva essere persa dai diplomatici ai negoziati. E molto prima della fine della Seconda guerra mondiale, Stalin iniziò a preparare la polvere da sparo con cui avrebbe spruzzato la firma sul nuovo trattato di pace. “Una buona politica estera a volte pesa più di due o tre armate sul fronte”, affermò Stalin.

La mano invisibile della diplomazia
All’arte insuperabile di Stalin, il diplomatico, che non permise agli Alleati di usare l’Unione Sovietica come “carne da cannone” nella lotta contro Hitler, è dedicata la mostra organizzata dall’Agenzia federale degli archivi, dall’Archivio di Stato della Federazione Russa, dal Dipartimento Storico e Documentario del Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa e dalla Società Storica Russa . “Stalin disse più di una volta”, ricordò V. M- Molotov, “che la Russia vince le guerre, ma non sa come usare i frutti delle vittorie. I russi combattono meravigliosamente, ma non sanno come fare la pace, sono elusi e indeboliti”. Nelle conversazioni con interlocutori stranieri durante la guerra, Stalin ripeté la stessa idea. “Tutti considerano i russi dei braccianti agricoli”, disse all’ambasciatore americano Averell Harriman. “I russi dovrebbero liberare la Polonia, e i polacchi prendersi Leopoli. Tutti pensano che i russi siano sciocchi”. Questa volta, Stalin, secondo Molotov, era deciso a non lasciarsi ingannare sia durante la guerra che condividendo i frutti della vittoria”. E fece sì che i suoi alleati nella coalizione anti-Hitler, il presidente degli Stati Uniti Roosevelt e il primo ministro britannico Churchill, facessero i conti su questo. Molto presto, Roosevelt e Churchill si convinsero della capacità insuperabile di Stalin di condurre un dialogo costruttivo con loro. In una conversazione con un fidato diplomatico inglese, Roosevelt disse in tono scherzoso che “se gli avessero lasciati solo gli affari mondiali, col Primo Ministro e lo Zio Joe e senza alcuna preoccupazione per il Congresso e il Parlamento, allora tutti sarebbero stati molto meglio”. Stalin ebbe un momento difficile. Dietro la lucentezza esterna e l’ostentata gentilezza degli alleati si nascondeva la fiducia nel loro diritto di parlare a Stalin dall’alto della loro grandezza. “Roosevelt e Churchill erano uniti dal complesso di esclusività e superiorità anglo-americana, convinzione nella missione civilizzatrice dei popoli anglofoni verso il resto del mondo, tra cui la Russia “semi-barbara”. In Stalin, videro un leader eccezionale ma ancora barbaro, “Attila” o “Orso”, “come alcuni personaggi inglesi lo chiamavano alle spalle, come Churchill ed Eden stessi”. Il presidente degli Stati Uniti Roosevelt lo capì rapidamente e istruì Churchill: “Stalin non sopporta l’arroganza dei tuoi capi”. Il presidente lo scrisse con una profonda comprensione della situazione. Nell’agosto 1942, Stalin e Churchill ebbero negoziati molto difficili sull’apertura del secondo fronte in Europa.

Non devi aver paura solo dei tedeschi!
Durante la conversazione del 12 agosto 1942, Stalin lanciò all’inglese un monito “non dovresti avere paura solo dei tedeschi”. L’orgoglioso discendente del Duca di Marlborough la prese come accusa di codardia e stava per partire prima del previsto. “Capisce con chi parla? Con un rappresentante dell’impero più potente che il mondo abbia mai visto!”, s’indignò conversano col suo ambasciatore A.K. Kerr, offeso dalla trasgressione di “certi contadini”. Trascorsero meno di tre anni. Il 6 febbraio 1945, le truppe dell’Armata Rossa erano alla periferia di Koenigsberg, attraversarono il fiume Oder nella zona di Breslau e combatté feroci battaglie a Budapest. Era il 1326° giorno di guerra. La storica conferenza di Jalta (Crimea) dei Grandi Tre si tenne nel Palazzo Livadja in Crimea. Durante la discussione sul problema polacco molto difficile, il primo ministro inglese, respingendo la precedente arroganza, riconobbe il diritto incondizionato dell’Unione Sovietica a difendere i propri interessi di Stato: “Churchill costantemente dichiarò pubblicamente in parlamento e altrove l’intenzione del governo britannico di riconoscere la linea Curzon interpretata dal governo sovietico, cioè la cessione di Leopoli all’Unione Sovietica. Lui, Churchill, ed Eden furono criticati molto su questo in parlamento e nel partito conservatore, ma sempre credette che dopo la tragedia che la Russia aveva sofferto difendendosi dall’aggressione tedesca, e dopo gli sforzi che la Russia fece per liberare la Polonia, le rivendicazioni russe su Leopoli e la linea Curzon non si basasse sulla forza, ma sul diritto. Churchill procedette, ed ora aderisce a questo punto di vista”. Di conseguenza, gli Alleati supportarono Stalin nel risolvere la questione polacca. “Roosevelt afferma che la questione polacca è stata un problema mondiale per cinque secoli. Churchill afferma che dobbiamo cercare di garantire che la questione polacca non causi più fastidi all’umanità.”

Solo fatti
Durante gli anni della guerra, l’Armata Rossa distrusse 626 divisioni dei Paesi dell’Asse (di cui 508 tedesche), infliggendo oltre il 60% di tutte le perdite umane delle forze armate tedesche (7,181 milioni di perdite umane della Germania e 1,468 milioni dei suoi satelliti europei). L’URSS rappresentò il 75% degli sforzi militari della coalizione anti-Hitler. La spesa militare in percentuale del PIL in URSS fu del 76%, negli Stati Uniti del 47%, nel Regno Unito del 57%. La mobilitazione delle riserve umane, forze armate più impiegati nell’industria militare in percentuale della popolazione in età lavorativa, raggiunse il 54% in URSS, il 35,4% negli Stati Uniti e il 45,3% nel Regno Unito. Nell’Unione Sovietica ci furono 27,1 milioni di giorni di lavoro per milione di abitanti, rispetto a 4,7 milioni negli Stati Uniti e Gran Bretagna. Per perdite civili e militari totali, l’URSS perse quasi un settimo degli abitanti, la Gran Bretagna un 127.mo e gli Stati Uniti un 320.mo.

Dall’Elba al Pacifico
“Avevamo bisogno di consolidare ciò che fu conquistato”, ricordò Molotov, e Stalin, secondo lui, era deciso a non perdere questa occasione storica e a non “lasciarsi ingannare”, come spesso accaduto alla Russia nelle guerre precedenti”. Stalin si riteneva un collettore di terre russe, in tempi e motivi diversi staccate dallo Stato russo. “In occidente e in Oriente, tutto ciò che fu precedentemente portato via, fu restituito, e inoltre, il compito di secoli fu risolto…” Questo fu scritto poco prima della morte da Konstantin Mikhailovich Simonov, vincitore per sei volte del Premio Stalin. Simonov non dubitò mai dell’ideologia comunista, cosa che non si può dire del conte Ignatiev. L’autore del famoso libro “Cinquant’anni al servizio”, conte Aleksej Alekseevich Ignatiev, iniziò la corriera come ufficiali alfiere del reggimento della Guardia a cavallo e la finì come Tenente-Generale dell’Armata Rossa. Tuttavia, il suo ragionamento alla fine della vita non differì dalle argomentazioni di Simonov. Ignatiev fu sempre servitore fedele della Russia e disse di ciò: “Non ho servito i re!”, aggiungendo: “Non sarò mai comunista! Ma devo ammettere che l’Impero russo non è mai stato così grande come con loro. Dall’Elba all’Oceano Pacifico!”

In prima persona
Il 28 novembre 1974, lo scrittore Feliks Ivanovich Chuev visitò la dacia di Vjacheslav Mikhailovich Molotov e poi ne scrisse le memorie, quando spesso occupava il secondo posto sull’olimpo politico sovietico sotto Stalin: “Vidi il mio compito di Ministro degli Esteri espandersi il più possibile come i confini della nostra Patria. E sembra che Stalin e io facemmo un buon lavoro in questo compito…. Ricordo la storia di A.I. Mgeladze (Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista della Georgia negli ultimi anni di vita di I.V. Stalin), integrata da Molotov, su come, dopo la guerra, una mappa dell’URSS fu portata nella dacia di Stalin, era piccola, per un libro di testo scolastico. Stalin l’appese sul muro: “Vediamo cosa abbiamo fatto… Al Nord, tutto bene, tutto normale. La Finlandia era colpevole e ne allontanammo il confine da Leningrado. Gli Stati baltici sono terre russe! Di nuovo viviamo insieme con i bielorussi, ucraini, moldavi. È normale in Occidente”. E subito andò ai confini orientali. “Cosa abbiamo qui?.. adesso le Isole Curili sono nostre, Sakhalin è completamente nostra, guardate che bello! Sia Port Arthur che il nostro estremo oriente”, Stalin guardò la Cina, “L’Estremo Oriente russo è nostro. Cina, Mongolia sono tutte in ordine… Qui non mi piace il nostro confine!”, disse Stalin mostrando il sud del Caucaso”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio