L’inizio della fine del Bilderberg

Alastair Crooke SCF 25.06.2018

Arthur Kœstler, scrittore (agente inglese), Irving Brown, sindacalista (agente della CIA per la sinistra europea) e James Burnham (agente CIA presso gli intellettuali e i media)

L’ inizio della fine della visione di Bilderberg/Soros è in vista. Il vecchio ordine si aggrappa anche con le ultime unghie. La visione del Bilderberg è la nozione del cosmopolitismo internazionale multiculturale che sovrasta il nazionalismo dei vecchi tempi, annunciando la fine delle frontiere e conducendo verso un governo economico-politico a guida statunitense, “tecnocratico”. Le sue radici si trovano in personaggi come James Burnham, ex-trotzkista stalinofobo che scrivendo già nel 1941, sosteneva che le leve del potere finanziario ed economico andavano poste nelle mani di una classe dirigente: l’élite, che da sola avrebbe gestito lo Stato contemporaneo; a vantaggio del mercato e del potere tecnico di tale élite. Fu, senza mezzi termini, l’appello all’oligarchia tecnocratica. Burnham rinunciò alla fedeltà a Trotzkij e al marxismo in tutte le sue forme nel 1940, adottandone tattiche e strategie d’infiltrazione e sovversione (apprese come membro della cerchia ristretta di Leon Trotsky) elevando a un nuovo stadio la gestione trotskista della “politica d’identità” in “ordigno” della disintegrazione innescato per far esplodere la cultura nazionale occidentale. Il suo libro del 1941, “The Managerial Revolution“, catturò l’attenzione di Frank Wisner, in seguito personaggio leggendario della CIA, che vide nelle opere di Burnham e del suo collega trotzkista Sidney Hook, la prospettiva di creare un’alleanza efficace di ex-trotzkisti contro lo stalinismo. Ma, in aggiunta, Wisner ne percepiva i meriti di modello per un ordine globale guidato da Stati Uniti e CIA e pseudo-liberista (“pseudo”, perché come diceva chiaramente Burnham in The Machiavellians, Defenders of Freedom, la sua versione di libertà significava altro che libertà intellettuale o libertà definite dalla Costituzione americana. “Ciò che significava in realtà era conformità e sottomissione“). In breve, (come notarono Paul Fitzgerald ed Elizabeth Gould), “nel 1947, il passo di James Burnham dai comunisti radicali all’Ordine del Nuovo Mondo conservatore statunitense fu completo. La sua lotta per il mondo (divenuto promemoria per l’Ufficio dei servizi strategici degli Stati Uniti (OSS, precursore della CIA)) impose la “svolta francese” alla rivoluzione comunista permanente di Trotzkij, trasformandola in piano di battaglia permanente per l’impero globale statunitense. Tutto ciò necessario per completare la dialettica di Burnham era un nemico permanente, e ciò richiese una sofisticata campagna psicologica per mantenere vivo l’odio per la Russia “per generazioni“”.
Cosa c’entra questo con noi oggi? Un “paesaggio di Burnham” per i partiti politici europei apparentemente “centristi”, apparentemente indipendenti, pensatoi, istituzioni e strutture della NATO, fu istigato dalla CIA nell’era postbellica dell’antisovietismo. in Europa e Medio Oriente, nell’ambito del “piano di battaglia” di Burnham per un “ordine” globale guidato dagli Stati Uniti. È proprio tale élite: la tecnocrazia oligarchica di Burnham, che subisce oggi un sconfitta politica al punto che l’ordine liberale sa di lottare per la propria sopravvivenza contro “il nemico della Casa Bianca”, come l’editore di Spiegel Online definiva il presidente Trump. Cosa l’ha causato? Beh, piaccia o meno, il presidente Trump gioca un ruolo importante, se non altro dicendo l’indicibile. La razionalità o meno inerente ad ‘incerti’ o apofasi tipo Eckhart, va oltre il punto: l’intuitivo ‘discorso di dire l’indicibile’ di Trump ha tolto la maggior parte della presa alla vecchia struttura ideologica di Burnham. Ma in Europa, due principali difetti del piano di Burnham hanno contribuito, forse fatalmente, ad andare in crisi: in primo luogo, la politica di popolare l’Europa cogli immigrati, come rimedio ai dati demografici negativi (e diluire fino alla cancellazione le culture nazionali): “Lungi dal comportare la fusione”, scrive lo storico inglese Niall Ferguson, “la crisi migratoria europea porta all’esplosione. Il gioco potrebbe essere chiamato Meltdown Pot… sempre più … la questione della migrazione sarà vista dai futuri storici come fatale solvente dell’UE. Nei loro resoconti, la Brexit apparirà come mero sintomo della crisi“. In secondo luogo, la biforcazione in due economie non correlate e diseguali, come conseguenza della cattiva gestione dell’economia elitaria (es. l’ovvia assenza di “prosperità per tutti”). Evidentemente Trump ha ascoltato i due messaggi chiave del suo collegio elettorale: che non accettano di avere la cultura americana (bianca) e il suo modo di vivere diluito dall’immigrazione, e nemmeno desiderano, stoicamente, accettare l’eclissi degli USA da parte della Cina. Il problema di come arrestare l’ascesa della Cina è primordiale (per il team di Trump) e in un certo senso ha portato a una “retrospettiva”: gli USA ora rappresenterebbero solo il 14% della produzione globale (secondo la Parità del potere d’acquisto, PPP) o il 22%, su base nominale (al contrario di quasi la metà della produzione globale, di cui gli Stati Uniti erano responsabili, alla fine della Seconda guerra mondiale), ma le società statunitensi, grazie all’egemonia globale del dollaro, godono del monopolio (cioè Microsoft, Google e Facebook, tra gli altri), sia tramite privilegio normativo o col dominio sul mercato. Trump vuole impedire la decadenza di tali asset e sfruttarlo nuovamente come potente carta di contrattazione nella guerra dei dazi. Ciò è chiaramente “vincente” nella politica nazionale degli Stati Uniti, per le imminenti elezioni di metà mandato a novembre. Il secondo filone sembra una sorta di “retrospettiva” mediorientale: ripristinare il Medio Oriente all’epoca dello Shah, quando la “Persia” controllava il Medio Oriente; quando Israele era una “potenza” regionale che attuava gli interessi statunitensi e quando le principali fonti energetiche erano controllate degli Stati Uniti. E inoltre quando l’influenza russa fu attenuata sfruttando il sunnismo radicale contro socialismo e nazionalismo arabo.
Ovviamente Trump è abbastanza scaltro da sapere che non è possibile tornare completamente al mondo di Kissinger. La regione è cambiata troppo, ma Kissinger rimane un influente consigliere del presidente (insieme a Netanyahu). Ed è facile dimenticare che il dominio degli Stati Uniti in Medio Oriente li ha portati non solo al controllare l’energia, ma a riciclare i petrodollari a Wall Street e alla rete di basi militari statunitensi nel Golfo che circonda l’Iran e danno agli Stati Uniti forza militare in Asia. Quindi Trump abbracciava bin Salman, bin Zayad e Netanyahu, e la narrativa sull’Iran “attore maligno” nella regione e fiancheggiatore del terrorismo. Ma è solo una “narrazione”, ed è sciocca se si comprende il contesto regionale. La storia dell’Islam non è mai stata esente da conflitti violenti (risalenti agli inizi: cioè le Guerre della Ridda od apostasia 632-3 ecc.). Ma, per non dimenticare, l’attuale radicalizzazione sunnita (come quella che ha creato lo SIIL) risale almeno al XVII e al XVIII secolo, col disastro ottomano alle porte di Vienna (1683); il conseguente inizio della dissoluzione del califfato; la crescente permissività e sensualità ottomana che provocarono il radicalismo di Abd al-Wahhab (su cui si fonda l’Arabia Saudita); e infine l’aggressivo secolarismo occidentalizzante in Turchia e Persia innescando ciò che viene chiamato “Islam politico” (sunniti e sciiti inizialmente erano uniti in un unico movimento). La storia di MBS secondo cui il “fondamentalismo” dell’Arabia Saudita fu la reazione alla rivoluzione iraniana è un altro “meme” che sarebbe utile a Trump e Netanyahu, ma è sempre falso. La realtà è che il moderno sistema arabo (sunnita), residuo dell’era ottomana, fu causa del proprio declino dalla Prima guerra mondiale, mentre l’islam sciita gode della forte rinascita nella fascia settentrionale del Medio Oriente e oltre. In parole povere: gli iraniani sono in ascesa nella storia, ed è semplice. Ciò che Trump cerca è la capitolazione iraniana di fronte all’assedio statunitense-sionista-saudita, la chiave per sconfiggere Obama (di nuovo) cercando di riaffermare il predominio degli Stati Uniti in Medio Oriente, il predominio energetico e il risorgere israeliano a potenza regionale. Quindi soggiogare l’Iran appare la via primaria per ristabilire l’ordine globale unipolare.
È così chiaro proprio perché Trump vorrebbe vedere Iran, Iraq ed alleati dovunque cedere all’egemonia unipolare, mentre l’Iran è centrale nella visione multipolare di Xi e Putin quanto simbolico per la presunta ‘riforma’ del Medio Oriente di Trump, non solo simbolico: l’Iran è fondamentale per le strategie geopolitiche di Russia e Cina. In una parola, l’Iran ha più influenza per assicurarsi la sopravvivenza di quanto Trump abbia previsto. Gli USA sfrutteranno il dominio sul sistema finanziario fino a strangolare l’Iran, e Cina e Russia faranno il necessario, dal punto di vista finanziario, per impedire che l’Iran imploda economicamente, rimanendo un pilastro dell’alternativo ordine mondiale multipolare. Ed è qui che entrano in gioco i paradigmi in Europa. Non, ripeto, perché ci si può aspettare che l’Europa mostri una leadership o “faccia” molto, ma piuttosto perché il discorso apofatico del “dire l’indicibile” si diffonde in Europa. Finora non ha cambiato il paradigma del potere, ma potrebbe farlo presto (cioè con la possibile scomparsa politica della Merkel). La Germania potrebbe essere più sdolcinata politicamente dell’Italia, ma la voce del nuovo ministro degli Interni Matteo Salvini, che dice “no” agli “agenti di Burnham” a Berlino, riecheggia in tutta Europa e oltre. È uno schiaffone. Cerchiamo di essere assolutamente chiari: non suggeriamo che l’Europa spenderà capitale politico in difesa del JCPOA. È improbabile. Diciamo che l’egemonia del dollaro USA si è rivelata tossica per il resto del mondo in molti modi, e Trump, sfruttando l’egemonia in modo così gangsteristico: “Siamo l’America, porca troia!”, come un funzionario ha descritto l’approccio degli USA, alimentando l’antagonismo verso l’egemonia del dollaro (se non ancora verso gli USA in sé), spingendo i non-americani in una comune ribellione al predominio finanziario unipolare statunitense. Questa “rivolta” già rinforza Kim Jong Un, come riporta il Washington Post: “Coi legami commerciali USA-Cina arenati, Kim è ben posizionato per giocare con entrambe le potenze, parlando dolcemente con Trump mentre persegue una relazione più stretta con Xi… Kim capisce la gerarchia. Sa che Xi è il padrino asiatico“, aveva detto Yanmei Xie, analista politico della Gavekal Dragonomics, società di ricerca economica a Pechino. “Calcola pragmaticamente che la Cina l’aiuterà per via economica integrando diplomaticamente ed economicamente la Corea democratica nell’Asia nord-orientale… C’è uno sforzo regionale, una sorta di coalizione del nord-est asiatico per mantenere la finzione che la Corea democratica disarmerà finché gli statunitensi continueranno a parlare”, diceva Xie. La Cina è meno concentrata a che Kim ceda le sue armi piuttosto che metterlo in riga. Potrebbe eventualmente usare commercio ed investimenti per trattenerlo, dicono gli esperti. “Con la Corea democratica alle prese con le sanzioni ONU”, il sostegno politico ed economico della Cina è ancora molto importante”, secondo Zhao Tong, esperto di Corea democratica del Centro Carnegie-Tsinghua per la politica globale di Pechino. Zhao ha detto che la domanda ora è: “Come può la Cina aiutare la Corea democratica a sviluppare l’economia?” “La Cina può anche aiutare Kim a normalizzare lo status diplomatico della Corea democratica. Ciò inizia trattandolo meno da dittatore canaglia e più da statista in visita“.
Lo stesso vale per l’Iran, in poche parole. Cina e Russia sanno come giocarsi il “pollo”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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