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“Queste sono case della morte”: storia del nazismo finlandese

Stalker Zone, 21 aprile 2020

“Anche i bambini di sette o otto anni sono imprigionati in una cella per il fatto che loro, affamati e pigati, camminano in città e chiedono pane… Nel tentativo di scappare, tre prigionieri… sono stati picchiati a morte…”, questa la testimonianza di prigionieri in un campo di concentramento, nel 1942. E non è un campo tedesco, ma finlandese. RIA Novosti, nell’ambito del progetto “Senza uno statuto di limitazioni”, pubblica le prove dei crimini di guerra dei fascisti finlandesi commessi contro inermi cittadini sovietici, declassificati dall’amministrazione regionale dell’FSB di Karelija e trasmessi all’Archivio Nazionale della Karelija.

Nazismo alla finlandese
Un quarto della popolazione della Karelija negli anni della Grande Guerra Patriottica finì nei campi di concentramento finlandesi, dove i prigionieri erano considerati “schiavi senza diritti”, così il maresciallo Carl Gustaf Mannerheim parlava di russi, careliani, tatari e altri abitanti locali. I lavori forzati e la fame uccisero migliaia di persone e i territori occupati furono sotto un regime nazista. “A differenza dei finlandesi, careliani e vepsiani, a ogni russo viene ordinato di indossare una benda rossa sulla manica sinistra. Lui e gente di altre nazionalità, tatari, georgiani e altri, ricevono metà del cibo”, dice un’altra citazione dagli archivi declassificati. Nella repubblica socialista sovietica karelo-finlandese occupata nel 1941-1944, i finlandesi costruirono 14 campi di concentramento (sei a Petrozavodsk). Nell’aprile 1942 c’erano circa 24000 persone, il 30% della popolazione. Questi erano principalmente slavi e oltre il 90%- russi, bielorussi e ucraini. Gli storici stimano che circa 50000 persone finirono nei campi.

Il dottore colpì, il malato morì
“Il campo introdusse la disciplina della frusta, per le minime violazioni del regime i prigionieri del campo venivano picchiati con bastoni e manganelli”, testimonia Egor Petrovich Egorov, fuggito dalla detenzione nel maggio 1942. “Britkin, detenuto nel campo, fu inviato alla stazione di disboscamento di Kutizhmu, dove si ammalò e andò dal medico per chiedere aiuto, ma invece di aiutarlo, questo dottore picchiò Britkin. Il paziente fu rimandato al campo di concentramento, dove morì una settimana dopo. Ivan Ivanov fu picchiato all’incoscienza dallo stesso medico”, recita la testimonianza di un altro prigioniero, l’insegnante Pavel Filippovich Jakimets. Dà i nomi dei torturatori: comandante del campo di concentramento n. 2 a Petrozavodsk Valentin Miks e la guardia Pauli. Circa un terzo dei prigionieri morì di fame. Secondo gli esperti della Carelia, i finlandesi uccisero persone inermi, creando artificialmente la fame e non fornendo assistenza medica. Consideravano careli, ingermani, vepsiani, estoni e mordoviani “popoli affini”. Il resto, principalmente russi, popolazioni “non nazionali”. “I finlandesi bianchi [valkoiset] misero donne insieme a bambini e vecchi in case apposite alla periferia della città e circondate da filo spinato. Queste erano le case della morte. In tutti i campi c’era fame e tifo”, ricorda un residente di Petrozavodsk.

Se si aiutava il governo sovietico, c’era la pena di morte
Le persone venivano gettate nei campi al minimo pretesto, prima di tutto, per il sospetto di simpatizzare col potere sovietico. Quindi, i documenti descrivono la storia della famiglia Babushkin del villaggio di Ustreka, mandata dietro il filo spinato semplicemente per una voce secondo cui avrebbero aiutato i partigiani, anche se, secondo le prove degli altri abitanti del villaggio, non fu così. Durante l’interrogatorio Pelageja Stepanova Barantseva riferì di essere stata mandata nel campo nel novembre 1942 per il fatto che suo marito comandava un’unità partigiana, “che venne a casa nostra dandogli rifugio”. Chi combatteva gli occupanti fu ucciso, in conformità con una direttiva diretta di Mannerheim dal suo “Appello alla popolazione careliana”. “La minima assistenza fornita alle truppe sovietiche dai civili è considerata spionaggio e le loro azioni armate … – attacchi per rapina. Tutte le persone colpevoli in entrambi i casi sono punibili con la morte”, si legge in un estratto del certificato archivistico coll’allegato della traduzione dello stesso ” Appello” di Mannerheim. La direttiva fu rigorosamente attuata, seguita dal tenente colonnello Väino Kotilainen che, secondo gli storici, e non fu mai processato per i suoi crimini. Ci sono molti esempi negli articoli declassificati. I nazisti finlandesi affrontarono comunisti e Komsomol con particolare crudeltà. Così, nel distretto di Zaonezhskij, il segretario dell’organizzazione Komsomol e la sua vice del consiglio del villaggio di Kuzarandskij, Tatijana Mukhina, che aveva solo 20 anni, furono brutalmente torturati. Raccontano altri abitanti del villaggio: “Molte volte picchiarono Mukhina durante gli interrogatori, dopo di che la gettarono nella cella frigorifera della scuola, che fungeva da cella di detenzione prima del processo… Durante un interrogatorio, la compagno Mukhina si staccò dalle mani dei finlandesi bianchi per scappare, ma quando fu un strada fu presa dai soldati finlandesi e gettata di nuovo in cella. Qui le furono sparati diversi colpi e Tanja Mukhina fu uccisa”.

Bastonate con spranghe
Campo di Kolvasozerskij. Intere famiglie furono gettate qui e i bambini furono tolti alle madri. Le persone furono arrestate al minimo pretesto possibile. Pertanto, Nikolaj Ivanovich Alekseev fu catturato per aver parlato dell’imminente ritorno dell’Armata Rossa e del ripristino delle fattorie collettive. Fjodor Ivanovich Boglayev cercò di fuggire dagli occupanti. “Nell’agosto 1941, i finlandesi occuparono il villaggio, andai nella foresta a 15 chilometri di distanza, ma fui arrestato dalle truppe finlandesi e riportato indietro”, ricordava. Quando fu interrogato, fu “picchiato con spranghe” .

Nomi dei traditori
Tra i prigionieri c’erano anche informatori che cercavano di le informazioni di cui i nazisti avevano bisogno. Ekaterina Nikolaevna Vlasova affermò che costoro godevano di “fiducia e privilegi”. In particolare, un certo Stepan Timofeev “seguiva i campi e riferiva al quartier generale o conversava con le sentinelle su tali casi. Successivamente, l’atteggiamento dell’organizzazione del campo nei confronti delle persone riportate da Timofeev cambiava”. Successivamente partì volontariamente per la Finlandia. Secondo le memorie di Ekaterina Nikolaevna, una certa Dora Tarasova si presentò: “Come radiooperatrice partigiana, fu catturata, dide tutti i segreti a lei noti, per cui fu rilasciata e inviata a certo corsi, secondo me, per spie”. Lo spionaggio di Tarasova fu segnalato da molti altri ex-prigionieri del campo.

Picchiato per il pane
Le condizioni erano ancora più severe nel campo di Svjatnavolok. Le guardie costrinsero i prigionieri a svolgere compiti ridicoli e li picchiavano. L’ex-prigioniero Gerasim Leontievich Pushko dichiarò: “La prima volta il comandante Kashras mi picchiò perché non mi rasai. La seconda volta fui picchiato da Sergej Pavel Antonovich, un russo che era il capo del campo nel 1942. Pensò che avrei ricevuto del cibo per la seconda volta. E la terza volta fui picchiato da Saprin, un finlandese, per aver chiesto se potevo ottenere altri prodotti alimentari con una tessera di razionamento”. Aleksandra Ivanovna Ponomarjova ricordò che nell’estate 1943 davanti ai suoi occhi “il finlandese Yury Pavlo picchiò Kashin e Parfenov per il fatto che mentre scaricavano l’auto nascosero del cibo”. Erano, ovviamente, malnutriti: un po’ di pane e un piatto di stufato di “varia immondizia”. Il prigioniero Krasilnikov del campo di concentramento n. 5 di Petrozavodsk, dove erano detenute circa 7000 persone, affermò che “a tutti furono dati 300 grammi di farina con additivo in legno e 50 grammi di salsiccia sottile per tre giorni”. Contò almeno 2000 morti, li vide coi suoi occhi, perché portò i corpi in una fossa comune nel cimitero della città. Il pane, ovviamente, mancava, e alcuni andarono nel villaggio vicino per prenderlo, per cui furono bastonati di fronte all’intero campo. Tajsija Petrovna Petrushin fu “picchiata con un bastone così tanto che non potè lavorare per due giorni”. Ekaterina Nikolaevna Petrova ricordò che nell’inverno 1942 uno dei prigionieri uscì per il pane. Come punizione per questa “cattiva condotta”, i finlandesi costrinsero tutte le donne a radersi la testa.

Il loro obiettivo era la Grande Finlandia
Alla domanda che cosa sapevano gli ex-prigionieri del campo delle atrocità delle autorità finlandesi, risposero in modo diverso e il quadro generale si forma solo quando si studiano tutti i documenti archivistici. Dietro ogni riga c’è una vita umana. “È quasi un genocidio deliberato della popolazione civile. Inoltre, si trattava dell’attuazione da parte del comando finlandese della politica razziale volta alla distruzione dei russi. La popolazione “non nazionale” fu mandata nei campi di lavoro, che per molti si rivelarono campi di sterminio, per intere famiglie, compresi i bambini. Ciò fu confermato in modo eloquente dai dati personali contenuti nei documenti d’archivio”, spiegava a RIA Novosti la Decana della Facoltà di Affari archivistici dell’Istituto storico e archivistico dell’Università statale russa per le discipline umanistiche, candidata a scienze storiche ed esperto del progetto “Senza uno statuto di limitazioni”. Elena Malysheva. I finlandesi monitorarono rigorosamente la purezza etnica e i tentativi di violarla furono puniti. La testimonianza di Adam Stanislavovich Bobrovich è caratteristica: “Avvennero pestaggi, soprattutto contro le ragazze per convivenza con i finlandesi. Astapovich, Tyler (tedesco) e un’altra, Zina, non ricordo nome e patronimico dell’ultima”. I campi finlandesi per i russi facevano parte di un grande piano per creare lo Stato etnicamente puro della Grande Finlandia, come affermato dal maresciallo Mannerheim. Anche prima dell’inizio dell’offensiva, firmò l’ordine n.132. Il quarto paragrafo recitava: “Detenete la popolazione russa e mandateli nei campi di concentramento”. “I nomi degli autori zelanti di questo ordine non sono un segreto. Furono nominati nella testimonianza dei prigionieri dei campi finlandesi che riuscirono a sopravvivere. La memoria umana può essere cancellata “, affermò Malysheva. “ma i documenti archivistici hanno conservato questi nomi, il che significa che i crimini “senza uno statuto di limitazioni” non sono spersonalizzati”. Gli occupanti finlandesi, a differenza degli occupanti tedeschi, non fucilarono in massa, e quindi per molti anni i loro crimini rimasero all’ombra delle atrocità del fascismo tedesco, dicono gli storici. I nazisti finlandesi affamarono e sottoposero a condizioni di vita insopportabili, duro lavoro e costante persecuzione nei campi. Ciò è ricordato anche da ex-prigionieri dei campi finlandesi ancora vivi. Secondo la direttiva del maresciallo Mannerheim, russi, ucraini, tatari e molti altri “abitanti non nazionali” della Karelija furono intenzionalmente e silenziosamente sterminati. La particolarità del regime occupante finlandese decide l’approccio all’esposizione dei crimini di guerra. I nuovi documenti declassificati lo consentono sulla base di testimonianze di massa e dettagliate dei testimoni oculari, ed altre prove documentali ora pubblicate.

Traduzione di Alessandro Lattanzio