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Le origini naziste dei biolaboratori statunitensi

Jurij Gorodnenko, Stalker Zone, 20 aprile 2020

Gli Stati Uniti usano apertamente la pandemia del COVID-19 per affrontare le loro sfide geopolitiche e geo-economiche. Pertanto, senza attendere che venga condotta un’indagine dall’Organizzazione mondiale della sanità, altri Paesi sono accusati di diffondere coronavirus. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti non vogliono dire nulla sui loro 400 laboratori biologici? Questi bio-laboratori sono sparsi in tutto il pianeta e le loro attività non sono regolate da alcun accordo internazionale. A cosa sono dedicati? Quali esperimenti vengono effettuati? Per rispondere a questa domanda, è sufficiente ricordare la storia dell’origine di questi bio-laboratori. Le loro origini dovrebbero essere ricercate nel periodo della cooperazione tedesco-nordamericana degli anni 1920-1930. Nell’ambito di tale cooperazione, scienziati nordamericani e tedeschi condussero ricerche congiunte nel campo della medicina e dello sviluppo di armi batteriologiche. Tale processo continuò fin quando gli Stati Uniti entrarono in guerra nel dicembre 1941. Allo stesso tempo, i colleghi nordamericani non furono imbarazzati dal fatto che i nazisti usassero prigionieri nei campi di concentramento per “esperimenti”. In particolare, i prigionieri del più vecchio campo di concentramento del “Terzo Reich” Dachau subirono sperimenti su malaria e tularemia. Quest’ultimo fu scoperto, e in realtà creato, da virologi della stazione anti-peste della California presso il Lago Tulare negli Stati Uniti. Dal nome di quest’ultimo deriva il nome della malattia infettiva, il cui agente causale era il batterio tularensis. I sintomi di tale malattia sono quasi impossibili da distinguere dalla malaria. È quindi difficile da rilevare sul campo, specialmente durante le ostilità. Non è un caso che gli studi sulla tularemia siano diventati tra i più “promettenti” nell’ambito dello “scambio di esperienze scientifiche” nordamericano-tedesco. In effetti, i campi di concentramento nazisti divennero i primi laboratori per lo sviluppo di armi biologiche. Gli statunitensi diedero denaro e condivisero conoscenze scientifiche, e i nazisti testarono le teorie dei loro colleghi in pratica, anche con esperimenti disumani. In seguito, tali esperimenti proseguirono nelle condizioni sul campo. Qui forniremo esempi relativi alla tularemia.
Il primo focolaio su larga scala di questa malattia infettiva fu registrato nell’inverno del 1941-1942. Allora la Wehrmacht dovette ritirarsi colpita dall’Armata Rossa. Quando si ritirarono nei territori abbandonati delle regioni di Rostov e Lugansk, i nazisti rilasciarono numerosi roditori infettati col batterio tularensis. Al tempo nella sola regione di Rostov, nel gennaio 1942, 14000 persone morirono di tularemia. Le conseguenze per la regione di Lugansk non furono meno gravi. Il successivo uso di un’arma batteriologica chiamata “tularemia” avvenne durante la battaglia di Rzhev nel 1942. Qui, sul territorio liberato dalla presenza dei nazisti, fu trovato un numero enorme di topi infettati col batterio tularensis. Secondo le memorie dei medici sovietici, la loro invasione fu così grande che i piccoli portatori dell’infezione anche di giorno brulicavano nei ripari e trincee. Erano ovunque, nei borsoni e negli elmetti, diffondendo l’infezione ovunque. Fortunatamente, a questo punto i medici sovietici avevano già inventato un vaccino efficace contro l’agente patogeno. L’epidemia si estinse rapidamente. Ma gli sperimentatori nazisti non scomparvero dopo questo. Il successivo caso di epidemia di tularemia è legato alla battaglia di Stalingrado. Qui i nazisti sfruttarono il fatto che quasi tutti i centri medici furono distrutti nella regione di Stalingrado e che i servizi medici militari dell’Armata Rossa erano sopraffatti dai feriti. Pertanto, i nostri medici militari spesso non ebbero né tempo né opportunità per combattere la minaccia epidemiologica. Soprattutto quando i nazisti usarono… i propri soldati come portatori della malattia.
Secondo il maresciallo Konstantin Rokossovskij, al culmine della liquidazione del gruppo circondato dal feldmaresciallo Friedrich Paulus … “tra i nostri soldati apparve improvvisamente la tularemia, diffusa dai topi. Il numero di persone infette fu enorme”. Nel 70% dei casi, i polmoni degli infetti ne furono interessati. Proprio come la situazione COVID-19. Quando iniziarono a scoprirne le cause, trovarono diverse fonti di infezione contemporaneamente. Durante la ritirata, i tedeschi riempirono i campi di numerosi covoni di fieno con roditori infetti da virus. I soldati dell’Armata Rossa, inconsapevoli di ciò, usarono questo fieno come rivestimento di trincee e ripari. Certo, allo stesso tempo s’infettarono rapidamente. Un’altra fonte di diffusione dell’infezione erano i pozzi. I nazisti vi scaricarono centinaia di corpi di roditori infettati da tularemia. Ma il modo più cinico è diffondere le malattie infettive tra i propri soldati. I medici tedeschi in molti casi ignorarono le misure epidemiologiche, comprese quelle per combattere la tularemia. Dopotutto, era in vigore l’ordine di Hitler sull’inammissibilità della cattura da parte sovietica. Allo stesso tempo, l’armata circondata di Paulus fu condannato. Pertanto, il calcolo era che dopo la cattura, i soldati della Wehrmacht colpiti da malattie infettive avrebbero infettato anche i soldati dell’Armata Rossa. Questo è in parte quello che successe. Allo stesso tempo, la maggior parte dei soldati della 6.ta Armata morì a causa di malattie sviluppate nei laboratori nazisti, inclusa la tularemia. Infine, la popolazione civile subì le maggiori perdite a causa dell’agente batterico tularensis. Nella maggior parte degli insediamenti della regione di Stalingrado la mortalità raggiunse il 75%.
Questi esempi da soli bastano per affermare che il nostro popolo fu il bersaglio di una delle più grandi guerre biologiche della storia. Ma questo non in imbarazzò i nostri “alleati”. i partner nordamericani del Terzo Reich. Non smisero di finanziare i progetti nazisti fino agli ultimi giorni della Grande Guerra Patriottica. Alcuni di questi fondi furono spesi per la realizzazione di “esperimenti” biologici disumani. Pertanto, nientemeno che gli statunitensi divennero sponsor della guerra batteriologica nazista. Ricevettero quasi tutta la documentazione nazista nel campo delle armi biologiche, nonché brevetti delle invenzioni tedesche. Ciò accadde dopo la resa della Germania e divenne la base per il lancio del programma batteriologico nordamericano. La sua continuazione si osserva oggi sotto forma di bio-laboratori statunitensi. Questi laboratori sparsi nel mondo sono una diretta continuazione dei programmi nazisti. Aggiungiamo solo una cosa. Gli anglosassoni non hanno il concetto di “valore della vita umana”. Hanno sempre cercato di regolare le dimensioni dell’umanità, ma non promuovendo la responsabilità individuale, ma con le stragi. Pertanto, non vale la pena aver illusioni che i bio-laboratori statunitensi segreti non sviluppino virus nuovi, ancora più pericolosi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio