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Il Myanmar si avvicina alla Cina

Dmitrij Bokarev, New Eastern Outlook 16.04.2020

Nel gennaio 2020, il leader cinese Xi Jinping visitò ufficialmente il Myanmar, dove incontrava Aung San Suu Kyi, consigliere di Stato del Myanmar (il capo del governo di fatto del Paese). A seguito dei negoziati, le due nazioni firmavano oltre 30 accordi. I contratti riguardavano tutti i progetti infrastrutturali della Cina in Myanmar, che la RPC dovrebbe attuare nell’ambito della collaborazione tra i due Paesi sull’Iniziativa Belt and Road (BRI) della Cina, volta a migliorare la connettività e incoraggiare la crescita economica attraverso la cooperazione. Oltre al Myanmar, molte altre nazioni eurasiatiche sono coinvolte nella BRI, che oggi è considerata la firma dell’iniziativa in politica estera della RPC. La Cina è interessata al Myanmar per la posizione geografica di quest’ultima, poiché le petroliere che trasportano petrolio greggio e gas naturale liquefatto (GNL) verso la Repubblica popolare cinese da Medio Oriente ed Africa possono scaricare nei porti del Myanmar. Successivamente, questi combustibili possono raggiungere la Cina continentale attraverso condutture che attraversano i territori del Myanmar. Di conseguenza, tali navi non devono navigare attraverso lo stretto di Malacca, stretto canale d’acqua tra gli oceani Indiano e Pacifico che in teoria potrebbe essere bloccato dai nemici della Cina. La posizione del Myanmar è uno dei motivi principali per cui questa nazione può sempre contare su attenzione e sostegno economico della Cina, indipendentemente dallo stato delle relazioni del Myanmar col resto della comunità globale, compreso l’occidente. E queste relazioni non sono affatto in gran forma. Per lungo tempo, il Myanmar fu governato da una giunta militare e rimase parzialmente isolato dal resto del mondo a causa delle sanzioni internazionali impostegli. Negli anni 2000, la leadership del Myanmar fece una serie di passi verso la democratizzazione. Ciò ha migliorato i legami con la comunità internazionale e l’occidente portando alla revoca di alcune sanzioni. Nel novembre 2015, il Myanmar tenne le elezioni generali che portarono la National League for Democracy (NLD) “a vincere la maggioranza di seggi nel parlamento nazionale combinato”. E la vincitrice del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, a capo della NLD, era molto rispettata in occidente in quel momento. Il Myanmar avrebbe dovuto ristabilire rapidamente i legami col resto del mondo ed emergere da decenni di isolamento. Tuttavia, subito dopo, nell’ottobre 2016, scoppiò un’altra crisi a causa del popolo rohingya, gruppo etnico di minoranza musulmana che vive nello Stato Rakhine della nazione. I Rohingya si considerano nativi della loro terra, mentre il governo del Myanmar li considera nativi del Bangladesh, trasferiti in Birmania durante il dominio coloniale britannico. Molti storici che hanno studiato il problema concordano con quest’ultima versione. Mentre la popolazione prevalentemente musulmana dello Stato di Rakhine cresceva, le loro relazioni con i loro connazionali buddisti nella regione continuavano a peggiorare. Alla fine, iniziarono gli scontri armati tra i musulmani rohingya e i buddisti rakhine, provocando migliaia di morti.
Una volta che il Myanmar (già noto come Birmania) ottenne l’indipendenza nel 1948, molti rohingya non vollero far parte della nazione di recente costituzione. Alla fine, iniziarono gli scontri armati tra gruppi di separatisti e governo. Di conseguenza, uno stato d’emergenza fu dichiarato nello Stato di Rakhine, e questo ebbe profondo effetto sulla vita della popolazione locale. Il governo del Myanmar rifiuta di riconoscere i rohingya come un gruppo etnico costringendoli ad identificarsi come “bengalesi”. Anche i rohingya non godono degli stessi diritti fondamentali degli altri cittadini del Paese. Ad esempio, ai musulmani rohingya non è permesso avere più di due figli, accedere all’istruzione superiore, svolgere molti incarichi governativi, spostarsi liberamente nel Paese, ecc. Si verificano ancora scontri armati tra rohingya e buddisti del Myanmar o forze governative. Il conflitto più recente si ebbe nell’ottobre 2016, meno di un anno dopo l’arrivo al potere della NLD. All’epoca, i ribelli dell’Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA) attaccarono una serie di avamposti nella regione di Rakhine e uccisero nove agenti di polizia. Successivamente, le forze armate del Myanmar iniziarono un’operazione nello Stato di Rakhine, durante cui, secondo dei media, numerosi civili rohingya furono uccisi o rimasero vittime delle violenze. E centinaia di migliaia di rifugiati rohingya fuggirono nei Paesi vicini. Nell’agosto 2017, l’ARSA colpì ancora, di conseguenza 12 membri delle forze di sicurezza furono uccisi. Il governo rispose lanciando un’operazione antiterroristica. Le stime del numero di morti tra i civili variano. Alcune fonti parlano di dozzine, mentre altre di migliaia di inermi rohingya uccisi o vittime di violenza da parte di militari e poliziotti. Il governo del Myanmar fu successivamente severamente criticato da Nazioni Unite, Amnesty International e altre organizzazioni per i diritti umani, nonché dipartimento di Stato nordamericano, governi di altre nazioni e membri delle comunità musulmane. Il Myanmar fu accusato di aver commesso un genocidio. Nell’agosto 2018, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani informò i media che la missione d’inchiesta sui diritti umani in Myanmar stabilì che 10000 rohingya furono vittime di genocidio e che l’esercito del Myanmar, che godeva di status speciale nella nazione anche dopo le elezioni del 2015, dovevano esserne ritenute responsabili. E Aung San Suu Kyi colpevole del fatto di non aver usato potere ed autorità per fermare lo spargimento di sangue. Nel settembre 2018, la missione d’inchiesta sul Myanmar pubblicò il rapporto dettagliato sulla crisi dei rohingya, includendo risultati e raccomandazioni. Gli esperti della missione affermarono che la leadership militare del Myanmar doveva essere rimossa e messa sotto processo; che dovevano essere imposte sanzioni ai colpevoli dei crimini contro i rohingya e che le forze armate del Myanmar dovevano essere ristrutturate sotto il controllo civile. Il rapporto affermava inoltre che gli accusati di aver commesso un genocidio dovevano essere processati dalla Corte internazionale di giustizia e che un embargo sulle armi doveva essere imposto contro il Myanmar.
Indubbiamente, i crimini contro i civili devono finire mentre i responsabili devono affrontare la giustizia. Tuttavia, alcuni credono che la questione dei rohingya sia più complessa della rappresentazione di Nazioni Unite e media occidentali. Perfino i membri della missione d’inchiesta sul Myanmar ammisero che le loro scoperte si basano in gran parte su dichiarazioni di testimoni, rohingya, nonché analisi di fotografie e video, perché non fu ammessa nelle zone di conflitto dalle autorità del Myanmar. I media che riferiscono dei crimini contro i rohingya spesso non si concentrano sulle violenze perpetrata dagli estremisti contro i buddisti del Myanmar o gli attacchi alle forze di sicurezza, avvenuti all’inizio del conflitto. Secondo l’autore,non c’è molta copertura sui dati che mostrano che i capi dell’ARSA furono addestrati in Pakistan, finanziati dall’Arabia Saudita e che avrebbero legami con le reti terroristiche internazionali come al-Qaida e SIIL (entrambi banditi in Russia). È risaputo che l’obiettivo dello SIIL sia creare un califfato islamico globale che comprenda tutti i territori in cui l’islam è la religione vigente. Pertanto, lo Stato di Rakhine del Myanmar potrebbe, in teoria, essere visto anche dalla leadership dello SIIL come parte del suo futuro califfato. Inoltre, dopo la schiacciante sconfitta in Siria da parte delle forze russe e siriane, il gruppo terroristico finì con un numero piuttosto elevato di militanti “disoccupati” che potevano essere inviati in Myanmar tra altri luoghi.
Tutto ciò fornisce molti spunti di riflessione e addirittura spinge a fantasticare, il che potrebbe portare alla comparsa di teorie della cospirazione. Alcuni credono che gli Stati Uniti sostengano gruppi estremisti islamici, tra cui lo SIIL, pensando che la crisi dei Rohingya sia causata dagli Stati Uniti coll’obiettivo di indebolire la Cina. Dopotutto, i gasdotti che riforniscono la RPC di petrolio greggio e gas passano dallo Stato Rakhine, e se dovesse iniziare un grave conflitto armato, le forniture di combustibili fossili all’ex-Impero Celeste si fermerebbero. Una teoria diametralmente opposta afferma che la crisi è vantaggiosa per la Cina perché se il Myanmar dovesse tagliare completamente i legami coll’occidente, la RPC rimarrebbe praticamente l’unico partner. E se un conflitto armato su larga scala dovesse iniziare, la Cina, col pretesto di proteggere i gasdotti, potrebbe inviare truppe in Myanmar e stabilire il controllo su questo strategicamente importante il territorio. In ogni caso, una cosa è certa, i legami stretti tra Myanmar e occidente non saranno ristabiliti presto, contrariamente alle aspettative del 2015. Come prima sono divisi su questioni che rimangono irrisolte. E come in passato, l’unica opzione del Myanmar è sviluppare relazioni strette con la Cina, che beneficia della posizione geografica del primo e del flusso di risorse attraverso di essa. La RPC non è eccessivamente preoccupata dalla difficile situazione dei rohingya e sceglie di considerare le questioni associate a questa minoranza come affare interno del Myanmar.

Dmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio