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Il Comandante con cui Kapuscinski andò al fronte

Intervista a Joaquim Antonio Lopes Farrusco, il portoghese che combatté per i comunisti angolani
Maribel Izcue, Revista5w 15 novembre 2018

“È un distaccamento condannato allo sterminio, per loro non c’è salvezza”, scrisse il reporter polacco Ryszard Kapuscinski su un gruppo di uomini esausti e scarsamente armati sul pericoloso fronte meridionale dell’Angola nel 1975. Al comando di quel distaccamento quasi sconsiderato, che affrontava la minaccia delle truppe sudafricane, c’era un giovane portoghese: il comandante Farrusco. Sono passati più di 40 anni e Farrusco è ancora vivo. È seduto nella hall del cinema Ideal di Lisbona, con le spalle a un muro con foto in bianco e nero scattate durante la guerra angolana. Indossa un cappotto nero e un cappello di feltro che non si staccherà durante l’intera intervista: bastano pochi secondi per strofinarsi la testa e rimetterselo velocemente. Dall’esterno, il rumore del tram che passa da Rua do Loreto, nel Barrio Alto di Lisbona, arriva di tanto in tanto. Joaquim António Lopes Farrusco è vivo, e nemmeno se lo spiega completamente. Schivò molti proiettili fino a quando la sua fortuna macò: un proiettile lo colpì al polmone durante un’imboscata vicino a Matala, nel sud dell’Angola, nell’ottobre 1975. La colonia, che stava per proclamare l’indipendenza dal Portogallo, era precipitata nel caos: l’amministrazione portoghese si disintegrava, molti bianchi fuggivano e tre movimenti armati assaltarono il potere. Il portoghese Farrusco combatteva dalla parte del Movimento per la liberazione dell’Angola (MPLA). Ricorda l’emorragia dopo il proiettile e che non riusciva quasi a respirare quando fu portato verso l’ospedale di Lubango: arrivò praticamente morto, gli avrebbero detto in seguito i medici. Più di quattro decenni dopo, Farrusco, 70 anni, beve il caffè mentre ricorda quella guerra, durata fino al 2002 e diventata uno dei conflitti più lunghi e sanguinosi in Africa. Se a Farrusco, oggi generale a tre stelle, viene chiesto quale sia la sua patria, risponderà “Angola” senza esitazione. A Luanda ha costruito la casa dopo aver dedicato metà della vita al MPLA, e in Angola ha otto figli da due matrimoni. In questi giorni è tornato in Portogallo per assistere alla prima di Un día más con vida, film di Raúl de la Fuente e Damian Nenow basato sull’omonimo libro di Ryszard Kapuscinski in cui narra la sua esperienza nella guerra in Angola. Il film, che mescola animazione con interviste e sequenze reali, riflette il caos in Angola nelle settimane precedenti la proclamazione dell’indipendenza, l’11 novembre 1975, e narra l’incontro tra Kapuscinski e quel combattente portoghese tra le fila del MPLA. Il polacco era l’unico reporter straniero che riuscì a viaggiare verso il fronte meridionale. Lì avrebbe confermato l’invasione dell’Angola da parte delle truppe sudafricane e avrebbe incontrato un giovane militare idealista impegnato nella causa della sinistra angolana: Farrusco.

Petrolio, Diamanti e Guerra Fredda
“Forse quella foto fu scattata da me”. L’immagine è dell’ottobre 1975 e mostra Kapuscinski in posa accanto a un gruppo di combattenti angolani armati, molti molto giovani. È appeso al muro del cinema Ideal come parte di una piccola mostra di immagini dall’archivio del reporter polacco in occasione della prima del film. Questa foto fu scattata a Matala [Angola meridionale] con la mia gente. Non ricordo bene tutti i volti, guarda attentamente l’immagine, perché a quel tempo avevo circa cento uomini. Kapuscinski mi lasciò la macchina fotografica per scattare alcune foto. Un’altra immagine mostra un Farrusco di quattro decenni più giovane, con barba e capelli neri abbondanti sotto un berretto alla Che Guevara. Quell’immagine fu presa da Ricardo, il nome che Kapuscinski usava in Angola. Il Generale Farrusco definisce l’allora corrispondente dell’agenzia di stampa polacca (PAP) una persona “modesta e umile”.
– Non mi ha presentato una posizione di sinistra o di destra in termini politici. Si presentò come giornalista che voleva sapere come e dove erano le forze sudafricane, cosa facevano. Non mi chiese dell’UNITA, né dell’FNLA.
Erano gli anni della Guerra Fredda e la succulenta Angola col suo petrolio e i suoi diamanti, il suo caffè e il suo cotone, era un campo di battaglia in cui i due blocchi si fronteggiavano: l’URSS e Cuba sostenevano il Movimento per la Liberazione dell’Angola (MPLA); e gli Stati Uniti, il Sudafrica e il resto dei loro alleati il Fronte nazionale di destra per la liberazione dell’Angola (FNLA) e l’Unione nazionale per l’indipendenza totale dell’Angola (UNITA). Le tre fazioni (MPLA, FNLA e UNITA) avevano combattuto contro i colonizzatori portoghesi, ma quando Lisbona accettò di concedere l’indipendenza dell’Angola dopo la Rivoluzione dei garofani del 1974, che pose fine alla dittatura di Salazar in Portogallo, iniziarono a combattere per potere: iniziò una sanguinosa guerra civile che sarebbe durata fino all’aprile 2002. I giorni prima dell’indipendenza erano caos, confusione e mosse strategiche. Le truppe sudafricane invasero il Paese dal sud, coll’intenzione di portare al potere a Luanda il FNLA-UNITA. Fu allora che Cuba decise di intervenire inviando truppe in Angola a sostegno del MPLA, che controllava la capitale. Il ruolo di Cuba fu molto importante: se non fosse stato per le forze cubane, non saremmo riusciti a mantenere Luanda e proclamare l’indipendenza. Loro [i sudafricani] avrebbero preso Luanda. L’intervento di Cuba nel Paese a 11000 chilometri di distanza, battezzata Operazione Carlota, fu il più grande dispiegamento di un Paese latinoamericano in un altro continente. Nei 16 anni di supporto militare al governo MPLA, circa 377000 soldati cubani vi intervennero.

“Quell’invasione del Sudafrica è stato il momento più difficile che hai vissuto in guerra?”
“Il più difficile che abbia mai vissuto prima”, Poi affrontò situazioni molto più difficili, anche coi sudafricani. Invasero l’Angola due volte: la prima nel 1975, prima dell’indipendenza, a novembre. La seconda volta fu nell’agosto 1981. L’invasione di agosto fu respinta perché le sue forze non furono in grado di combatterci. Eravamo molto organizzati: avevamo unità classiche e armi come loro per poter combattere. A volte Farrusco parla con emozione e poi i suoi occhi brillano; a volte la voce e i gesti riacquistano autorità militare e la mano colpisce il tavolo per enfatizzare le sue parole. Il suo portoghese lo mescola con uno spagnolo dal forte accento cubano, ereditato dalle truppe inviate da Fidel Castro a sostenere il movimento per il quale diede metà della vita e per cui alcuni nel suo Paese l’hanno bollato come traditore.

“Angola è nossa!”
Anni prima dell’indipendenza, lo stesso Farrusco era uno di quei soldati incaricati di tenere a bada l’MPLA: fu mobilitato e inviato in Angola coll’esercito portoghese alla fine degli anni ’60, poco dopo aver raggiunto la maggiore età. “Mi mandarono a combattere gli angolani”. Per combattere e uccidere, difendere il Portogallo. E gridavo lo slogan di Salazar, Angola é nossa! Dice e inizia a gridarla. Arrivammo sulla nave Vera Cruz nel porto di Luanda. Noi che rimanemmo in Angola lasciammo la nave, perché l’altra metà andava in Mozambico [allora altra colonia portoghese], e salimmo direttamente su un treno. In quel treno il giovane Farrusco vide un’immagine che, assicura, segnò quello che sarebbe stato il suo corso in Angola: un ragazzo scalzo, coi vestiti strappati e affamato, correva vicino la ferrovia, che procedeva molto lentamente. Poi sono comparvero altri bambini. Tutti corsero dietro il treno chiedendo una moneta o un pezzo di pane. “E ho pensato: sono questi i terroristi?” Sono queste le persone che affrontano il governo portoghese? Queste sono le persone contro cui combattaimo? L’immagine gli ricordava la sua infanzia. Nato nel 1948, Joaquim António, il più giovane dei nove fratelli, era cresciuto sapendo che cosa fosse la fame. Erano i tempi seguenti la Seconda guerra mondiale, la povertà era estrema e la situazione nella sua città natale Mora, terribile. La sua famiglia erano “persone con grande onore ma pochi soldi. O meglio, niente soldi”, dice. Iniziò a lavorare nei campi a dieci anni. Andò a scuola a stomaco vuoto ma la sua mente era sveglia e, conoscendo le difficoltà che la famiglia attraversava, il suo insegnante, il professor Pinheiro, ricorda Farrusco quasi sei decenni dopo, si offrì di pagargli l’istruzione. Ma i fratelli maggiori si rifiutarono: il ragazzo dei Farrusco serviva più nei campi che la scuola. Quindi il ragazzino la lasciò. Poi venne il viaggio a Lisbona, il servizio militare e la missione in Angola. Nei ranghi portoghesi, fu in servizio per due anni, durante i quali non riuscì a liberarsi di quel ragazzino nudo che correva accanto al treno.
Il suo primo contatto con i comunisti del MPLA avvenne poco prima della fine della sua leva: Farrusco fu ricoverato in un ospedale militare a causa di un incidente. Non sa se fu caso o destino, ma lì incontrò Eugene Fonseca, angolano ricoverato per appendicite. Il dolore impediva a quel giovane, nero in un ospedale militare bianco, di muoversi e fu Farrusco che lo accompagnò in quei giorni in modo che potesse fare “i suoi bisogni minori e maggiori”. Quel gesto di cameratismo lasciò il posto a un’amicizia che segnò il suo futuro. Una volta uscito dall’ospedale, Eugene e la sua famiglia impiegarono alcune settimane a rivelare a Farrusco che facevano parte del movimento clandestino per la rivoluzione contro i colonizzatori. Era una questione di principio: la lotta di un popolo per liberarsi dall’oppressione. Non si può negare: l’oppressione dei portoghesi sugli angolani, sugli africani, fu forte. Non arrivò al punto dell’apartheid in Sudafrica, una follia molto grande, ma era simile.

Da Neto a Lourenço
Il comandante Farrusco terminò i due anni di servizio militare ma non tornò in Portogallo: decise di rimanere nel Paese che combatteva per l’indipendenza e dove non gli mancava il lavoro come operaio in fabbriche in città come Benguela e Lubango. Nel frattempo, faceva parte dei comitati clandestini dell’MPLA, che seguirono il marxismo-leninismo. Non riprese le armi fino al 1974, quando a Lubango una delegazione provinciale del MPLA fu rilevata dai rivali della FNLA. Quando lo scoprì, Farrusco furioso organizzò con successo il contrattacco armato per riprenderla. Quello fu l’inizio della partecipazione militare nei ranghi del movimento. L’11 novembre, giorno in cui la colonia portoghese proclamò l’indipendenza, Farrusco fu gravemente ferito dal proiettile che gli trafisse il polmone.
Ricordo quel giorno come il momento peggiore della mia vita. Ferito a morte, praticamente in coma, prigioniero di guerra nell’infermeria della prigione. Se ti metti al mio posto… Senza poter fare nulla, senza poter partire, brindare. Impotenza totale. Rimasi solo a piangere. Da quell’ospedale ascoltò il discorso del primo presidente dell’Angola indipendente, il dottore e poeta Agostinho Neto, fondatore dell’MPLA. Questo movimento riuscì a mantenere il governo nella sanguinosa guerra civile e negli anni seguenti.
Agostinho Neto era un umanista. Una persona molto, molto responsabile. Tutti noi abbiamo imparato ad essere patriottici da lui.
Neto, scomparso nel 1979, fu sostituito da José Eduardo dos Santos, a sua volta del MPLA: governò ininterrottamente per 37 anni, fino al settembre 2017. Sotto il suo governo, l’Angola, il secondo maggior produttore di petrolio in Africa, provò ad intraprendere la ricostruzione dopo una guerra civile che lasciò almeno 800000 morti. Ma ha anche rapidamente scalò la lista dei Paesi più corrotti del mondo.
In tempi recenti Dos Santos era molto individualista, dedito alla cristallizzazione del potere. Ma prima, dice, Dos Santos era un presidente che organizzava la società, creava infrastrutture. Dopo la guerra, molte infrastrutture furono costruite rapidamente e probabilmente male, ma dovevano essere fatte con urgenza. Dos Santos si ritirò definitivamente dopo le elezioni del settembre 2017, in cui vinse l’erede politico Joao Lourenço, anch’egli dell’MPLA. “Una persona impeccabile, che non nasconde i suoi errori o tutto ciò che intende fare”, afferma Farrusco. Tuttavia, quando gli viene chiesto se l’Angola di oggi è quella che sognava, il generale Farrusco scuote la testa.
-No. Mai, mai. Vedo le città costruite nell’era di Dos Santos, con migliaia di case che non sono ancora state consegnate a persone che ne hanno bisogno. Quelle persone non hanno potere d’acquisto: è sbagliato. Posso dire che questo è il Paaese che ho sognato? No. Ho sognato il paradiso.
Luanda, la capitale, è oggi una delle città più costose del mondo. Più della metà dell’economia angolana dipende dal greggio, il che significa miliardi di dollari all’anno, nonostante il Paese abbia enormi sacche di estrema povertà e uno dei più alti tassi di mortalità infantile sul pianeta.

Il costo della guerra
“Ne è valsa la pena?” “Ne è valsa la pena”. Penso che in futuro l’Angola sarà un grande Paese. Ci vorrà del tempo, ma sarà un grande Paese. Ne è valsa la pena, insiste, ma il suo coinvolgimento nel conflitto colpì la famiglia: nel 1992, suo figlio maggiore fu ucciso dall’UNITA. Aveva appena 18 anni e non era interessato alla politica. Lo fu, dice il generale, perché sapevano che era suo figlio. “Era il ragazzo che nel paese della madre quando incontrai Kapuscinski”, dice tristemente. Quando Farrusco conobbe Kapuscinski era appena diventato padre di quel ragazzino, ma non poté ancora incontrarlo. Quella scena appare nel film Un altro giorno di vita: “Il mio primo figlio è nato a Lubango”, dice il personaggio di Farrusco a Kapuscinski quando s’incontrano sul fronte meridionale. Grande e forte, mi dicono. Sono un padre molto orgoglioso. Non l’ho ancora visto, non lo vedrò mai più. Ma sai una cosa, polacco? Non ho paura della morte. Non ho paura “.
Contro ogni previsione, il generale Farrusco è sopravvissuto al figlio assassinato ed è venuto a vedere l’Angola in pace, anche se alcune ferite rimangono aperte a causa del conflitto.
La società è riconciliata verbalmente, a parole, ma non penso che sia profonda. Chi proveniva dall’UNITA è dell’UNITA, e chi era dell’MPLA è dell’MPLA. Ma se la gioventù è intelligente, non ci sarà un’altra guerra. Se gli viene chiesto del racconto giunto ai giorni nostri di quel conflitto, pensa che in generale non sia stata spiegata.
Il Portogallo non lo sa, ed era un colonizzatore, partecipante. Rifiuta di conoscere la vera storia perché vede solo la sua parte. Guarda il proprio ombelico, non gli altri. La storia di Kapuscinski e il film che viene proiettato, risultato di dieci anni di lavoro, possono essere uno strumento importante per studiare, afferma il generale, per avvicinare un episodio storico della guerra, l’invasione sudafricana e l’invio delle truppe cubane. Il film include brani tratti da interviste a diverse persone che vissero quell’episodio, incluso lo stesso Farrusco: “Sono una persona realizzata. Ho messo una pietra nella costruzione di questa nazione chiamata Angola”, dice nel film.
La nostra intervista si conclude e Farrusco si alza in piedi con energia. In questi giorni il film l’ha riportato in prima linea su un fronte diverso, quello della stampa. È stata una lunga conversazione. “È meglio parlare di pace che di guerra”, dice prima di andarsene.

Traduzione di Alessandro Lattanzio