Crea sito

Gli Stati Uniti minacciano l’Arabia Saudita

Drago Bosnic, Fort Russ 11 aprile 2020

Durante una controversa telefonata coll’ambasciatore saudita a Washington, 13 senatori degli Stati produttori di petrolio espressero frustrazione sulla guerra dei prezzi del petrolio che danneggia i produttori statunitensi, e minacciavano di rovesciare le relazioni USA-Arabia Saudita. “Fondamentalmente, non solo rivaluteremo, ma intraprenderemo azioni che inizieranno a minare la relazione a lungo termine che molti di noi hanno sostenuto”, dichiarava il senatore Dan Sullivan dell’Alaska alla CNN, nel descrivere i messaggi dei senatori all’ambasciatrice saudita negli Stati Uniti, principessa Rima bint Bandar al-Saud, durante quella telefonata alla fine del mese prima. I senatori erano sempre più arrabbiati mentre i prezzi del petrolio precipitavano a seguito della guerra dei prezzi tra Russia e Arabia Saudita, avvenuta mentre il coronavirus continua a devastare il Paese. Temono che i loro elettori vengano licenziati se i produttori statunitensi saranno schiacciati finanziariamente, il che danneggerebbe ulteriormente l’economia nordamericana in questo delicato momento. Più di 16 milioni di nordamericani già presentavano domanda di disoccupazione nelle ultime tre settimane. Lo stesso gruppo di senatori voleva parlare col ministro dell’Energia saudita Qalid al-Falih, non avendo intenzione di trattenere l’ira mentre premono per una soluzione. “Vedremo cosa dice”, dichiarò Sullivan, aggiungendo, “Ma a questo punto le azioni parleranno molto più delle parole”. “Il Texas è pazzo”, dichiarò senza mezzi termini il senatore Ted Cruz, secondo un’altra fonte sulla telefonata. “La rabbia dei senatori era diversa da qualsiasi cosa abbia sentito da costoro”, disse la fonte.
Innumerevoli lavoratori, molti dei quali in Stati repubblicani come il Texas, potrebbero perdere il lavoro. Alcuni trivellatori dello scisto bituminoso che hanno troppi debiti non sopravviveranno affatto. Tali senatori accusano l’Arabia Saudita perché è considerata alleata strategica degli Stati Uniti. “Il regno saudita dovrebbe essere nostro amico. Siamo alleati militari. Siamo alleati diplomatici”, disse Cruz alla CNBC il 30 marzo, aggiungendo,”Non ti comporti da amico quando cerchi di distruggere migliaia e migliaia di piccole imprese in Texas e nel Paese”. I senatori affermavano di essere pronti ad agire. “Non stiamo bluffando”, disse Sullivan aggiungendo, “Nemmeno da lontano”. Fu introdotta una legislazione per ritirare le forze statunitensi dall’Arabia Saudita e si discusse delle sanzioni se l’Arabia Saudita non aiuterà a trovare una soluzione. Durante la telefonata tra la principessa Reema e i senatori arrabbiati, cercò di farla breve e dare punti di discussione. I senatori non glielo avrebbero permesso. “Ho detto all’ambasciatrice, con tutto il rispetto, non voglio sentire alcun suo discorso finché non sentirà tutto, penso che ci siano 11 o 12 alla telefonata”, dichiarò Sullivan. “Alla fine, se sentite ancora la necessità di fornirci i vostri punti di discussione, va bene. Ma organizzai questa telefonata per poter far sentire la rabbia dalle voci dei senatori che tradizionalmente sostenevano la relazione USA-Arabia Saudita”, continuava. I senatori spiegarono all’ambasciatrice che la perdita del loro sostegno comporterebbe la perdita del legame di sicurezza del regno con Capitol Hill. Dopo l’omicidio del giornalista del Washington Post Jamal Khashoggi, il sostegno ai sauditi si ridusse enormemente negli Stati Uniti. Senza il sostegno di tali senatori, le leggi anti-saudite diverranno ancor più, le dissero. L’ambasciata saudita non rispose a una richiesta di commento.
Lo stesso gruppo di senatori doveva parlare col ministro dell’Energia saudita Qalid al-Falih. Non avevano intenzione di trattenere l’ira, mentre premevano per una soluzione. “Vedremo cosa dice”, disse Sullivan aggiungendo, “Ma a questo punto le azioni parleranno molto più delle parole”. La settimana precedente, quando il gruppo dei senatori che intrapresero tale sforzo incontrava il presidente Donald Trump per fargli una richiesta: mettersi dalla parte dei produttori petroliferi statunitensi. Dissero a Trump, molto sensibile al pestaggio che l’economia nordamericana subisce dal coronavirus, che l’industria petrolifera aveva un ruolo importante nel far uscire gli Stati Uniti dalla recessione del 2008-2009. Tale argomento sembrava pesare sul comandante in capo, spiegò Sullivan. A un certo punto Trump disse che i prezzi del petrolio più bassi vanno bene per gli statunitensi comuni e aggiunse che sarebbe entrato nella mischia al momento giusto. Nell’ultima settimana fece uno sforzo più concertato per mediare una soluzione alla crisi, con telefonate agli omologhi russo e saudita. Durante la conferenza stampa, Trump chiamò l’accordo imminente tra sauditi e russi per ridurre la produzione “accordo molto accettabile”. I diplomatici statunitensi cercarono di sollecitare l’Arabia Saudita a cementare l’accordo, secondo delle fonti, ma finora non ottenevano nulla. E dopo che i membri dell’OPEC e altre importanti potenze energetiche s’incontravano, con Russia ed Arabia Saudita che annullavano la loro brutale guerra dei prezzi, spingendo decine di importanti produttori di greggio verso un accordo che riduca la produzione e aiuti a stabilizzare un mercato scosso dalla crisi. Ma non c’era ancora una soluzione definitiva al problema, col Messico che si rifiutava ancora di tagliare l’offerta. Trump dichiarava che gli Stati Uniti ridurranno la produzione di petrolio di 250000 barili al giorno in modo che il Messico tagli la sua produzione di soli 100000 barili al giorno, ma non era chiaro se tale proposta avesse successo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio