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La Regia Aeronautica sul fronte orientale nella Seconda guerra mondiale

A cura di Alessandro Lattanzio

Il desiderio del Duce di stare al passo con la Germania nazista portò l’aviazione italiana a partecipare alle battaglie in quasi tutti i teatri di operazioni della Seconda Guerra Mondiale, tranne forse l’Artico e l’Oceano Pacifico. Pertanto, quando la Germania attaccò l’URSS già il 30 giugno Mussolini offrì aiuto a Hitler, nonostante il risentimento contro il Fuhrer, che non ritenne necessario informare l’alleato italiano del piano d’attacco. Il 10 luglio, l’Italia avviò la formazione della forza di spedizione CSIR (Corpo di spedizione italiano in Russia). Insieme alle forze di terra, il CSIR includeva anche unità aeree: il 61.mo Gruppo osservazione aerea (coi bimotori Caproni Ca.311), una squadriglia da ricognizione a lungo raggio con trimotori CANT Z.1007bis e il 22.mo Gruppo caccia terrestri, nonché velivoli da trasporto per il collegamento (successivamente schierati come squadriglia), tutti sotto il comando del colonnello Carlo Drago. Il 22.mo Gruppo, che aveva combattuto nei Balcani, era comandato dal maggiore Giovanni Borzoni. Oltre a tre squadriglie (359.ma, 562.ma e 369.ma), includeva una quarta, la 371.ma, prelevato dal 157.mo Gruppo. Ogni squadriglia aveva una dozzina di Macchi MC.200 Saetta, altri tre dello stesso tipo sotto il comando del gruppo. Pertanto, in totale il 22.mo Gruppo era composto da 51 caccia, e costituì l’avanguardia aerea del CSIR, il primo ad arrivare al fronte. Da Tirana, i suoi aerei, accompagnati da cinque aerei da trasportato (due Savoia-Marchetti SM.81 Pipistrelli e tre Ca.133), col personale di terra, volarono in Romania il 12 agosto, sull’aeroporto Tudor. Ma i caccia trascorsero le due settimane successive inattivi: il comando tedesco non aveva fretta di impiegarli, considerando gli italiani un peso. Solo il 27 agosto gli MC.200 ebbe finalmente l’opportunità di combattere: presso Krivoj Rog i caccia attaccarono un gruppo di bombardieri sovietici SB accompagnati da caccia I-16 . Tali aeromobili erano ben noti ai piloti italiani dalla guerra di Spagna. Ma i loro Macchi erano significativamente superiori al vecchio Chirri. Il risultato fu scontato: sei SB e due I-16 furono abbattuti, altri due bombardieri e due caccia furono contati come probabili vittorie. Nei giorni seguenti, l’MC.200 funse principalmente da aereo d’attacco. Fu in tale ruolo che subì le prime perdite. Il 28 agosto cadde il Sottotenente Longoni della 362.ma. E il 3 settembre, quando attaccarono un ponte sul Dnepr, l’antiaerea sovietica abbatté tre Saetta. “A settembre, i compiti principali del 22.mo Gruppo fu rimanere a terra. Le battaglie aeree erano rare. Tuttavia, i piloti italiani avevano abbattuto otto aerei a quella data. Al tempo, l’MC.200 fu sempre più soggetto agli attacchi da caccia e antiaerea tedesche ed alleate, la sagoma del Saetta assomigliava a quella dell’I-16. Pertanto, ai velivoli furono applicati elementi di rapida identificazione: strisce gialle sulla fusoliera, con le punte delle ali e i cofani motore dipinti di giallo”.
Nella terza decade di ottobre, il 22.mo Gruppo fu trasferito a Zaporozhe. Da qui, i Saetta scortarono i bombardieri Junkers Ju-87 e i ricognitori Henschel Hs-126 tedeschi. Il 9 novembre, la 371.ma squadriglia fu separata dal gruppo e trasferita a Stalino (ora Donetsk). L’11 dicembre fu sostituita dalla 359.ma. Il maltempo letteralmente mise a terra i caccia italiani. A novembre-dicembre praticamente non volarono, ad eccezione di alcuni giorni a Natale, il 24-26 dicembre, quando fu possibile effettuare alcune sortite. In tre battaglie aeree, gli italiani ottennero 12 vittorie al costo di un pilota, il capitano Iannicelli della 369.ma. Era estremamente difficile pilotare l’MC.200 dalla cabina aperta in inverno. Inoltre, i motori del caccia progettato per il mite clima mediterraneo causò molti problemi. I motori raffreddati ad aria richiedevano un lungo riscaldamento, e olio e fluido idraulico spesso si congelavano. Neanche il primo mese del 1942 portò miglioramenti: le operazioni del 22.mo Gruppo ripresero solo il 4 febbraio, quando nove MC.200 delle 359.ma e 369.ma squadriglie assaltarono l’aeroporto di Krasnij Liman. Di conseguenza, 10 aerei sovietici furono distrutti a terra, 6 danneggiati e altri tre abbattuti mentre cercavano di decollare. Il 24 e 28 febbraio si svolsero due battaglie aeree, in cui un I-16 fu abbattuto. Il 5 marzo, il 22.mo Gruppo, guidato dal 13 gennaio 1942 dal maggiore Giuseppe d’Agostinis, agì direttamente sotto il comando della Luftwaffe, nel “Nahkampffurer Stalino” (“Comando aereo avanzato di Stalino”). A quel mese, i piloti del gruppo avevano 22 aerei sovietici distrutti in aria e a terra. Il gruppo rimase sul fronte orientale fino al 3 maggio e il 7 maggio fu ritirato in Italia. In 0 mesi di combattimenti, i piloti del 22.mo Gruppo compirono 608 sortite do “caccia libera”, 611 di scorta e 172 d’attacco. In preparazione all’offensiva estiva, il comando italiano attuò una rotazione. Il CSIR fu schierato come 8.va Armata (ARMIR – Armata Italiana in Russia). Gli effettivi passarono da 60000 a 227.00. La componente aerea annessa all’armata fu chiamata CAFO, Comando Aeronautica Fronte Orientale. Ma la composizione non poté essere rafforzata: la Regia Aeronautica era assorbita dai combattimenti in Nord Africa. Nel CAFO furono inclusi solo due gruppi aerei: il 21.mo Caccia e il 71.mo dotato di bombardieri bimotore BR.20M . In termini operativi, fu subordinato alla 4.ta flotta aerea della Luftwaffe. Il 21.mo Gruppo arrivò sul fronte orientale nel maggio 1942, con una composizione regolare di tre squadriglie (356.ma, 382.ma e 386.ma), quindi era più debole del 22.mo Gruppo. Era comandato dal maggiore Ettore Foschini. In servizio c’erano gli stessi “Saetta”. Il 3 giugno fu rinforzato colla 361.ma Squadriglia, prelevata dal 154.mo Gruppo. La base era a Stalino. La prima operazione ebbe luogo l’8 maggio, quando i Saetta scortarono un sinolo Hs-126 che effettuava la ricognizione dell’area di Slavjansk-Majaki. Il debutto non ebbe successo: una formazione di 12 I-16 apparve all’improvviso da dietro le nuvole abbattendo l’aereo del sergente maggiore Pietro Greco. E il giorno seguente iniziò l’offensiva sovietica su Kharkov. Tra feroci battaglie, i Macchi scortarono bombardieri e ricognitori tedeschi, e il 13 maggio e durante una di tali missioni, fu abbattuto il sottotenente Marcello Calafiore della 386.ma squadriglia. Il 27 giugno, le squadriglie del 21.mo Gruppo furono riassegnate a Barvenkovo. E il 1° luglio, una grande battaglia aerea si ebbe sul cielo di Artjomovsk, 15 Macchi delle 382.ma e 386.ma squadriglie attaccarono 40 assaltatori sovietici. In questa battaglia, i piloti italiani scoprirono che l’Il-2 era davvero un “carro armato volante”. Contro di essi le mitragliatrici pesanti dei “Saetta” si dimostrarono impotenti.
Coll’avvio dell’avanzata tedesca su Stalingrado, le squadriglie del 21.mo Gruppo si trasferirono di nuovo: 356.ma e 361.ma il 23 luglio volarono a Voroshilovgrad (ora Lugansk), e 382.ma e 386.ma il giorno successivo a Tatsinskaja. Le principali missioni operative furono eseguite tra il Don e il Donetz. I “Saetta” sempre più difficilmente poteva competere coi nuovi caccia sovietici. Così, il 26 luglio 1942, nove MC.200 scortavano Junkers Ju-87 tedeschi. Entrando in battaglia su Kalach contro 15 Jak-1, gli italiani persero tre caccia, abbattendo solo uno Jak. Il giorno dopo, la situazione si ripeté sulla stessa area, ma questa volta furono abbattuti due caccia italiani e uno sovietico. Cinque piloti morirono in due giorni (il tenente Francesco Peroni, il sergente Arrigo Zoli, il sergente maggiore Adrio Gismondi della 382.ma, il capitano Virginio Teucci e il tenente Carlo Ricci comandante della 356.ma). Era necessario un radicale miglioramento qualitativo della flotta. Ma i nuovi velivoli venivano inviati principalmente in Nord Africa. Solo nel settembre 1942, al 21.mo Gruppo furono assegnati 12 nuovi Macchi C.202 Folgore. All’arrivo a Voroshilovgrad, furono assegnati tre velivoli a ciascuna squadriglia del gruppo. Ad ottobre, altri due Folgore arrivarono come ricognitori fotografici. Il 4 novembre, un MiG-3 abbatté un bimotore Fiat BR.20M del 71.mo Gruppo Autonomo OA. L’11 dicembre durante una missione di scorta a Junkers Ju-52 su Stalingrado, l’MC.202 del tenente Gino Lionello veniva abbattuto dall’antiaerea sovietica, ma riuscì a paracadutarsi. Il giorno successivo, l’MC.202 di Walter Benedetti, della 361.ma squadriglia, decollato da Kantamirovka per attaccare le truppe sovietiche alle porte di Stalingrado, fu pure abbattuto dai sovietici. Il sergente I. D. Mikhajlik, che al tempo pilotava uno Jak-1 del 237 IAP; ricordò: “Tra il 7 e il 9 novembre 1942, compiva un volo di pattuglia con la mia squadriglia sull’area di Stalingrado. Quattro aerei sconosciuti lampeggiarono tra le nuvole vicine. Iniziai a manovrare, guadagnando quota e cercando di mettermi alla coda di un aereo che sorvolavo. Tali aerei erano color sabbia con macchie colorate: aprì il fuoco da 100 a 150 metri, e beccai la prua; iniziò a perdere quota schiantandosi contro degli edifici alla periferia del villaggio di Boguchar. Il resto degli aerei lasciò il campo di battaglia; dopo non vidi mai più tali aerei”. L’asso A. I. Pokryshkin, a sua volta ricordò “che andammo in missione con un gruppo misto di sei I-16 del reggimento vicino e i nostri tre “MiG”. Stavamo per attaccare un gruppo di truppe nemiche nell’area di Chistjakovo, quando avvicinandoci all’obiettivo fummo attaccati da dodici caccia Macchi italiani. Volavano in formazione frontale. Un I-16 fu il primo a puntare lanciando una decina di “RS” a corto raggio su di essi. I razzi esplosero sulla formazione nemica. Diversi Macchi esplosero immediatamente precipitando. Il resto dei caccia italiani virò immediatamente, allontanandosi e scomparendo. Dopo questo scontro, i Macchi evitarono i nostri aerei”.
Il 19 novembre 1942 iniziò il contrattacco sovietico sul Don. Al tempo, il 21.mo Gruppo aveva 43 caccia Macchi operativi, 32 MC.200 e 11 C.202, oltre a 15 Ca.311, 17 BR.20M e 12 SM.81. Gli aerei volavano principalmente per coprire e supportare le unità a terra. A metà dicembre, all’avvicinarsi dell’Armata Rossa, le squadriglie del gruppo furono ritirati dagli aeroporti avanzati di Kantemirovka e Millerovo a Voroshilovgrad. Il 29 dicembre, il Generale di brigata Enrico Pezzi, comandante dell’ARMIR, rientrava a Voroshilovgrad da Chertkovo, dove il grosso dell’ARMIR era circondato, a bordo di un trimotore SIAI SM.81 della 246.ma squadriglia vi erano il colonnello medico Federico Bocchetti, il maggiore Romano Romanò, il tenente Giovanni Busacchi, il sottotenente Luigi Tomasi, il sergente Antonio Arcidiacono, gli avieri Salvatore Caruso e Alcibiade Bonazza. Ma il velivolo scomparve, probabilmente abbattuto dagli oramai onnipresenti caccia sovietici. Il 21.mo Gruppo compì l’ultima sortita sul fronte orientale il 17 gennaio 1943, quando 25 aerei assaltarono le truppe sovietiche che avanzavano nell’area di Millerovo. Il giorno successivo, al CAFO fu ordinato di rientrare in patria; lasciando 15 Macchi danneggiati sull’aeroporto di Stalino, il gruppo tornò in Italia con una parte dei Macchi, passando da Odessa dopo furono abbandonati tutti i Ca.311, e presso cui, il 27 marzo precipitò il tenente Pasquale Castellaneta, della 382.ma squadriglia, col suo C.202.
In 17 mesi di operazioni sul fronte orientale, i caccia del 22.mo e 21.mo Gruppo effettuarono 2557 sortite di “caccia libera”, 1983 di scortare, 1310 di attaccare e 511 di supporto alle truppe a terra. La stragrande maggioranza delle sortite fu eseguita da MC.200. I C.202, secondo alcuni rapporti, ne effettuarono solo 17, ma perdite non ne sarebbero state registrate. Distrussero in aria e al suolo (come reclamato dai piloti italiani) 88 aerei nemici, perdendo almeno 66 velivoli. Le perdite in combattimento ammontarono a 19 caccia MC.200. Va registrato che tali cifre possono essere gonfiate, visto che ogni volta che gli italiani si scontravano coi sovietici, rivendicavano diversi aerei nemici abbattuti senza mai registrare perdite, perfino anche quando volavano a bordo dei BR.20M. Per due volte, ad esempio, attaccando Krasnij Liman, rivendicarono la distruzione in entrambi i casi della stessa cifra di velivoli nemici: 13 aerei, o per tre volte la distruzione di sempre 10 velivoli in tre operazioni diverse su due basi aeree diverse, Luskotova e Krasnij Liman. Tra l’altro, il metodo italiano di accreditare le vittorie, in realtà, era fatto in modo da non creare tensioni tra i piloti, spesso delle primedonne, accontentando tutti quelli che reclamavano un abbattimento. Infine non va mai dimenticato che i capi fascisti, scatenando l’aggressione all’URSS (Unione Sovietica, e non Russia come dicevano i fascisti e i pedestri “storici di conforto” italiani), aveva ufficialmente proclamato che si trattava di una guerra senza principi e senza regole, quindi se era possibile uccidere i prigionieri sovietici per capriccio, perchè credere che nazifascisti e collaborazionisti rispettassero le regole del gioco anche su bazzecole sui punteggi degli assi (da caccia, aerei o carri)? A tale regola scritta, (mica non scritta), si attengono tuttora fan del III Reich, anticomunisti primitivi e i suddetti pedestri ‘storici di conforto’ che tanto abbondano in occidente, e in Italia in questo caso. Erano regimi che vivevano di propaganda, e l’arma fascistissima, allora, e i suoi ‘interpreti’ (pseudo-storici) attuali, ne facevano e fanno un ricorso ovviamente regolare.
Quindi, detto ciò nel caso italiano, tali dati sono difficili da accreditare, visto che perfino nei combattimenti aerei sul Nord Italia nel 1943-45 vi sono parecchi seri dubbi sulla vera entità dei successi della caccia della RSI. Il primo asso sul fronte orientale fu il capitano Germano Laferla della 362.ma squadriglia, che ottenne sei vittorie, benché venga spesso accreditato perfino di 43 aerei distrutti, facendone in pratica il maggiore asso italiano della Seconda guerra mondiale, ma così da solo avrebbe distrutto la metà degli aerei distrutti da tutti i piloti italiani sul Fronte Orientale.Fonti:
Air Aces
Airwar
El Gran Capitan
Reibert