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La Trafalgar dell’Est: Perché la Marina russa perse la Guerra Russo-Giapponese

Aidan Clarke, Cimsec 6 febbraio 2019

La guerra russo-giapponese vide la Marina Imperiale russa sconfitta pesantemente dalla Marina Imperiale giapponese. Mentre gran parte dell’analisi sulla guerra russo-giapponese si concentra sulla battaglia di Tsushima e sul successo dell’ammiraglio giapponese Tougou Heihachirou, si può anche cercare di capire le carenze presenti nella Marina Imperiale russa che contribuirono a tale sconfitta. Le cause di questa sconfitta scioccante possono essere confrontate con le sfide dell’Impero Russo nell’insieme. La cultura navale russa, come quella della sua società civile, fu costruita su un obsoleto sistema di classe sociale, con nobili (in particolare di origini tedesche) che divenivano ufficiali, mentre marinai di talento languivano nei ranghi di leva. Proprio come i tentativi dello Zar di riformare la società russa non riuscirono a risolvere completamente i profondi problemi culturali dell’Impero ed impedire la Rivoluzione del 1905, anche i tentativi russi di riforma navale attraverso lo statuto delle qualifiche navali del 1885 fallirono nel creare una nuova classe di ufficiali avversi ai rischi e burocratici. La prima battaglia navale al largo di Port Arthur e l’ultima sconfitta del suo squadrone nella battaglia del Mar Giallo, riflettono questi fallimenti.

Il pesce marcisce dalla testa
Di tutte le debolezze di cui soffriva la Marina Imperiale russa durante la guerra russo-giapponese, nulla fu così evidente come i fallimenti del corpo degli ufficiali. Costoro erano generalmente più preoccupati della carriera piuttosto che del successo in battaglia. Dicendo come soffrivano di eccessiva burocratizzazione e fallimento nell’incoraggiare l’iniziativa tra i propri ranghi. Prima della guerra, la Marina russa era più superficiale che sostanziale, soffriva di disorganizzazione generale, nonché di carenze del personale. Mentre lo zar Nicola “era attratto da tradizioni militari e sfilate” era anche disinformato e disposto a tollerare “l’interferenza spesso improduttiva dei granduchi in uniforme nel dirigere esercito e marina”. (1) Il ruolo della nobiltà nella Marina era un problema pernicioso per la Russia imperiale. Nel 1881, la posizione più alta nella Marina Imperiale, Generale Ammiraglio, fu assegnata al Granduca Aleksej Aleksandrovich, zio dello zar Nicola. Quasi sicuramente la sua posizione non fu attribuita per merito, in quanto il direttore del Ministero della Marina, il Viceammiraglio I. A. Shestakov, riteneva che il Granduca “non fosse un amministratore efficiente, essendo più interessato alle apparenze esterne e al sesso opposto che a questioni professionali”. (2) I problemi professionali della Marina Imperiale russa si estesero anche alla pianificazione e al pensiero strategici. Prima della guerra, la Marina non aveva uno Stato Maggiore Generale e “fino allo scoppio della guerra del 1904, il Ministero della Marina non emise una coerente dottrina tattica ufficiale”. (3) Non c’era quasi pianificazione centralizzata nella marina, con una strategia operativa lasciata al “personale di fortuna della flotta in diversi teatri geografici” e soggetta a “indicazioni personali e capricci” dei comandanti regionali. (4)
Al fine di ridurre il nepotismo nella carriera degli ufficiali navali e promuovere la professionalità nella marina, lo Stato russo attuò lo statuto delle qualifiche navali del 1885, in base al quale “le promozioni erano regolate da un sistema rigido incentrato su termini specifici passati in mare, posti disponibili e raccomandazioni dei superiori”. (5) Apparentemente, questa riforma di buonsenso avrebbe dovuto migliorare professionalità ed efficienza della flotta. Sfortunatamente, nella maggior parte dei casi ebbe l’effetto opposto. Il nuovo sistema di promozione “soffocò talento ed iniziativa” (6) incoraggiando gli ufficiali a mantenere un “temperamento burocratico”. Ciò significava che invece di adattarsi alle circostanze e cogliere le debolezze del nemico, gli ufficiali russi “ponevano grande enfasi sull’evitare situazioni in cui potevano attirare critiche dall’alto”. (7) Si concentrarono su “aspetti esterni e completamento superficiale dei requisiti di servizio”. (8) In altre parole, capitani ed ammiragli passavano più tempo ad ispezionare tube d’ottone e divise bianche di quanto non facessero per testare la prontezza dei loro uomini in guerra. Questo sistema significava che “il tipico ufficiale russo sembrava più in pace in sé quando era il nemico che aveva l’iniziativa”. (9) Secondo J. N. Westwood, “gli ufficiali navali russi erano il prodotto di una società burocratica in cui evitare colpe era più importante di competenza tecnica o capacità immaginativa”. (10) Questo era un problema comune nella storia navale, forse più evidente nella stagnazione della Royal Navy, messa a nudo dalla battaglia dello Jutland. (11)
Dall’inizio della guerra, questo fallimento ricomparve. Il comandante dello squadrone russo del Pacifico, il Viceammiraglio Oskar Victorovich Stark, aveva riconosciuto i pericoli posti dal Giappone alla luce del deteriorarsi della situazione diplomatica. Aveva ripetutamente chiesto all’Ammiraglio Evgenij Ivanovich Alekseev, comandante in capo delle forze imperiali di Port Arthur e della Manciuria, nonché al viceré dell’Estremo Oriente russo, “di permettergli di preparare la flotta per la guerra”. (12) Tuttavia, Alekseev respinse i timori di Stark sostenendo che erano “prematuri e sgradevoli”. (13) L’Ammiraglio Alekseev non vedeva una gran minaccia dai giapponesi e un rapporto del Viceammiraglio Wilhelm Withoeft (nobile russo-tedesco) sosteneva che il “piano operativo russo deve basarsi sul presupposto che è impossibile che la nostra flotta sia sconfitta”. (14) Indipendentemente da ciò, il Viceammiraglio Stark tentò di aggirare tali restrizioni, ordinando ai suoi equipaggi di fare uscire le siluranti e a prepararsi ad un attacco a sorpresa giapponese. Tuttavia, non riuscì ad aggirare i nobili Withoeft e Alekseev (forse figlio dello zar Alessandro II) e alla fine, “così discreta era l’istruzione relativa alle note opinioni del comandante supremo che … non fu fatto nulla”. (15) Capitani ed equipaggi non vollero contraddire l’Ammiraglio Alekseev, indipendentemente dagli ordini del comandante locale, e pochi presero precauzioni.
Vi è la comune percezione errata di soldati e marinai come automi insensati, che eseguono ordini come pezzi su una scacchiera. In tale immagine, c’è ben poco di sbagliato nella decisione degli ufficiali dello Squadrone del Pacifico di cedere alla volontà di Alekseev e non a quella del Viceammiraglio Stark. Tuttavia, quando iniziò la guerra russo-giapponese, questo modello era già obsoleto e fu in gran parte sostituito dal concetto relativamente nuovo di auftragstaktik (comunemente tradotto come comando di missione) (16). Il comando di missione richiede che i giovani ufficiali “utilizzino la propria iniziativa” e si adattino alle circostanze per realizzare la missione definita dal “concetto delle operazioni del comandante superiore”. (17) Il comando della missione è in definitiva il modello superiore perché riconosce che chi è in prima linea ha spesso la migliore percezione della situazione e che la comunicazione in guerra è suscettibile d’interruzione, confusione ed incomprensione (la nebbia di guerra). Consentire ai comandanti locali di manovrare nel modo più adatto consente di ridurre al minimo le perdite e completare gli obiettivi più rapidamente, evitando allo stesso tempo opportunità sprecate o comunicazioni errate e fatali. In questo contesto, come comandante locale, il Viceammiraglio Stark aveva una visione molto più chiara della minaccia rappresentata dal Giappone, mentre Alekseev, preoccupato dagli obiettivi russi in tutta l’Asia, no. L’incapacità dell’Ammiraglio Alekseyev di rimandare alla consapevolezza locale del Viceammiraglio Stark rifletteva l’incapacità della Russia di adattarsi al pensiero militare moderno. L’Ammiraglio Alekseev merita un’attenzione particolare nel considerare i fallimenti del corpo degli ufficiali russi. Direttamente sotto di lui nella catena di comando c’erano il Viceammiraglio Makarov (dopo che sostituì il Viceammiraglio Stark) e il Generale Kuropatkin. Dovrebbe essere riconosciuto che queste due figure erano viste come “i migliori ufficiali nei rispettivi incarichi”. (18) Makarov in particolare era “l’ammiraglio più competente della Russia” ed “era certamente pari a Tougou”. (19) Nonostante ciò, la deferenza culturale della Russia nei confronti della nobiltà lasciò Makarov e Kuropatkin “sotto Alekseev, il cui ego superò di gran lunga le proprie energia e competenza”. (20) Stark, Makarov e infine Withoeft si ritrovarono tutti ostacolati dai superiori, mentre i giapponesi lasciarono l’ammiraglio Tougou Heihachirou libero di operare come riteneva opportuno. Questa fu la differenza fondamentale e giocò un ruolo importante nella sconfitta finale della Russia. Ciò non significa che il Viceammiraglio Stark o uno qualsiasi dei suoi sostituti debbano essere assolti. Frederick William Unger, corrispondente di guerra nordamericano che seguì e scrisse ampiamente della guerra, notò che quando iniziò il primo attacco giapponese a Port Arthur, “Molti ufficiali navali russi erano a terra, celebrando le festività appropriate del compleanno dell’Ammiraglio Stark”. (21) Mentre altri, tra cui J. N. Westwood, contestano questa affermazione, Richard Connaughton sostiene che la fersta era “totalmente in linea con la sua reputazione di amante del divertimento”. (22) Forse ancora più importante, tra gli ospiti della festa vi era lo stesso Ammiraglio Alekseev, oltre a diversi altri ufficiali importanti. Così, la notte dell’8 febbraio, quando l’Ammiraglio Tougou lanciò il primo attacco delle siluranti, lo squadrone del Pacifico russo era impreparato e senza leader. Nel giro di dieci minuti l’incrociatore russo Pallada, la corazzata Retvizan, e peggio ancora l’orgoglio della Marina russa e nave più potente dello squadrone del Pacifico, la Tsarevitch, furono tutti silurati e almeno temporaneamente messi fuori uso. La Retvizan in particolare soffrì molto. Dopo averla colpito a prua, un siluro giapponese aprì “un buco attraverso cui un’auto poteva passare”. (23) La perdita di queste navi, sebbene temporanea, si rivelò cruciale. Nei mesi successivi, i giapponesi godettero del controllo totale dei mari, mentre la Marina russa poteva solo tentare di riprendersi. Ciò permise ai giapponesi di avere mano libera per sbarcare numerose truppe in Manciuria, forzando la mano della Marina russa e creando le circostanze per la vittoria finale del Giappone.

Battaglia del Mar Giallo: fine dello Squadrone del Pacifico
Mentre le forze di terra giapponesi si avvicinavano a Port Arthur, iniziarono a bombardare lo Squadrone del Pacifico, che negli ultimi sei mesi non era nemmeno riuscito a contrastare il controllo dei mari. Pietrificati dal fallimento, dalla morte dell’Ammiraglio Makarov all’ingresso del porto mentre la sua nave finiva su una mina, paralizzò gli ufficiali russi che vennero dopo di lui. Nell’agosto 1904, mentre la battaglia terrestre imperversava, il viceré Alekseev chiese che l’ultimo comandante dello Squadrone del Pacifico, il Contrammiraglio Wilhelm Withoeft, portasse il resto dello squadrone del Pacifico a Vladivostok. Withoeft si fermò il più a lungo possibile, ma presto “ricevette ordini dal tono perentorio sia dal viceré che dallo zar”. (25) Nonostante le sollecitazioni del superiore, Withoeft tenne diversi consigli di guerra e insieme lui e i suoi capitani concordarono sul fatto che la loro posizione imponeva che rimanessero in porto. Alekseev ignorò Withoeft e ripeté che tale decisione non era solo in contraddizione coi suoi ordini, ma anche ai desideri dello Zar. (26) Alla fine, dopo l’ennesima protesta di Withoeft, Alekseev informò il viceammiraglio che “se lo squadrone di Port Arthur non fosse uscito in mare nonostante i suoi desideri e dello zar, e fosse stato distrutto a Port Arthur, sarebbe stato un vergognoso disonore”. Inoltre, Alekseev ricordò a Withoeft l’esempio dell'”incrociatore Varjyag ” che “uscito in mare senza paura per combattere una forza superiore”. (27) Naturalmente, Alekseev non menzionò il destino dei Varyag, sebbene Withoeft sapesse senza dubbio che fu distrutto dal pesante tiro giapponese affondando con gran parte dell’equipaggio. Il rifiuto dello squadrone di uscire in mare appare vigliaccheria, ma in verità fu una buona logica la decisione di Withoeft di rimanere in porto. In primo luogo, Withoeft aveva ancora l’impressione che lo Squadrone del Baltico russo sarebbe arrivato ad ottobre. Così rafforzato, lo Squadrone del Pacifico poteva concentrare le forze permettendo di affrontare Tougou con una “schiacciante superiorità da battaglia russa”, costringendo l’ammiraglio giapponese ad abbandonare il campo o affrontare una sconfitta certa. Port Arthur doveva solo resistere per tre mesi e la guerra non poteva ancora essere finita. Inoltre, le navi dello Squadrone di Port Arthur contribuivano a sostenere il tiro dei difensori del porto e la loro mera presenza impediva la possibilità di un attacco anfibio giapponese. In breve, “uno squadrone russo inerte a Port Arthur aveva un valore strategico di gran lunga maggiore di uno squadrone audace ma in fondo al mare”. (28)
La logica di Withoeft aveva un difetto intrinseco: lo Squadrone del Baltico non sarebbe arrivato ad ottobre, infatti non sarebbe arrivato nemmeno per altri nove mesi. Alekseev era “probabilmente consapevole” (29) che era così, ma trascurò d’informarne il comandante locale, offrendo invece solo ordini severi ed inflessibili. In tali circostanze, gli ufficiali burocratici russi risposero nell’unico modo possibile, con obbedienza fatalistica. Le accuse di codardia a Withoeft e ai suoi capitani sono imprecise: “erano più spaventati dal fallimento che dalla morte”. (30)
Il 10 agosto 1904, lo Squadrone del Pacifico fece uscire in mare sei navi da battaglia, quattro incrociatori e otto torpediniere. I giapponesi li affrontarono con quattro navi da battaglia, sei o sette incrociatori, 17 cacciatorpediniere e 29 torpediniere. (31) Mentre ciò conferiva alla flotta russa vantaggio nominale nelle navi da battaglia maggiori, due delle sei “erano le vecchie e pesanti Poltava e Sevastopol“. (32) Sembrava non esserci alcun dubbio sul risultato nella mente dell’Ammiraglio Withoeft, le cui ultime parole prima di salire sulla sua ammiraglia furono: “Signori, c’incontreremo nell’altro mondo”. (33) Quando le navi dello Squadrone di Port Arthur iniziarono il loro viaggio per Vladivostok, “mostrarono gli effetti sgraditi di una flotta rinchiusa nel porto”. (34) Colpiti da problemi meccanici, gli ingegneri russi lavorarono freneticamente per raggiungere la massima velocità, mentre le navi rimasero indietro e la formazione fu ripetutamente costretta a fermarsi ed aspettare che le altre lo raggiungessero. Più tardi, anche i cannonieri russi soffritono di assenza di esercitazioni. Mentre le navi russe erano afflitte dalle riparazioni, anche le navi giapponesi più veloci poterono raggiungerle, e la battaglia iniziò sul serio alle 12:30. (35) Nel le successive cinque ore, le due flotte si spararono a distanza. Per gran parte della battaglia, i russi diedero il massimo, infliggendo potenti colpi alle principali navi giapponesi Mikasa, Shikishima e Asahi. Mentre la Mikasa subiva numerosi colpi, essa e la linea giapponese iniziarono a rallentare. Tougou si ritrovò presto dietro la flotta russa. “Fu aggirato” e il Viceammiraglio Withoeft “si era assicurato la migliore posizione possibile”. (36) Quindi, come spesso accade, la pura possibilità completamente cambiò il corso della battaglia. Alle 17:45, un paio di proiettili giapponesi da 305 mm si schiantarono sul ponte dell’ammiraglia russa Tsarevitch, uccidendo l’Ammiraglio Withoeft e tutto il suo Stato Maggiore, e bloccando il timone della Tsarevitch costringendo l’ammiraglia russa a un drammatico cerchio. (37) Fu a questo punto della battaglia che si manifestarono i fallimenti del corpo degli ufficiali russi. Resoconti di contemporanei e storici moderni concordano sul fatto che “lo sforzo delle navi russe di avanzare tra i giapponesi avrebbe probabilmente avuto successo … se non fosse stato per il disastro della corazzata Tsarevich”. (38) Senza Withoeft, il caos regnò nella flotta russa. Il sostituto di Withoeft a comandante dello squadrone fu il principe Pavel Petrovich Ukhtomskij. Il suo problema immediato era che alberi e linee dei segnali furono abbattuti, costringendolo a segnalare dal ponte, dove solo le navi più vicine poteva vederlo. Tuttavia, questo fu probabilmente l’ultimo dei problemi del principe. Mentre segnalava “seguitemi” alle sue navi, il principe Ukhtomskij virò verso Port Arthur, decisione ironica dato che fu uno degli ufficiali che spinse il Viceammiraglio Withoeft a tentare la sortita a Vladivostok in primo luogo. Ukhtomskij non era tenuto in grande considerazione nella Marina russa. Molti nella flotta credevano che “doveva la sua posizione alla parentela piuttosto che all’abilità” e fu deriso come “uomo di seconda classe”. (39) La sua decisione di tornare a Port Arthur non aveva senso, poiché la roccaforte russa “non poteva più offrire un rifugio sicuro” e “c’era la forte probabilità che una parte significativa dello squadrone avrebbe potuto raggiungere Vladivostok”. (40) Proprio come nella rivoluzione del 1905, alcune navi russe si rifiutarono semplicemente di seguire gli ordini della nobiltà, personificata dal principe Ukhtomskij. In particolare, l’incrociatore leggero Novik si precipitò su Vladivostok, ma alla fine fu catturato dopo essere stato avvistato da un mercantile giapponese. (41)
Quando la maggior parte delle navi russe tornò a Port Arthur, la missione russa fu un drammatico fallimento. Sebbene avesse perso solo una nave (la Tsarevich fu costretta a rifugiarsi in un porto tedesco dove fu internata), lo Squadrone di Port Arthur fu così danneggiato che non sarebbe più uscito in mare. Le truppe di terra russe furono disgustate da questo fallimento e, secondo un corrispondente russo, “non c’erano altro che insulti e maledizioni verso gli ufficiali navali, dal più alto al più basso”. (42) La decisione del principe Ukhtomskij di rientrare a Port Arthur fu un enorme errore. In tal modo, intrappolò se stesso e lo squadrone nel porto, dove furono bombardati e affondati, eliminando qualsiasi valore che avrebbero potuto offrire all’Smmiraglio Rozhestvenskij e alla Flotta del Baltica. Sebbene temesse la perdita della maggior parte delle navi, “anche una sola corazzata a Vladivostok sarebbe stata di grave imbarazzo per Tougou quando affrontò l’imminente squadrone baltico”. (43) Invece, la decisione di Ukhtomskij eliminò completamente lo Squadrone di Port Arthur dal quadro. Questa fu l’immensa vittoria strategica del Giappone, che ora poteva usare l’artiglieria per affondare le navi russe, mentre permetteva a Tougou e alla Marina di prepararsi all’imminente battaglia con lo Squadrone del Baltico.

Conclusione
La Battaglia di Tsushima fu decisa molto prima che le flotte russa e giapponese si scontrassero. Le parole dell’Ammiraglio Rozhestvenskij sulla spedizione indicano i suoi sentimenti sulle prospettive della missione: “Stiamo facendo ciò che va ancora fatto, difendendo l’onore della bandiera. Era in una fase precedente che avrebbe dovuto essere seguito un altro corso… Se necessario, sacrificare la flotta, ma allo stesso tempo dare un colpo fatale alla potenza navale giapponese”. (44) Queste parole, così intrise della presunzione della sconfitta e del completo fatalismo, rivaleggiano con quelle dell’Ammiraglio Villeneuve alla vigilia di Trafalgar, come tre le meno ispiranti della storia navale. Rozhestvenskij aveva ragione, poche speranze di sconfiggere i giapponesi. La sua flotta era composta da ufficiali non addestrati ed equipaggi su navi nuove di zecca, che non erano ancora state provate. Dovette navigare per mezzo mondo, sostandosi a malapena a terra e dovendo affrontare imbarazzi come l’incidente del Dogger Bank, quando gli equipaggi non addestrati e nervosi scambiarono dei pescherecci inglesi per delle siluranti giapponesi e iniziarono a sparavi. Questo incidente causò grave inimicizia nei confronti della Russia, facendo sì che la Royal Navy seguisse Rozhestvenskij per gran parte del viaggio e numerose nazioni gli negarono l’accesso alle strutture portuali per rifornirsi. Quando finalmente arrivò il momento della battaglia, i russi erano disorganizzati ed impreparati. Non testato in battaglia, il tiro era “indifferente e inefficace”. (45) Lo sfinito e travolto Rozhestvenskij fu gravemente ferito e poté solo guardare i giapponesi distruggergli la flotta. Tuttavia, i fallimenti navali della Russia nella guerra russo-giapponese non possono essere interamente attribuitigli. Se lo zar avesse potuto consolidare i suoi squadroni prima di dare battaglia ai giapponesi, l’esito della guerra sarebbe stato probabilmente molto diverso. Tuttavia, senza alcuna pianificazione strategica od operativa a livello di flotta, la Marina imperiale rimase sconnessa e dispersa, mentre i giapponesi poterono concentrare le loro forze nelle proprie acque. Quella scarsa pianificazione si ebbe a livello locale e fu ostacolata da ufficiali disinteressati, negligenti, afflitti da interessi parrocchiali, corruzione e nepotismo, sprecando i vantaggi quantitativi della Russia. Tuttavia, forse il fattore decisivo nella guerra russo-giapponese fu la natura burocratica ed indecisa degli ufficiali della Marina russa. Piuttosto che incoraggiare l’iniziativa e liberare i capitani adattandosi alle circostanze, la cultura navale russa premiò gli gli ufficiali burocratici e che lasciavano gli equipaggi a passare più tempo a pulire le armi che a spararle. Peggio ancora, lo Stato russo gerontocratico significò che le moderne tecniche e tecnologie venivano ignorate a favore delle pratiche obsolete degli ufficiali nobili che avevano scarso interesse o abilità nella guerra navale. Gli ufficiali russi erano quindi titubanti nei momenti di crisi, incapaci di agire con decisione. Nel frattempo, i loro equipaggi di coscritti addestrati alle ispezioni piuttosto che al combattimento, furono schiacciati dalla Marina Imperiale giapponese straordinariamente professionale ed estremamente motivata. La vittoria giapponese nella guerra russo-giapponese fu senza dubbio il risultato della superiorità giapponese in una serie di aree cruciali. Tuttavia, l’asimmetria più eloquente tra Giappone e Russia nella guerra fu la disparità tra i dirigenti, messa a nudo dal fervore della battaglia.

Aidan Clarke è un dottorando della Furman University, doppia specializzazione in Storia, Politica e Affari internazionali, con interesse per gli affari navali. In precedenza svolse ricerche sullo scontro navale tra Stati Uniti e Unione Sovietica durante la guerra dello Yom Kippur e attualmente guida un progetto di ricerca sulla guerra russo-giapponese.

Riferimenti
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2. Ibid, 46.
3. Ibid, 47; Ibid, 42.
4. Ibid, 48.
5. Ibid, 53.
6. Ibid, 53; J. N. Westwood, Russia Against Japan, 1904-05. 1986, (New York: State University of New York Press), 1.
7. Ibidem 29
8. Papastratigaki, Ibid., 53.
9. Westwood, Ibid., 1904-05 . 29.
10. Ibid, 35.
11. Andrew Gordon, The Rules of the Game, 2012, (Annapolis, MD, US Naval Institute Press).
12. Richard Connaughton, The War of the Rising Sun and the Tumbling Bear, 1991, (New York: Routledge, Chapman e Hall, Inc.) 30.
13. Ibid
14. Westwood, Ibid., 1904-05 , 37.
15. Connaughton, Ibid., 30.
16. Connaughton, Ibid., 117.
17. Ibid; Il “concetto di operazioni” dovrebbe essere inteso come obiettivo strategico o operativo globale.
18. Ibid, 38.
19. Westwood, Ibid., 1904-05 , 46.
20. Connaughton, Ibid., 38.
21. Frederic William Unger, The Authentic History of the War between Russia and Japan, 1904, (Filadelfia: World Bible House), 345.
22. Connaughton, Ibid., 31.
23. Connaughton, Ibid., 32.
24. Unger, Ibid., 344.
25. Westwood, Ibid., 80.
26. Ibid, 81.
27. Ibid, 80.
28. Ibid , 81.
29. Ibid.
30. Ibid.
31. Unger, Ibid., 391; “Japanese Win Naval Battle in Corean Strait“, Chicago Tribune, 14 agosto 1904, pag. 1, accessibile tramite i giornali storici ProQuest; Connaughton, Ibid., 172.
32. Connaughton, Ibid., 171.
33. Ibid, 172.
34. Ibid.
35. Connaughton, Ibid., 172.
36. Westwood, Ibid., 1904-05, 83.
37. Westwood, Ibid., 85; Connaughton, Ibid., 173.
38. “Japanese Win Naval Battle in Corean Strait“, Chicago Tribune , 14 agosto 1904, pag. 1.
39. Connaughton, Ibid., 174.
40. Westwood, Ibid., 1904-05, 86.
41. Westwood, Ibid., 86; Connaughton, Ibid., 174.
42. Connaughton, Ibid., 174.
43. Westwood, Ibid., 86.
44. Westwood, Ibid., 138.
45. Connaughton, Ibid., 266.

Bibliografia
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Connaughton, Richard. La guerra del sol levante e dell’orso barcollante. 2a ed. New York, NY: Routledge, 1991.
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Traduzione di Alessandro Lattanzio