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La Blitzkrieg-fiasco saudita in Yemen

Valerij Kulikovm New Eastern Outlook 06.04.2020

Cinque anni fa l’Arabia Saudita, col pretesto di aiutare un governo legittimo dello Yemen guidato all’epoca dal presidente Abdrabuh Mansur Hadi, creò una coalizione composta da 10 nazioni arabe iniziando l’operazione Decisive Storm contro il movimento a maggioranza zaidita Huthi (o Ansarullah, sostenitori di Dio) in Yemen. Secondo l’autore, all’epoca la risposta così armata ai disordini provocati dall’opposizione nel settembre 2014, composta da zayditi del nord del Paese che combattevano i burattini di Riyad e l’alleanza tra governo di Yemen e Stati Uniti, presumibilmente per ristabilire una teocrazia sciita (che governò nel nord dello Yemen prima del colpo di Dtato militare nel 1962), sembrava una passeggiata per l’Arabia Saudita. Gli Emirati Arabi Uniti (Emirati Arabi Uniti) furono i principali alleati di Riyad nella coalizione anti-huthi. Tuttavia, fin dall’inizio tale “Blitzkrieg” s’impantanò per la ferma opposizione degli huthi sostenuti dall’Iran da dietro le quinte. La guerra divenne rapidamente un conflitto prolungato con numerose vittime e soprattutto costosa per Riyadh poiché molti suoi militari furono eliminati, materiali distrutti e i costi delle sostituzioni aumentarono sostanzialmente. A parte i calcoli errati, sorsero altri problemi in quanto i principali alleati dell’Arabia Saudita nella guerra civile yemenita, gli Emirati, dal 2016 al 2017 persero zelo. E alla fine del 2019, il Sudan, Paese che fornì molte truppe, si ritirava dalla coalizione. Inoltre, il Fronte per la liberazione dello Yemen del Sud occupato (FLOSY), che si ritiene istituito coi fondi degli Emirati, effettivamente apriva un secondo fronte contro il governo filo-saudita nello Yemen. Anche quest’anno il principale partner dell’Arabia Saudita nell’alleanza anti-huthi, gli Emirati Arabi Uniti, si ritirava dalla coalizione col pretesto che doveva difendere i propri territori mentre le tensioni in Medio Oriente tra Stati Uniti ed Iran continuavano ad aumentare. E poco prima dell’inizio della “guerra dei prezzi del petrolio”, il 12 febbraio 2020, gli Emirati Arabi Uniti ritiravano tutte le truppe dallo Yemen lasciando così gli ex-alleati per affrontare huthi ed Iran. Ciò portò immediatamente a gravi problemi sul fronte orientale, dove l’opposizione sconfisse dozzine di unità del governo liberando una parte sostanziale dei territori nazionali.
Quindi, negli ultimi 5 anni, la coalizione saudita non ha avuto successo nella battaglia contro i ribelli huthi, che continuano a ricevere sostegno militare dall’Iran. Al momento Ansarullah controlla Sana, capitale dello Yemen, e regioni considerevoli nel nord ed ovest della più povera nazione araba. Sarebbe ovvio a tutti ora che assistere il presidente Abdrabbuh Mansur Hadi, fuggito da Sana nel gennaio 2015, non era la vera ragione dell’intervento armato dell’Arabia Saudita nello Yemen, invece erano la posizione strategica della nazione e le sue risorse in idrocarburi. Mentre gli Emirati Arabi Uniti davano priorità alle ambizioni commerciali ed economiche estendendo la loro influenza sulle coste di Corno d’Africa ed Yemen, l’Arabia Saudita era principalmente interessata a controllare il greggio dello Yemen. Ulteriori prove di questa ipotesi si ebbero coll fatto che, da quando gli Emirati Arabi Uniti annunciarono il ritiro delle truppe dallo Yemen, le forze saudite si concentrarono sui territori con giacimenti di idrocarburi come Shabuah e Marib, oltre all’Hadhramaut. Uno degli obiettivi dell’Arabia Saudita è controllare il governatorato di al-Mahrah al fine di posarvi oleodotti che attraversino i territori yemeniti al Mar Arabico, fornendo così una via alternativa al Golfo Persico per esportare petrolio e mitigare le minacce di Teheran di chiudere lo stretto di Hormuz. Dall’autunno dello scorso anno, gli huthi iniziarono a compiere progressi visibili contro le forze del presidente Abdrabuh Mansur Hadi. I ribelli avanzavano dalla fine di febbraio su varie direzioni, sfondando le difese delle forze governative presso la città di al-Hazam catturandola. È una città abbastanza piccola ma chiave del governatorato di al-Juf ed è anche la porta di accesso dalle regioni montuose del Paese al pianeggiante governatorato di Marib, dove si trovano le principali strutture di produzione di petrolio e gas. Quindi, dopo che gli huthi conquistarono la città di al-Hazam ottennendo l’accesso ai principali giacimenti petroliferi e di gas del governatorato di Marib, l’intervento militare dell’Arabia Saudita fu improvvisamente in pericolo e con qualsiasi possibile beneficio finanziario derivante improbabile.
Ancora un’altra perdita della coalizione saudita che dimostrava che il conflitto nello Yemen ha davvero impantanato Riyadh. L’Arabia Saudita ha speso molto in tale intervento, ma è ancora perdente poiché continua a perdere non solo truppe ed equipaggiamento militare, ma anche la faccia. Secondo varie fonti, dal 2015 le sole forze saudite persero 1000-3000 soldati e ufficiali non solo nello Yemen ma anche nel regno stesso a seguito degli attacchi missilistici e delle operazioni di terra condotte dai ribelli huthi. Negli ultimi anni, le truppe dell’opposizione che combattono la coalizione saudita avevano lanciato oltre 1000 razzi e missili balistici e da crociera contro obiettivi in Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti e contro le “forze d’occupazione” nello Yemen. Importanti strutture militari e petrolifere del regno furono colpite. Uno dei più grandi attacchi, ampiamente pubblicizzato a livello globale, fu l’attacco aereo contro le strutture petrolifere dell’Arabia Saudita nella parte orientale del Paese, nel settembre scorso. L’incidente fece quasi dimezzare la produzione di petrolio di uno dei più grandi regni arabi. L’attacco interessò non solo la produzione petrolifera del Paese, ma anche le esportazioni di greggio. Nell’attuale clima economico globale, con la caduta dei prezzi del petrolio, il proseguimento dell’intervento militare può provocare difficoltà economiche alla stessa Arabia Saudita. E, naturalmente, sono possibili ulteriori attacchi dai ribelli huthi contro le strutture saudite per l’estrazione, l’elaborazione e trasporto del suo “oro nero”.
Sembra esserci crescente stanchezza sul conflitto nella coalizione guidata dai sauditi mentre usa sempre più risorse. Molti alleati nella coalizione hanno già capito l’inutilità di tale guerra e, minimizzando il coinvolgimento, in questo clima economico difficile, dimostrano riluttanza a continuare l’intervento militare in Yemen e il desiderio di ritirare le truppe. La Marina degli Stati Uniti cercò di bloccare le forniture militari ai ribelli huthi intercettando regolarmente navi che trasportavano missili anticarro e antiaerei. A metà febbraio, il segretario di Stato nordamericano Mike Pompeo annunciò il sequestro di un lotto dagli Stati Uniti di 358 missili, metà nella versione iraniana del missile anticarro portatile Kornet. Tuttavia, è impossibile interrompere completamente l’invio di armi ai ribelli huthi. Considerando tutto ciò, l’Arabia Saudita, coll’assistenza delle Nazioni Unite, conduce negoziati dietro le quinte con l’opposizione per stabilire la pace e la cessazione degli attacchi ai suoi territori. Il conflitto armato, iniziato nel 2015, ha provocato la più grande crisi umanitaria nella regione. Secondo le Nazioni Unite, il 70% della popolazione dello Yemen o circa 20 milioni di persone muore di fame. Più di 2,5 milioni di cittadini yemeniti hanno sofferto di colera. Il conflitto e la conseguente crisi interna hanno portato al decesso di centinaia di migliaia di cittadini yemeniti, un decimo morto a seguito degli attacchi aerei della coalizione. Alle Nazioni Unite, la guerra civile nello Yemen viene definita una delle maggiori catastrofi umanitarie moderne. L’organizzazione internazionale Human Rights Watch (HRW) pubblicava un rapporto per il 5° anniversario della guerra civile yemenita. Il documento ritiene che l’Arabia Saudita e la coalizione guidata dal regno siano responsabili del conflitto nello Yemen e di aver commesso crimini contro l’umanità durante tale guerra.

Valerij Kulikov, analista politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio