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La coalizione saudita non raggiunge i suoi obiettivi militari

Sundus al-Asad, AHTribune 28 marzo 2020

Cinque anni di aggressione imposta hanno devastato lo Yemen lasciando il Paese sull’orlo della “catastrofe umanitaria”, in cui 18 milioni di persone hanno bisogno di assistenza, creando la più grande emergenza alimentare al mondo. Dall’inizio dell’aggressione saudita, gli attivisti contro la guerra hanno organizzato proteste in solidarietà col popolo yemenita. Mirat al-Jazira intervistava Stephen Bell, Tesoriere della Stop the War Coalition, che afferma che dopo cinque anni la coalizione non è riuscita a raggiungere gli obiettivi militari e che il crollo della Coalizione sarà il presagio della vittoria finale della resistenza yemenita .

L’equilibrio di potere è cambiato
Si è verificato un ampio stallo militare dall’estate 2015. Quasi certamente le forze di Ansarallah erano sovraestese dall’acquisizione di Aden, quindi la sua perdita non fu una sorpresa. Ma in seguito a ciò, la coalizione saudita non seppe battere le forze della resistenza. Alla base di questo fallimento c’è il fallimento del processo di transizione del Golfo dal 2011. Con esso, il regime saudita sperava di ribaltare le forze popolari che avevano portato l’ex-regime in un vicolo cieco e diviso l’esercito nazionale e le forze statali. Ma le forze popolari rappresentavano la maggioranza della popolazione yemenita. Il processo di transizione non fu abbastanza coerente da rovesciare tale reale equilibrio di forze, e nel 2014 questo equilibrio si riaffermò con l’assunzione del potere da parte di Ansarallah e della sezione patriottica del Congresso generale del popolo. Questo equilibrio non può essere annullato da manovre puramente interne. I sauditi decisero, col sostegno dell’imperialismo nordamericano, di intraprendere un’azione militare partendo dal presupposto che l’equilibrio militare sarebbe stato più favorevole di quello politico. Ciò non si verificò perché le forze patriottiche combattono per l’indipendenza dello Yemen e la possibilità di progresso sociale della popolazione. Le forze d’invasione combattono per denaro e governi stranieri. La resistenza ha un morale migliore e sostegno interno. Ecco perché la coalizione guidata dai sauditi ha fallito e continuerà a fallire.

Fattori che hanno permesso ad Ansarullah i successi
Il successo di Ansarallah fu in primo luogo la riuscita mobilitazione della maggioranza della popolazione per un futuro indipendente dello Yemen. Senza questo, sarebbe stato probabilmente ridotto a lunga guerriglia contro gli invasori. Allo stato attuale, ha un governo e una struttura statale credibili che possono gettare le basi della soluzione politica credibile con un processo di pace con le forze nazionali autentiche della coalizione. Fornire governance ad oltre il 60% della popolazione significa che Ansarallah può fare la pace dopo la guerra. Chiaramente, i successi militari rafforzano e approfondiscono la mobilitazione sociale. I fattori tecnologici, in particolare associati al controllo di gran parte delle vecchie forze armate, non sarebbero così significativi se la leadership non comandasse con una base sociale così estesa.

Sistema di difesa della resistenza yemenita
Il fallimento della coalizione saudita ha comportato un’eccessiva dipendenza dalla superiorità aera. Le forze di terra della coalizione, tolti gli alleati yemeniti, sono in gran parte composte da mercenari, principalmente ufficiali degli Emirati Arabi Uniti. All’inizio della guerra, i sauditi si vantavano di avere un esercito di 150000 soldati. Questo non fu schierato perché è in gran parte un mito e ciò che esiste è inaffidabile. L’incapacità dei sauditi di espellere e rovesciare le forze popolari che combattono nelle province meridionali dello Stato saudita dimostra l’incapacità della coalizione di avere forze di terra in grado di sconfiggere effettivamente Ansarallah ed alleati. La principale carta rimanente, in particolare ai sauditi, era la potenza aerea. Ciò significava che potevano danneggiare gravemente le infrastrutture dello Yemen e intimidire la popolazione civile coi raid aerei. Eppure la vittoria non si può ottenere senza una sostanziale forza di terra. Allo stesso modo, la superiorità navale consente d’imporre l’assedio, in particolare poiché la marina nordamericana funge da riserva del blocco saudita. Ma anche un assedio paralizzante non può costringere un popolo insorto ad arrendersi, come dimostrato dai palestinesi a Gaza. Quindi i recenti successi nella sfida alla superiorità aerea della Coalizione sono estremamente significativi per l’ulteriore sviluppo della lotta.

Implicazioni del coinvolgimento degli Stati Uniti
L’imperialismo USA non vuole Stati indipendenti in Medio Oriente e Nord Africa. Per mantenere l’egemonia ha bisogno di Stati e governi che accettino prontamente “amicizia” e “protezione” statunitensi. Dal 2011, gli interventi statunitensi, palesi e occulti, in Siria, Libia, Egitto e Iraq furono di supporto alla creazione di regimi e governi che non promuovono il controllo sovrano delle risorse nazionali. Gli Stati Uniti erano fortemente dipendenti da Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti in tali interventi. Il popolo dello Yemen da tempo dimostra rifiuto ad accettare semplicemente la sottomissione a Stati Uniti e loro alleati regionali. I fallimenti della politica nordamericana, nello Yemen, dimostrano che da una prospettiva storica l’imperialismo USA è in declino, qualunque sia il vantaggio a breve termine qui e là. L’impasse militare nello Yemen è significativa quanto l’incapacità degli Stati Uniti di stabilire un regime pro-USA stabile in Iraq e Afghanistan.

Fattori dietro l’avanzata territoriale nel Juf e Nihm
Il morale della resistenza è di gran lunga superiore a quello della Coalizione. Né si è fratturata l’unità di essa, neanche dopo il tradimento di Salah e certi alleati. Al contrario, la Coalizione ha subito divisioni e frammentazione coninue. Qatar e Marocco hanno abbandonato la coalizione. Gli Emirati Arabi Uniti hanno ridotto le proprie forze di terra, sponsorizzando la divisione nella Coalizione tra forze del Consiglio di transizione meridionale (STC)/Cintura di sicurezza e quelle di al-Islah e Hadi. Anche al-Islah vi fu divisa, con alcune forze presso Tuaqul Qarman che chiedono di resistere alla coalizione. In queste circostanze, non sorprende che le forze popolari abbiano riguadagnato terreno assicurandosi Juf e Nihm.

Attacchi aerei di rappresaglia sauditi contro civili in risposta alle perdite
Quasi certamente, Muhamad bin Salman vorrebbe porre fine alla guerra. Ma non ha la via alla vittoria. L’amministrazione Trump non ha alcun desiderio di vedere la resistenza popolare assicurarsi la vittoria, quindi favorisce il proseguimento della guerra, per ora, avendo posto il veto per due volte al Congresso sulla questione. Tutto ciò rafforza quanto affermato sulla vera espressione della continuazione della guerra, le incursioni aeree e l’assedio. I sauditi sono incapaci di qualsiasi grande iniziativa militare.

Impatti economici e umanitari del blocco marittimo dell’Arabia Saudita
La caratterizzazione della situazione da parte delle Nazioni Unite rimane attuale; questa è la peggiore crisi umanitaria al mondo d’oggi. Questo è solo il risultato delle azioni di quattro governi: di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Stati Uniti e Regno Unito, che non contestano la gravità della crisi. La Coalizione ovviamente crede che infliggere tale sofferenza al popolo yemenita sia giustificato nel sovvertire la volontà popolare dello Yemen. Secondo le Nazioni Unite, 24 milioni di yemeniti, circa l’80% della popolazione, hanno bisogno di assistenza umanitaria. Avendo creato tale catastrofe, questi quattro governi vantano ancora i loro aiuti allo Yemen, mentre intraprendono azioni militari per devastarlo ulteriormente.

Yemeniti sotto blocco
L’assedio non può essere superato; fin quando non viene tolto va sopportato. L’economia della resistenza ha permesso al popolo yemenita di sopravvivere, ma non c’è modo di prosperare in queste circostanze. La pace è necessaria per la prosperità. Lo sforzo bellico ha la priorità nell’utilizzo delle risorse, ma l’amministrazione rivoluzionaria deve fare attenzione a mantenere il sostegno popolare con un’attenta e giusta distribuzione delle necessità tra la popolazione nelle aree che controlla. Le iniziative anticorruzione del governo di salvezza nazionale a Sana e altrove furono molto importanti nel sostenere la popolazione. In tempo di guerra, sono necessarie misure severe, ma vanno giustificate. La decisione del governo di revocare l’imposta sui beni umanitari è molto benvenuta. La tassa del regime rivoluzionario sembrava preoccupare la gente affamata, quindi era corretto porvi fine.

Blocco dell’aeroporto internazionale di Sana
Il blocco dell’aeroporto aveva conseguenze terribili per gli yemeniti che richiedono cure mediche che lo Yemen non può attualmente fornire. A settembre, l’Organizzazione mondiale della sanità riferì che 35000 malati di cancro erano stati privati delle cure dal blocco, il 12% dei quali bambini. I dolorosamente lenti progressi nei colloqui di pace portavano al primo ponte aereo quando 28 pazienti furono portati via da Sana. L’inviato speciale delle Nazioni Unite del Segretario generale dello Yemen, Martin Griffith, salutò questo inizio, ma aggiunse: “… molte migliaia di pazienti che necessitano di cure mediche all’estero rimangono a Sana”.

Negoziati di riapertura dell’aeroporto
I negoziati sponsorizzati dalle Nazioni Unite erano terribilmente fragili. Il 16 febbraio fu raggiunto un accordo per lo scambio di liste per un futuro scambio di prigionieri. Dato che 290 detenuti furono rilasciati da Ansarallah ad ottobre e 128 dai sauditi a novembre, ci si poteva aspettare che sarebbero stati fatti ulteriori progressi. Lo stesso vale per l’aeroporto di Sana. È comprensibile che la resistenza cerchi di organizzare una campagna internazionale, o almeno di sensibilizzare l’opinione pubblica, sul fatto che l’aeroporto di Sana sia un’ancora di salvezza dei civili yemeniti. È probabile che l’aeroporto sarà aperto quando il processo di pace sarà saldamente stabilito. Ciò non pare una prospettiva immediata. Le elezioni presidenziali degli Stati Uniti sono un fattore. Trump preferisce il caos e la continuazione della guerra a un vero e proprio contraccolpo alla sua politica nello Yemen. Intrecciava lo Yemen nel suo arazzo “L’Iran è la più grande minaccia alla pace nel mondo”. Districarlo gli è politicamente pericoloso al momento.

Ritiro dei mercenari pro-coalizione
Sicuramente questi ritiri sono una vittoria. Tali forze furono schierate per sconfiggere la resistenza popolare, e ritirati perché non ci riuscivano. La rivolta in Sudan è un fattore della battuta d’arresto degli alleati USA/sauditi. La contrattazione nei negoziati sull’integrazione dell’opposizione portava a liquidare i mercenari sudanesi della macchina da guerra saudita. E quindi una maggiore pressione sugli alleati sauditi nello Yemen, che devono ancora affrontare l’intransigenza della resistenza popolare. Questo non è un cambio di strategia; è una battuta d’arresto e una ritirata.

L’occupazione degli Emirati Arabi Uniti nelle province meridionali
Il regime degli Emirati Arabi Uniti sembra voler controllare i porti dello Yemen e, insieme all’Arabia Saudita, controllare energia e risorse naturali nelle province del sud. Gli obiettivi degli Emirati Arabi Uniti possono quindi essere raggiunti con la divisione dello Yemen. Ciò spiegherebbe la promozione delle relazioni col STC sul governo Hadi. A sua volta, ciò rafforzava le forze separatiste sulle forze di al-Islah. I sauditi non possono esserne soddisfatti: la separazione meridionale lascia gran parte dello Yemen sotto il controllo di Ansarallah. Quindi ci sono elementi reali di conflitto tra i due principali governi regionali della coalizione. Né può esserci alcuna fiducia che l’accordo di Riyadh garantisca dal conflitto militare tra le milizie pro-coalizione.

*Stephen Bell è il tesoriere della Stop the War Coalition. Era coordinatore delle proteste quando Muhamad bin Salman visitò Londra. Fu coinvolto nella campagna di solidarietà palestinese per molti anni. È un attivista del sindacato e movimento operaio. Dal 2002 al 2015 fu responsabile della politica del Sindacato dei lavoratori della comunicazione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio