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Chi e cosa c’è dietro la crisi in Arabia Saudita?

Valerij Kulikov, New Eastern Outlook 04.04.2020

Uno dei principali attori nel mercato globale dei combustibili fossili. l’Arabia Saudita, regno ricco e influente, attualmente attraversa una crisi piuttosto grave. La stabilità esteriore dell’Arabia Saudita come Stato nazionale e la presa apparentemente salda dei suoi governanti sul potere subisce fratture profonde, malcontento dell’élite e tensioni sociali. Un alto tasso di disoccupazione tra i giovani, la povertà diffusa e le tensioni non solo nella famiglia reale, ma anche tra sunniti e sciiti sono fattori che mettono in discussione la capacità dei sovrani sauditi di mantenere la stabilità nel regno e di mantenere il potere a lungo. Il principe ereditario Muhamad bin Salman al-Saud promise al popolo una riforma ed innovazione decisive, coll’aiuto ad esempio della Saudi Vision 2030. Tuttavia, implementare i cambiamenti in una società religiosa conservatrice non è facile, e solo altri passi discutibili di Muhamad bin Salman tendono a peggiorare le cose. Le tensioni accumulatesi nella società chiusa dell’Arabia Saudita da tempo potrebbero scoppiare in qualsiasi momento oggi per molte ragioni. Alcuni non sono soddisfatte dal rapido ritmo dei cambiamenti proposti da Muhamad bin Salman, mentre altri non sono contenti di quanto siano lenti. Allo stato attuale, il regno è al crocevia poiché la sua economia e il tenore di vita nella nazione si deteriorano perché i prezzi del greggio sono bassi; la guerra allo Yemen è un fiasco, così come il blocco al Qatar e l’influenza dell’Iran si espande in Libano, Siria e Iraq. E anche la successione al trono è in discussione. Inoltre, le questioni personali del principe ereditario hanno un impatto negativo sulle relazioni con Washington. L’autore crede che sfortunatamente per Muhamad bin Salman, abbia “scommesso sul cavallo sbagliato” durante la corsa elettorale degli Stati Uniti e, nonostante la reputazione di esperto nella politica da dietro le quinte, dopo che i democratici persero nel novembre 2016, i rapporti col sostenitore chiave, gli Stati Uniti, iniziarono a deteriorarsi. Secondo l’autore, Donald Trump non dimenticò il supporto attivo fornito dal principe ereditario ai suoi avversari e, a quanto pare, persino cercò d’istigare un colpo di Stato in Arabia Saudita nell’autunno 2017. L’obiettivo era garantire che un principe saudita fedele a Donald Trump salisse al potere. Tale primo tentativo di Donald Trump di “scuotere la barca” del regno avvenne nel novembre 2017. Muhamad bin Salman al-Saud, recentemente diventato principe ereditario, arrestò 11 principi, 4 ministri e dozzine di ex-ministri, imprenditori e altri potenti. Ufficialmente, furono arrestati coll’accusa di corruzione ma, in realtà, per aver pianificato un colpo di Stato. I media sauditi immediatamente riferirono che un nuovo comitato anticorruzione condusse le indagini che portarono agli arresti. La maggior parte dei detenuti trascorse 100 giorni agli arresti domiciliari al Ritz-Carlton, l’hotel più lussuoso della capitale dell’Arabia Saudita. Costoro furono rilasciati solo dopo aver accettato di “risarcire il governo” di eventuali perdite subite, per un importo di 100 miliardi di dollari.
Tuttavia, ci furono ulteriori disordini il 6 marzo 2020 (letteralmente la stessa sera di quando il Ministro dell’Energia russo Aleksandr Novak e il suo omologo principe Abdulaziz bin Salman raggiunsero un accordo sulla produzione di petrolio), quando numerosi principi e potenti del regno (300 persone in totale) furono nuovamente arrestati per “corruzione”. Tra i detenuti c’erano Muhamad bin Nayaf al-Saud (nipote di re Salman e cugino del principe ereditario) e l’unico fratello rimasto dell’attuale re, Ahmad bin Abdulaziz al-Saud (ex-ministro degli Interni), erede del trono prima di Muhamad bin Salman, secondo le regole di successione saudite. Il New York Times riferì che il terzo detenuto era il principe Nawaf bin Nayaf. Il 78enne Ahmad bin Abdulaziz al-Saud, si ritiene sia uno dei tre membri della famiglia reale opposti a Muhamad bin Salman quando divenne principe ereditario nel giugno 2017. Dei 34 membri del Consiglio di Giustizia, formato dai figli di Ibn Saud (il primo monarca e fondatore dell’Arabia Saudita) o dei loro immediati eredi, 31 votarono per Muhamad bin Salman. E fu Ahmad bin Abdulaziz al-Saud che “rimase critico” delle politiche del principe. Due fonti informarono The Guardian che i detenuti erano accusati di “aver tentato di stabilire il principe Ahmad a presidente del Consiglio di Alleanza, posizione attualmente vacante”. Muhamad bin Nayaf al-Saud è uno degli individui più influenti nel regno ed era l’ex-principe ereditario. Per 13 anni fu a capo del programma antiterrorismo della nazione e fu anche soprannominato “principe dell’antiterrorismo”. Muhamad bin Nayaf al-Saud fu visto come partner di fiducia dell’amministrazione nordamericana e dai politici europei. In confronto, il figlio del re sembra un giovane inesperto, motivo per cui re Salman bin Abdulaziz al-Saud non poté farne subito il suo successore. Muhamad bin Nayaf al-Saud trascorse gran parte del tempo a viaggiare per lavoro, il che gli permise di essere messo da parte. Tuttavia, sembra che l’ex-principe ereditario ancora guardi al trono.
È interessante notare che è noto che tutti i detenuti intrattengono buoni rapporti cogli Stati Uniti. Quindi, non sorprende che nei gruppi di opposizione sauditi, siano iniziate subito discussioni sulla ragione chiave degli arresti che, secondo fonti non ufficiali, fosse che i detenuti pianificavano un colpo di Stato. In realtà, tali individui venivano anche definiti “agenti statunitensi”. L’autore pensa che il precedente tentativo di Washington (nel 2017) di abbattere Muhamad bin Salman per la sua “miopia” nei confronti della politica interna degli Stati Uniti fosse perfettamente comprensibile. Al giorno d’oggi, la ragione principale dietro l’ultima mossa contro il principe ereditario è l’apparizione del petrolio di scisto nordamericano nei mercati globali e la strategia sempre più chiara di Donald Trump nel promuovere gli interessi dei suoi produttori nel mondo. E l’accordo commerciale in fase 1 tra Cina e Stati Uniti, concordato a gennaio, dimostra chiaramente tale punto. Quindi, al momento, la soluzione più semplice dei problemi degli Stati Uniti è l’agitazione in Arabia Saudita. E questo, secondo i piani statunitensi, scoraggerà prontamente l’Arabia Saudita dal non accordarsi con Washington e renderà Riyad più flessibile sui passi futuri nello “stallo del petrolio”. E gli Stati Uniti certamente non possono permettersi di perdere tempo in quanto si basano sul comportamento del mercato, e il petrolio di scisto nordamericano presto “si accumulerà” e dovrà essere salvato immediatamente. I sentimenti tra le élite saudite sono tali, al momento, che spingono Muhamad bin Salman a impegnarsi in un’altra guerra sul petrolio. Il principe ereditario sembra trovarsi in una posizione molto difficile in quanto ha poco spazio di manovra nella regione, mentre continuano le lotte interne senza precedenti. Quindi, sembra sciocco da parte sua avviare uno scontro difficile da vincere con Vladimir Putin, assai meglio preparato in questo e politico altamente influente in Medio Oriente. L’autore pensa che Muhamad bin Salman abbia giudicato male la situazione. Dopotutto, il principe ereditario non saprà gestire una “guerra dei prezzi del petrolio” contro la Russia, ma anche ad aggrapparsi al trono a meno che non apporti cambiamenti sostanziali alla politica verso Stati Uniti e Russia.

Valerij Kulikov, analista politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio