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Nella “guerra del petrolio”, Washington cerca di sopravvivere

Salman Rafi Sheikh, New Eastern Outlook 03.04.2020

La “guerra del petrolio” iniziata da sauditi (e Stati Uniti) ha già portato, nel giro di poche settimane, a cambiare la narrativa dall’affermare presumibilmente il “dominio dello shale oil” alla “gestione del mercato dell’energia” ed impedire una crisi che potrebbe infine distruggere l’industria petrolifera dello scisto degli Stati Uniti. Ciò portava il presidente degli Stati Uniti a tenere una conversazione telefonica con Putin per discutere modi e mezzi per “gestire meglio” la crisi . La “guerra petrolifera” scatenata dal rifiuto dell’Arabia Saudita di continuare ed estendere la formula OPEC+ precedentemente concordata, fondamentale per mantenere stabili i prezzi del petrolio per anni, già portava al crollo massiccio dei prezzi del petrolio, scendendo nel registrare i minimi degli ultimi due decenni. Per gli Stati Uniti, la guerra del petrolio, mentre lo scopo iniziale era imporre un cambiamento indesiderato alla Russia e ridurne la produzione di petrolio per lasciare il posto a un aumento della quota di shale oil statunitense sui mercati globali, ora potrebbe potenzialmente distruggere l’industria petrolifera di scisto, spezzando la base dello status di “superpotenza” degli statunitensi. All’inizio di ottobre 2019, Trump dichiarò ai produttori di scisto statunitensi che lo scopo d’espandere l’industria petrolifera non era solo ridurre e porre fine alla dipendenza dalle forniture di petrolio dagli “stranieri”, ma stabilire “il dominio energetico nordamericano”. Questo dominio poteva tuttavia, rimanere irraggiungibile se non fosse stato possibile ridurre la domanda di greggio tradizionale; quindi la domanda saudita (USA) di “ridurre” la produzione di petrolio. Il piano chiaramente è fallito, mettendo i sauditi contro gli Stati Uniti e costringendo Trump a raggiungere Putin per “gestire” il mercato dell’energia. Allo stesso tempo, i sauditi possono ancora teoricamente continuare la “guerra del petrolio” non solo perché vogliono aumentare la propria quota del mercato petrolifero, che potrebbe accadere con una quota russa ridotta, ma dato che l’attuale crisi estera aiuta un regime indebolito, gli Stati Uniti non possono semplicemente permetterselo soprattutto perché i produttori di petrolio di scisto non hanno più la capacità di sostenersi in questa guerra. Secondo i rapporti, non ci sono più di 16 società statunitensi di scisto che operano in settori in cui i costi medi dei nuovi pozzi sono inferiori a 35 dollari al barile. Altri produttori di scisto, che avevano messo in bilancio il petrolio tra 55 e 65 dollari al barile nel 2020, non avevano altra scelta se non passare a impianti inattivi, tagliare il personale e generare denaro per le spese. Sulla scia della continua “guerra del petrolio” e del crollo dei prezzi, non si può dire che i pochissimi produttori di petrolio di scisto possano effettivamente coprire i costi di produzione e saranno costretti a una riduzione all’ingrosso della spesa del settore e i produttori non redditizi dovranno smettere del tutto di perforare, il che li scaccerà dal mercato per un po’. Ciò portava Trump a chiedere ai sauditi di porre fine alla “guerra del petrolio”. Discorsi, naturalmente, non avevano successo poiché il regime saudita spinto dalle continue “ribellioni” in patria ha bisogno di una guerra estera per sopravvivere politicamente. Il rifiuto portava ad irritare alcuni influenti senatori nordamericani, accusando l’Arabia Saudita di “cospirazione” volta a distruggere l’industria petrolifera statunitense. Secondo quanto riferito, il senatore Ted Cruz affermava che: “I sauditi sperano di scacciare i produttori nordamericani, e in particolare i produttori di scisto, in gran parte nel bacino del Permiano in Texas e Nord Dakota. Tale comportamento è sbagliato e penso che approfittino di un Paese amico… Se non cambiano corso, le relazioni cogli Stati Uniti cambieranno in modo molto fondamentale”.
Per il presidente degli Stati Uniti, la continuazione della “guerra del petrolio” e il crollo dei prezzi del petrolio saranno devastanti, rovinando ogni speranza di “dominio energetico” degli Stati Uniti ma anche devastandone le fortune politiche. La loro “guerra commerciale” coi cinesi già portava a massicci fallimenti agricoli negli Stati Uniti, in particolare negli Stati in cui Trump aveva vinto le elezioni del 2016. Ancora una volta, la devastazione dell’industria petrolifera di scisto, unita alla crisi COVID-19, potrebbe avere un impatto enorme sulle prossime elezioni presidenziali statunitensi, situazione che qualsiasi populista di tipo “trumpiano” vorrebbe evitare. Ciò che ne accresce il significato è il fatto che la maggior parte dei produttori statunitensi di petrolio di scisto sono in gran parte suoi sostenitori politici nelle regioni in cui Trump vinse le elezioni nel 2016. Ad oggi, la situazione per Trump è triste mentre i produttori continuano a licenziare i loro impiegati. Affinché gli Stati Uniti possano sopravvivere a questa crisi, la “migliore gestione” del mercato dell’energia dovrà anche includere e affrontare la questione delle sanzioni a importanti progetti russi come il Nord Stream 2. Le sanzioni statunitensi colpiscono l’espansione e consolidamento dell’imponente presenza sul mercato europeo dell’energia di Gazprom. Questo caso è solo un altro esempio di cospirazione statunitense contro presenza e partecipazione russa nel mercato petrolifero e spinta per ridurne la quota ed aumentare quella de petrolio di scisto. Qualsiasi questione su “migliore gestione” includerà quindi anche la fine della politica delle sanzioni.

Salman Rafi Sheikh, analista di ricerca di relazioni internazionali ed affari esteri e interni del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio