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Battaglia di Nagashino (1575)

Weapons and Warfare

La battaglia combattuta da Nobunaga Oda (1534–1582) e dal suo alleato Ieyasu Tokugawa (1543–1616) contro Takeda Natsunori, presso la fortezza strategica di Nagashino. In questo scontro, le forze di Tokugawa e Nobunaga Oda furono le prime ad affidarsi alla potenza di fuoco massiccia degli armamenti occidentali, contribuendo a trasformare la guerra dei samurai e avvicinando le casate più vicine all’egemonia sul Giappone. Ieyasu Tokugawa aveva effettivamente stretto un’alleanza familiare coi Takeda, i cui territori confinavano con i suoi, nel centro dell’Honshu. Sposò un figlio e una figlia con la famiglia Takeda nel 1560, ma nel mondo delle mutevoli alleanze e della guerra continua che caratterizzava il Giappone al tempo, l’alleanza rapidamente si sciolse. I Takeda furono presto di nuovo in guerra coi Tokugawa. La morte dell’anziano Takeda (Shingen) nel 1573, per mano di un cecchino in battaglia, mise suo figlio Natsunori alla testa della casata. Le fortune in ascesa dei Tokugawa li resero feroci rivali dei Takedas, e quando nel 1575 un traditore dei Tokugawa si offrì di consegnare il castello Ozaki, vitale e strategico, ai Takeda, Natsunori Takeda ne approfittò. Ozaki era la capitale della provincia di Mikawa, cuore del territorio dei Tokugawa, e il suo castello era sorvegliato dal figlio di Tokugawa. Takeda guidò una forza di 15000 guerrieri in quello che si aspettava fosse la presa incruenta del Castello di Ozaki. Invece, scoprirono che il tradimento fu scoperto da Tokugawa. Invece di affrontare una umiliante ritirata, Takeda optò invece l’invio delle truppe contro la vicina fortezza di Nagashino, altro castello strategico situato alla convergenza di tre fiumi e a guardia dell’ingresso delle province di Mikawa e Totomi. Takeda iniziò l’assedio al castello nel maggio 1575 ma non ebbe successo quando arrivò la notizia che le forze in soccorso guidate da Tokugawa e Oda arrivavano. Takeda decise di resistere vicino Nagashino ed ingaggiare gli eserciti alleati in avvicinamento, sebbene le sue forze fossero meno della metà. Nella battaglia di Nagashino nel giugno 1575, la preponderanza numerica dell’alleanza e, ancora più importante, la loro travolgente potenza di fuoco, tra cui il tiro dei moschetti a ranghi alternati (la prima volta che si sa che questa tecnica venisse impiegata in guerra), s’imposero. Takeda perse quasi i due terzi dei suoi uomini ed generali, e il clan Takeda ferito a morte rimase solo fino al 1582, quando fu invaso.

Riferimenti e ulteriori letture: Parker, Geoffrey. La rivoluzione militare: l’innovazione militare e l’ascesa dell’occidente, 1500-1800. Cambridge, Regno Unito: Cambridge University Press, 1988. Sadler, A. L., The Maker of Modern Japan: The Life of Tokugawa Ieyasu. Tokyo: Charles E. Tuttle, 1937.

I Takeda erano discendenti dell’imperatore Seiwa (858-876) e un ramo del clan Minamoto (Seiwa Genji), di Minamoto no Yoshimitsu (1056-1127), fratello del Chinjufu-shogun Minamoto no Yoshiie (1039-1106). Minamoto no Yoshikiyo (1075? – 1149?), figlio di Yoshimitsu, fu il primo a prendere il nome di Takeda. Per gran parte del periodo Sengoku le province controllate dal Sengoku Daimyo furono abbastanza ben definite e governate come un’unità economica stabile. Esistono poche prove sulla guerra civile in questi territori, tranne nei casi in cui erano coinvolti la setta Ikko-ikki. La guerra tendeva a limitarsi agli scontri tra i daimyo, in particolare nelle aree sensibili in cui s’incontravano due territori. Così il confine tra le terre Takeda, Uesugi e Hojo fu frequentemente contestato. Kawanakajima, pianura che in realtà era una terra di nessuno per Takeda e Uesugi, vide non meno di cinque battaglie sui suoi campi. Furono tali conflitti, uniti alla lontananza geografica dalla capitale, che funsero da contrappeso a qualsiasi pretesa con cui questi daimyo avrebbero potuto diventare degli Shogun. Molti possedevano la potenza militare necessario, ma pochi l’usarono in tal senso. Un prominente signore della guerra (daimyo) del periodo Sengoku (“l’Età del Paese in guerra”), Shingen Takeda, nato Harunobu Takeda nel 1521, era il primogenito di Katsuyori Takeda, sovrano della provincia di Kai nel Giappone centro-settentrionale. Il giovane Takeda rovesciò suo padre nel 1541 e s’insediò come shugo provinciale (governatore militare). Si imbarcò quindi nella conquista della vicina provincia di Shinano, che fu occupata nel 1555. Tuttavia, questa azione lo portò in conflitto diretto con Kenshin Uesugi (1530-1578) della provincia di Eichigo, un’altra giovane e dinamica figura militare. Per quasi due decenni, i due leader si scontrarono sul campo di battaglia di Kawanakajima, con scontri particolarmente gravi nel 1553, 1554, 1556 e 1563. Alla fine, nessuna delle parti poté prevalere sull’altra, ed entrambe rivolsero le loro ambizioni territoriali altrove. Durante questo periodo, Takeda si rasò la testa, divenne sacerdote buddista e assunse il nome più familiare di Shingen. In quel momento, il Giappone ribolliva di conflitti mentre le principali famiglie di samurai combattevano per il controllo del Paese. Nel 1568, Takeda attaccò la famiglia Imagawa e la scacciò dalla provincia di Surguga. Tuttavia, il sempre mutevole equilibrio di potere lo costrinse ad allearsi con le famiglie Hojo, Asakura e Asai per opporsi alla forza crescente di Nobunaga Oda. Nel 1573, Takeda attaccò le forze combinate di Oda e del suo gregario Ieyasu Tokugawa, a Mikatagahara, scacciandole dal campo. Questa sconfitta ebbe l’effetto di indurre lo shogun indebolito, Yoshiaki Ashikaga, a denunciare Oda, impresa che alla fine portò alla caduta dello shogunato. Tuttavia, Takeda fu distratto da altri eventi e non riuscendo a sfruttare questa impressionante vittoria, permise ai nemici di consolidarsi.
Nella primavera 1573, Takeda avanzò di nuovo contro Tokugawa e assediò uno dei suoi castelli a Noda. Gli eventi non sono chiari, ma morì di malattia o ferite da arma da fuoco il 13 maggio 1573. Il clan Takeda non sopravvisse alla sua morte e fu eliminato come minaccia militare da Oda a Nagashino nel 1575. Oltre all’abilità militare, Takeda era anche famoso per le capacità amministrative e organizzative. Portò la provincia di Kai a un livello molto elevato di efficienza e fu affettuosamente considerato dalla popolazione. Takeda fu anche celebrato per la sua calligrafia e poesia, astuzia militare e capacità di grandi atti cavalleria e crudeltà.

Gli eserciti del Sengoku Jidai
Gli eserciti del Sengoku Jidai erano manifestazioni della struttura sociale feudale del Giappone, che ruotava attorno a parenti e vassalli. Il capo del clan e il suo esercito era il daimyou, tradotto letteralmente come “grande nome”. Era supportato dal Kashindan. Questi erano un gruppo di parenti e associati familiari, via matrimonio, giuramenti filiale e vassallaggio ereditario. Ai servitori fu data terra da governare e ci si aspettava che fornissero supporto militare durante le guerre. L’esercito permanente non era comune, ma fu reso popolare negli anni successivi del Sengoku Jidai. Per la maggior parte del periodo, gli eserciti erano composti da contadini che dovevano fermarsi nelle stagioni di semina e raccolta. Combattere una campagna durante i periodi di inattività offriva ai contadini l’opportunità di guadagni extra col saccheggio e possibilmente essere promossi a samurai. In genere, quando veniva emessa la chiamata alle armi, ogni samurai proprietario terriero doveva radunare una quantità predeterminata di truppe e attrezzature secondo la sua ricchezza. Le truppe provenienti da tutta la provincia convenivano quindi in un luogo designato in cui sarebbero state riorganizzate in battaglioni con armi simili iniziando ad esercitarsi. Il daimyou decideva la catena di comando per la campagna. I servitori di spicco fungevano da bushou (generale). Un taishou (maresciallo di campo, comandante in capo) veniva nominato se il daimyou non aveva intenzione di assumersene il ruolo da solo. Ogni generale comandava una divisione composta da battaglioni specializzati di cavalleria, tiro e truppe da mischia raccolte dai feudi. Queste truppe erano fedeli solo al loro diretto signore e al daimyo, non al taishou o altri generali. Riflettendo ciò, i comandanti giapponesi che non erano assegnati come comandanti in capo erano classificati generali alleati. Le loro unità non potevano ricevere la capacità di comando da altri generali, tranne dal comandante supremo.
I giapponesi possedevano una varietà di armi, le più importanti erano la katana (spada), lo yari (lancia), la naginata (picca), lo yumi (arco) e il teppou (moschetto). Contrariamente alle rappresentazioni popolari, la katana era solo un’arma laterale e lo yari era l’arma preferita per portata e versatilità. Tutte le classi di soldati, dal modesto ashigaru al samurai d’élite, indossavano armature di costruzione lamellare. Prima del 1530, i samurai a cavallo usavano principalmente archi, similmente alle altre cavallerie dell’Asia orientale. Il passaggio alla tattica yari e d’assalto avvenne intorno al 1530, introdotto dal clan Takeda. La principale forza di combattimento era il samurai a piedi, supportato dagli ashigaru. A causa del terreno accidentato, i giapponesi utilizzavano formazioni leggere e il combattimento si svolgeva corpo a corpo, come rappresentato nelle arti marziali e nei film di samurai. Quindi erano classificati come guerrieri. Nel 1543, i mercanti portoghesi introdussero le armi da fuoco a miccia (teppou) presso i giapponesi. La fanteria Teppou ashigaru fu schierata, ma non c’erano abbastanza armi da fuoco disponibili per equipaggiare unità di grandi dimensioni. Queste piccole unità erano classificate come fanteria leggera ed utilizzate principalmente come truppe da schermaglia. Nel 1551, man mano che le battaglie si ampliavano, venivano sempre più radunata la fanteria ashigaru, per cui la percentuale di samurai a piedi nell’esercito in qualche modo si ridusse. La battaglia di Nagashino del 1575 mostrò ai giapponesi che il tiro in massa dalle armi da fuoco dietro le difese del campo poteva sconfiggere la cavalleria dei samurai. Da allora in poi, le formazioni di teppou ashigaru furono più grandi e non s’impegnarono in semplici scaramucce.
Nel 1577, la cavalleria dei samurai perse fascino a causa dei cambiamenti nella tecnologia e tattica del campo di battaglia. E nel 1592, la tattica della fanteria ashigaru si evolse in combattimenti in formazione serrata. Ricevette addestramento migliore costituendo la spina dorsale dell’esercito dell’Era Sengoku. La fanteria Ashigaru, comprese le unità armate di yumi e teppou, era ora classificata come fanteria media. Un secolo di combattimenti ridusse il numero di samurai disponibili. Proprio come le controparti a cavallo, i samurai a piedi, che ancora combattevano corpo a corpo, trovavano più difficile dominare il campo di battaglia contro truppe contadine organizzate. Negli anni 1590 s’introdussero anche alcuni elementi della guerra moderna come l’artiglieria leggera, ma questi non furono usati ampiamente quanto sulla terraferma asiatica. Anche i monaci buddisti di vari templi si addestrarono al combattimento. Dovevano prendere le armi per proteggere i templi dalle sette rivali. Questi monaci guerrieri erano chiamati souhei. Durante la guerra Gempei (1180-1185), i souhei finirono per farsi coinvolgere nella politica secolare quando si unirono ai signori che sostenevano i loro templi. Ciò si ripeté durante il Sengoku Jidai e i daimyou poterono ottenere il sostegno dei souhei dai templi locali. L’arma preferita dai monaci era la naginata, un’arma a lama lunga, ed anche usavano archi e moschetti. Di tanto in tanto, so notavano indossare armature sotto le vesti ma la maggior parte non era armata. La rivoluzione Ikkou-ikki diede ad alcuni souhei un nuovo scopo. Invece di combattere per i loro templi e patroni, combatterono per un’ideologia di uguaglianza e indipendenza dai daimyou. Gli eserciti ribelli Ikkou-ikki erano per lo più costituiti da souhei e sostenuti da bande di contadini armati. Anche i samurai che condividevano i loro ideali vi si unirono, ma non formarono unità separate. I samurai combatterono a fianco dei monaci e contadini provvedendo leadership e addestramento.

Traduzione di Alessandro Lattanzio