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La rivolta di Satsuma: l’ultimo sospiro dei samurai

Noah Oskow, Unseen Japan 22 marzo 2020

L’ultima resistenza a Shiroyama
La mattina del 24 settembre 1877, Saigo Takamori, eroe della Restaurazione Meiji, il samurai ideale, una leggenda ai suoi tempi, morì sulle colline insanguinate di Shiroyama vicino la città natale di Kagoshima. La sua fine, così come quella dei suoi ultimi seguaci in una folle carica contro le forze imperiali di gran lunga superiori, segnò la fine della ribellione di Satsuma. Segnalò anche la morte della resistenza della classe dei samurai contro un sistema moderno che li considerava obsoleti. La morte di Saigo, arrivata per mano dello stesso governo che contribuì a creare, assunse una miriade di significati per il popolo giapponese. Giorni prima della sua morte, gli artisti già descrivevano Saigo come un santo martire della modernità. La ribellione che aveva guidato, che provocò più morti della guerra del Boshin, che a sua volta pose fine al dominio dello Shogunato un decennio prima, divenne rapidamente nella storia giapponese l’antonomasia di un’onorevole causa persa. Saigo era già una leggenda vivente, uno dei tre uomini più importanti del Giappone dell’era Meiji. Con la sua morte e il fallimento della sua ribellione, il suo nome divenne intrinsecamente legato all’idea stessa di “samurai”.

Saigo, eroe della Restaurazione Meiji
Il percorso di Saigo Takamori verso la leggenda permanente non fu così ovvio. Uomo di notevole mole, nacque nel 1828 da una famiglia di samurai relativamente impoverita nel dominio samurai più meridionale del Giappone, Satsuma. Sebbene attratto dagli ideali e dall’apprendimento confuciani in giovane età, il suo destino inizialmente sembrava risiedere nella mera amministrazione fiscale. Il conflitto dinastico tra l’élite di Satsuma, tuttavia, portò il daimyo locale (signore feudale), Shimazu Nariakira, ad assumere il fidato Saigo come confidente necessario. Dedicato agli ideali dei samurai dalla completa fedeltà al proprio signore, Saigo si dimostrò un perfetto servitore di Nariakira. Erano le ultime fasi dell’era Edo, in cui il rigido dominio dello shogunato Tokugawa sulla struttura feudale della società giapponese s’indeboliva su pressione dell’invasione degli imperi occidentali. In gran parte del Giappone, l’economia vacillava, la disoccupazione e la fame aumentavano e il dominio feudale dei Tokugawa sembrava sempre più inetto e obsoleto. Saigo e Nariakira cercarono di spingere lo shogunato a modernizzare il Giappone e consentire ai signori locali maggiore accesso alle leve centrali del potere. Mentre era nella capitale Edo, Saigo incontrò idee che affermavano che la vera fedeltà era dovuta all’imperatore, a lungo oscurato, piuttosto che al potere militare dello shogun. Cominciò a prestare peso e influenza al movimento per riportare al potere l’Imperatore a Kyoto. Proprio mentre le operazioni iniziavano, Nariakira morì improvvisamente e il dominio di Satsuma cadde nelle mani del rivale Hisamitsu. Nel frattempo, le operazioni anti-shogunato di Saigo lo mettevano contro lo shogunato. Quando Hisamitsu si rifiutò di offrire all’amico di Saigo e al compare rivoluzionario Gessho un riparo a Satsuma, i due tentarono il suicidio. Solo Saigo sopravvisse. La sua reputazione, tuttavia, crebbe solo con questa dimostrazione di lealtà verso l’amico.
Saigo quindi visse e bene perfino durante due lunghi esili nelle lontane isole Amami. Il primo era volto a nasconderlo dalle autorità dello shogunato arrabbiate. La secondo era una punizione per azioni rivoluzionarie troppo zelanti ed insubordinazione contro Hisamitsu. L’amico samurai di Saigo a Satsuma, il leggendario Okubo Toshimichi, ne sostenne instancabilmente il ritorno dall’esilio. Nel frattempo, Satsuma fu sempre più coinvolto nella lotta politica tra chi era fedele all’imperatore e chi sosteneva lo shogunato. In tempi così difficili, Hisamitsu capì di aver bisogno di qualcuno delle capacità e statura di Saigo, non importa quanto disgustoso personalmente trovasse l’uomo in questione. Questa volta, il ritorno di Saigo fu permanente, e la sua ascesa astronomica. Fu presto il quarto uomo più potente di Satsuma e una figura veramente nazionale. Guidò la difesa del palazzo imperiale contro le forze del dominio radicale di Choshu; più tardi si avventurò nel territorio di Choshu a suo rischio e pericolo per negoziare una pace che riportasse quel potente feudo all’ovile. Mentre gli eventi si svolgevano, la percezione di Saigo del mondo intorno cambiò. Infine, concluse che lo shogunato piuttosto che essere spinto al cambiamento, doveva essere completamente abolito. Mentre il governo centrale appariva sempre più debole, altri signori locali erano inclini a concordare. Finalmente scoppiò la guerra totale tra Tokugawa e gli allineati all’imperatore. Saigo fu incaricato del nuovo esercito imperiale, portandolo a una serie di vittorie contro le forze di Tokugawa. Mentre si avvicinava alla capitale dello shogunato Edo, Saigo ancora una volta rischiò delle ferite entrando in territorio ostile per negoziare una resa incruenta della città. Sebbene la guerra continuasse per mesi a nord, lo shogunato cadde. I giorni dei Tokugawa erano finiti; grazie a Saigo e ad altri come lui, il giovane imperatore Meiji fu portato al potere. Una nuova era nasceva in Giappone, ma cosa significasse esattamente questa nuova era Meiji per il popolo del Paese era ancora un mistero.

Preludio alla ribellione di Satsuma: l’alba dell’era Meiji
Con la sconfitta dei Tokugawa, Saigo era uno dei samurai più famosi e potenti. Eppure era ambivalente sulla sua grande vittoria. Gran parte di ciò probabilmente derivava dall’incertezza della via che il Giappone avrebbe preso. Saigo si era dedicato ai samurai e ai principi confuciani secondo cui la lealtà verso il padrone era il bene supremo. Lui e il suo signore Nariakira avevano combattuto per stabilire un sistema che garantisse maggior potere ai daimyo e alle loro città; ora Nariakira era morto e Saigo non era sicuro che la classe dei samurai gli sarebbe sopravvissuta. La Restaurazione Meiji appare, dopo 150 anni, una rivoluzione il cui scopo era riorganizzare dinamicamente la società giapponese ed eliminare la classe dei samurai rovinosa e obsoleta. Eppure le stesse persone che combatterono la guerra di Boshin erano samurai; il nuovo esercito imperiale fu schierato da vari daimyo locali usano i loro gruppo di guerrieri. Mentre molti agitatori desideravano sinceramente sostenere l’imperatore, intendevano anche sostenere se stessi. L’idea che le loro azioni avrebbero portato alla distruzione della propria struttura di potere e alla completa subordinazione dei domini locali al governo centrale era lontana dalle loro menti. In effetti, gli stessi pensieri di Saigo subirono una serie di cambiamenti negli anni: lealtà a Satsuma, allo shogunato e poi all’imperatore. Il desiderio di distruggere lo shogunato emerse solo alla fine. Ora, le realtà della modernizzazione lo ridimensionò. Nel 1869, insicuro sul futuro e assillato dalla malattia, Saigo tornò a Kagoshima. Rifiutò l’appello ad entrare nel governo. Solo l’incontro personale col suo signore, Shimazu Tadayoshi, lo convinse a lavorare per il governo di Satsuma. A livello locale, Satsuma affrontava richieste di riforma dai samurai della classe inferiore. Appena tornati dalla guerra, questi guerrieri furono incoraggiati dall’apparentemente rivoluzionario Carta del giuramento all’imperatore Meiji dell’anno precedente. Questo annuncio stabiliva i principi generali con cui il giovane imperatore intendeva governare il Giappone. Il giuramento era:
Con questo giuramento, abbiamo fissato come obiettivo la creazione della ricchezza nazionale su ampia base e la definizione di una costituzione e delle leggi.
Le assemblee deliberative devono essere ampiamente stabilite e tutte le questioni decise mediante discussione aperta.
Tutte le classi, alte e basse, saranno unite nello svolgere vigorosamente l’amministrazione degli affari di Stato.
Alla gente comune, non meno ai funzionari civili e militari, sarà permesso perseguire la propria visione affinché non vi sia malcontento.
Le usanze malvagie del passato saranno spezzate e tutto sarà basato sulle giuste leggi della natura.
La conoscenza sarà cercata nel mondo in modo da rafforzare le basi del dominio imperiale.
Per i samurai di basso rango che tornavano dalla guerra, ciò significò che ora avevano un posto nelle stanze del potere. Per tutti gli altri in Giappone questo sembrò significare molto di più: una vera rivoluzione, in cui la persona media doveva essere posta allo stesso livello dei samurai in ascesa.

Riforma dei samurai a Satsuma
Questa non era esattamente l’opinione dei sovrani del dominio Satsuma. Piuttosto, la rivoluzione che vi ebbe luogo, con Saigo come prestanome ma non coinvolto, fu una nella vasta classe dei samurai. Il daimyo fu ribattezzato dallo Stato centrale di Meiji come governatore del dominio, ma la natura di questo cambiamento era ancora poco chiara. Il samurai governava ancora; tuttavia era in corso un’incredibile ridistribuzione della ricchezza e del potere. Le élite più potenti furono obbligate a rinunciare alle loro fortune. L’esercito del dominio era ancora un’istituzione samurai, ma ora basata sul merito. Per i vari samurai, almeno, Satsuma divenne un luogo assai egualitario. Cominciava ad assomigliare a un piccolo moderno Stato dei samurai. Questo era esattamente l’opposto del futuro previsto dal governo centrale di Meiji. Satsuma fu sempre una specie di territorio a parte, anche nel mondo multipolare del Giappone feudale. (In effetti, Satsuma aveva una sua colonia, la moderna Okinawa), Una regione periferica che governava il proprio territorio e manteneva il proprio esercito rappresentava una minaccia implicita per lo Stato moderno. Pertanto, il governo centrale tentò di legare meglio Satsuma con la nazione. Nel 1870, una grande processione da Tokyo, includente l’amico di Saigo Okubo, si diresse a Kagoshima. Lì, Okubo convinse personalmente Saigo a tornare nella capitale per la formazione di un vero esercito nazionale. Saigo soffriva di gravi dolori dalla fine della guerra. Ma questo progetto l’occupò brevemente con un senso rinnovato. Sia lui che il suo signore si trasferirono a Tokyo, e Satsuma fu più presente nello Stato centrale.

I tre grandi nobili della Restaurazione
Nonostante tutto ciò, l’esistenza dei potenti domini samurai locali implicava inevitabili sfide allo Stato Meiji. Per l’amico di Saigo, Okubo Toshimichi, ciò significava che la loro terra natia, Satsuma, andava eliminata. Nessuna potente località doveva sopravvivere. Insieme a Kido Takayoshi del dominio Choshu, decise di convincere lo stesso Saigo, che era reticente. Gran parte della vita fu dedicata a Satsuma e al suo ex-signore Nariakira. Ora gli veniva chiesto di annullare l’intera struttura in cui aveva governato il suo signore. Alla fine, Kido convinse Saigo della necessità di una riforma radicale per garantire al Giappone un futuro nel mondo moderno. Il cambiamento di pensiero di Saigo avvenne quasi inaspettatamente: “… Ho sentito che aveva improvvisamente accettato la mia opinione. L’altruismo di Saigo toccò il mio cuore e l’ammirai per questo .. Quest’uomo è pieno di sincerità. Per il bene del Paese, salto di gioia”. Kido Takayoshi, dal suo diario, il 27 giugno 1871. Tratto da The Last Samurai: The Life and Battles of Saigo Takamori di Mark Ravina. Saigo, Okubo e Kido, ora noti come i Tre Grandi Nobili della Restaurazione, entrarono rapidamente in azione. Fu attuata la riforma del governo. Inizialmente, a ciascuno dei grandi domini fu concesso un solo consigliere imperiale; Saigo e Kido rappresentavano i rispettivi domini. I grandi casati di Tosa e Saga mandarono entrambe un samurai ciascuno come consigliere. Poco tempo dopo, questi rappresentanti convinsero lo Stato Meiji ad abolire gli stessi domini che rappresentavano. Il 14 luglio 1871, i signori di Satsuma, Choshu, Tosa e Saga furono convocati in un incontro pubblico dall’imperatore. Non ricevettero alcun preavviso sulle notizie scioccanti che gli stavano per comunicare. Questi signori feudali furono sommariamente informati che i loro domini non esistevano più; mentre al momento erano ancora governatori delle loro prefetture, questa non era una posizione ereditaria. Lo stesso giorno, a 56 altri ex-daimyo minori fu detto lo stesso. In quasi un istante, la vecchia struttura di potere fu spazzata via.

Addio al feudalesimo
Per la maggior parte, il daimyo furono inglobati nel nuovo sistema senza combattere. Il governo di quelli che un tempo erano feudi ereditari fu affidato a burocrati inviati da Tokyo. Sebbene i daimyo non fossero più padroni di alcun dominio, il governo gli concesse sontuosi stipendi Alcuni signori provarono rabbia impotente, e un po’ di sollievo. Il daimyo radicale di Mito (la moderna Prefettura di Ibaraki) lasciò felicemente le sue terre, rattristato solo dal fatto che le riforme non andarono oltre. Solo il potente Shimazu Hisamitsu di Satsuma espresse dispiacere ad alta voce. Sotto la sua guida, Satsuma, quasi un Paese indipendente, inaugurò la nuova era. Ora, grazie alle azioni duplici di Saigo e Okubo, suoi soggetti, divenne solo un pari tra centinaia. Lo stesso Saigo si sentì estremamente in conflitto sulle sue azioni. Era il corso giusto per la nazione. Tuttavia, pensò cge avesse tradito i signori che per secoli avevano trattato i suoi antenati con rispetto.

I dolori crescenti dello Stato moderno
Saigo rimase vicino al capo del governo Meiji per alcuni anni. In effetti, fu essenzialmente responsabile del governo durante l’importante missione di Iwakura. Okubo e Kido partirono per un lungo viaggio investigativo in occidente, lasciando dietro di sé un governo di guardiani guidato da Saigo. Presiedete i dibattiti sulla modernizzazione delle forze armate (soprattutto all’avvio della coscrizione nazionale, qualcosa di assai impopolare per la classe dei samurai) e la dissoluzione degli stipendi dei samurai. Mentre Saigo comprese l’importanza di tali leggi, la natura della burocrazia si scontrò coi suoi profondi valori confuciani. Internamente, la sua comprensione dei bisogni reali di una nazione moderna e le sue sensibilità idealistiche erano in costante collisione. Sebbene il governo l’annoiasse, la sua nuova relazione coll’imperatore Meiji illuminò la sua vita. L’evoluzione della filosofia di Saigo portò l’imperatore ad essere il suo massimo ideale. Ora, era felice di trovarsi invitato a trascorrere del tempo col giovane leader della nazione. Secondo Saigo, Meiji era intelligente ed energico e la loro relazione riempiva il vuoti lasciato nel cuore di Saigo dalla morte prematura di Nariakira. Negli anni, i due avrebbero trascorso sempre più tempo in reciproca compagnia. Il giovane imperatore iniziò persino a vedere Saigo come un mentore. Saigo raggiunse l’imperatore nel suo grande tour nel sud-ovest, raggiungendo infine la sua terra natale, Kagoshima. Lì, le cose sembravano andare bene. All’insaputa di Saigo, tuttavia, Hisamitsu stilò segretamente un rapporto con le autorità shogunali in visita che agitavano Saigo ed intenzionale screditavano il governo presso la classe dei samurai. Quando Saigo tornò a Kagoshima per affrontare il suo ex-signore, Hisamitsu lo rimproverò per la sua parte nel tradimento di Satsuma. Il conflitto interno di Saigo si approfondì e decise di rimanere a Kagoshima per calmare le cose.

Il caso angosciante di Saigo e della Corea
Nel 1873, Kagoshima era finalmente in stato di quiete. Ciò lasciò Saigo abbastanza sicuro da tornare a Tokyo. Lì, ancora una volta tra le stanze del potere nazionale, fu coinvolto in un intenso dibattito sulla politica estera. La Corea, Stato vassallo della Cina dell’era Qing, si rifiutava di riconoscere l’imperatore Meiji. Sorvegliati alla dinastia Manciù a Pechino, i re di Seul non potevano riconoscere diplomaticamente un altro sovrano imperiale. Solo i Qing meritavano un titolo così grandioso. Durante i secoli del dominio Tokugawa, gli inviati coreani avevano incontrato le controparti giapponesi a titolo ufficioso sull’isola di Tsushima; tuttavia, il moderno Stato di Meiji non poteva più consentire a un partner diplomatico di ignorare il potente sovrano del Giappone. La situazione culminò quando un magistrato coreano insultò gli inviati giapponesi e affermò che le riforme Meiji avevano reso il Giappone “una nazione senza legge”. Ciò offeso l’onore di molti nel governo giapponese. Saigo fu incaricato. Un dibattito su larga scala iniziò a svolgersi nel giovane governo Meiji, dividendo sostanzialmente la politica in due. Molti vollero inviare cannoniere in Corea per porre rimedio all’insulto e imporre un trattato che riconoscesse l’imperatore Meiji. Saigo era tra questi. Dall’altra parte c’era Okubo, appena tornato dall’estero e che ora seguiva il modello del grande statista razionalista tedesco Bismark. Okubo credeva che una guerra diretta con la Corea sarebbe stata rovinosa; piuttosto, un diplomatico doveva essere inviato per risolvere i problemi. Saigo vide un’apertura. Insistette per essere nominato il diplomatico in questione. L’esatta natura del suo desiderio di ricoprire questo ruolo viene discussa da allora; molte sue lettere rivelano che si aspettava di essere assassinato una volta in Corea. Questo, a sua volta, doveva servire da casus belli per una guerra giusta contro la penisola. Questo è ancora visto da alcuni come la prova che Saigo era una sorta di proto-imperialista, che desiderava usare la conquista della Corea per rivitalizzare la sua depressa classe di samurai. Altre dichiarazioni di Saigo, tuttavia, lo mostrano insistere sul valore di autentiche discussioni diplomatiche con i coreani. Per Mark Ravina, biorgrafoinglese di Saigo Takamori, l’intenzione di Saigo in Corea era diversa. Saigo credeva fermamente nella leadership moralistica; piuttosto che impegnarsi in colloqui politici dietro le quinte, doveva mostrare superiorità morale camminando in un territorio ostile e ridimensionando le intenzioni degli avversari. Tali tecniche auto-sacrificali avevano dimostrato il loro valore a Choshu e ad Edo. Saigo credeva che avrebbe funzionato anche in Corea.

Abbandonare Tokyo
Tuttavia, nonostante il sostegno della corte imperiale, gli intensi sforzi di Saigo non conclusero nulla. Okubo lo superò; Saigo non sarebbe stato l’inviato. Disgustato dal tradimento del vecchio amico, Saigo lasciò il governo; seguì l’esodo di massa di chi era fedele a Saigo nelle alte cariche e nell’esercito. Il momento sembrava adatto per un colpo di Stato, ma questo non era l’intento di Saigo; dopo tre giorni partì per Kagoshima. Saigo era accompagnato dai due generali più vicini, Kirino Toshiaki e Shinowara Kunimoto, oltre a 600 truppe regolari. Saigo non avrebbe mai più visto la capitale. A Kagoshima, Saigo evitò la politica. Piuttosto, s’isolò nella casa di campagna di Hinatayama. Personaggi da tutto il Paese venivano a visitarlo o chiedergli sostegno, ma generalmente evitava tali ospiti. Invece, la vita di Saigo consisteva nella pesca e nella caccia coi suoi cani. Sebbene avvertisse un profondo conflitto sullo Stato del Giappone e sulla leadership politica di Okubo, Saigo non fomentò un’ulteriore rivoluzione. (In effetti, nel 1874 respinse una richiesta dei samurai nella vicina Saga di unirsi a loro in una breve ribellione). Come già diverse volte, considerò la sua vita politica finita e preferì una vita semplice. Purtroppo, Saigo era ormai una figura quasi mitica in Giappone, il cui popolo proiettava i propri valori su questo modello di ideali apparentemente perfetti; nient’altro che il samurai scontento della patria. Ironia della sorte, Saigo fu responsabile di gran parte di questo cambiamento di status, eppure lo consideravano ancora il loro leader supremo. Man mano che la rabbia locale nei confronti del lontano governo Meiji cresceva, i samurai di Satsuma guardavano a Saigo come guida, anche se non desiderava esserlo.

Brevi anni di vita parrocchiale
Tuttavia, Saigo si è coinvolto in un aspetto della vita pubblica di Satsuma. Era sponsor e leader spirituale del sistema Shigakko, una catena di accademie militari private, inizialmente pensate per dare un nuovo scopo ai samurai che si erano lasciati alle spalle il governo centrale in solidarietà con Saigo. Questi divennero rapidamente un nodo importante della vita politica di Satsuma, provvedendo studi confuciani e occidentali. Prepararono anche i samurai nell’intraprendere studi all’estero. Coll’espansione di queste scuole, arrivarono a contare migliaia, decine di migliaia di studenti. Sebbene Saigo interagisse direttamente con due di queste scuole, tutti gli studenti del Shigakko ne cercavano la leadership morale. Man mano che queste scuole diventavano sempre più radicalmente antigovernative, anche Saigo era visto come la fonte di ciò, un’idea che non coltivava né dissuadeva. Saigo s’interessò principalmente a una scuola conosciuta come Yoshino Kaikonsha. Questa “società di bonifica” si concentrava sull’istruzione dei samurai sull’agricoltura. Man mano che il governo centrale concludeva gli accordi coi samurai nel 1876, tale autosufficienza si sarebbe dimostrata sempre più importante per l’ex-classe guerriera. I samurai già impoveriti scambiavano spade con vanghe nel Paese; nella lontana Hokkaido, appena ribattezzata, i coloni guerrieri già si trasferivano nelle ex-terre ainu per formare colonie di agricoltori. Saigo credeva che tali mezzi di sostentamento sarebbero stati il futuro dei samurai; potevano mantenere l’onore con stili di vita semplici e morali.

I semi della ribellione di Satsuma
Per molti samurai nel Satsuma, tuttavia, questo futuro era estremamente sgradevole. Furono una classe dirigente di guerrieri e burocrati; ora semplici contadini che riempivano la caserma Meiji. Dato che i loro privilegi tradizionali venivano eliminati uno a uno, si aspettavano davvero di accontentarsi felicemente di una vita di lavoro agricolo? In effetti, Satsuma (o, come era ora ufficialmente chiamata, Prefettura di Kagoshima) era particolarmente resiliente ai tentativi di riforma del governo centrale. Persino Tokyo sapeva che Kagoshima doveva essere considerata diversamente. Solo a Kagoshima fu permesso al governatore della prefettura di essere un nativo piuttosto che un burocrate inviato da Tokyo. (In questo caso, il governatore in questione era Oyama Tsunayoshi). Questo giudizio, inteso a placare il localismo di Satsuma, fallì. Oyama spesso ignorò i dettami di Tokyo. Nonostante i privilegi di classe fossero de jure eliminati, quasi tutte le posizioni di potere nella prefettura erano ancora riservate ai samurai. La prefettura nell’insieme sembrava intenzionata a marciare sulla via reazionaria. Sicuramente questo doveva incoraggiare l’ex-signore Shimazu Hisamitsu; per Saigo, era inquietante. Le scuole di Shigakko che lo consideravano come paragone erano sempre più militanti. Nel 1875, vietarono agli studenti di lasciare Satsuma o di andare all’estero. Molti docenti e studenti si opposero a questo isolazionismo. Saigo, chiamato a mediare, vacillò sulla questione. L’anno successivo il governo centrale vietò d’indossare spade in pubblico e lo stipendi ai samurai. Questo bastò come attacco al prestigio dei samurai facendo scoppiare piccole ribellioni nella vicina Kumamoto e a Choshu; Saigo non vi prese parte, ma si trovò in profonda preoccupazione, concordando in parte con chi si ribellava, ma non volle alzare la propria spada contro lo Stato Meiji.

Preludio alla ribellione di Satsuma
Nonostante il rifiuto di Saigo di sostenere una ribellione, gli studenti dello Shigakko iniziarono a parlare pubblicamente di entrare in guerra con Tokyo. Parole così bellicose, ovviamente, arrivarono allo Stato centrale. Nel gennaio 1877, una nave da guerra salpò per Kagoshima per rimuovere l’arsenale del governo locale. Prima che le armi potessero essere portate via, tuttavia, un gruppo di 30 studenti del Shigakko fece irruzione in uno dei più grandi depositi. Il presidio fu catturato e gli studenti se ne andarono con 60000 proiettili. La polizia di Kagoshima non fece fatto nulla per recuperare il materiale rubato. La notte successiva gli studenti tornarono, distrussero gran parte dell’edificio e poi saccheggiarono l’arsenale centrale. Alcuni giorni dopo si scoprì che spie inviate da Tokyo avevano operato nello Shigakko. Nakahara Hisao, originario di Satsuma, fu scoperto come capo delle spie. Catturato e torturato, ammise la sua missione: propagare l’obbedienza al governo Meiji tra gli studenti. Su coercizione, affermò che la sua missione era l’assassinio di Saigo Takamori. (In seguito avrebbe smentito). Saigo, di ritorno dalla caccia il 3 febbraio, reagì a questa notizia con shock. Che il governo centrale usasse tali metodi subdoli lo disgustò; tuttavia, detestava ancora una guerra col governo dell’imperatore. Piuttosto, dichiarò che sarebbe andato a Tokyo e avrebbe affrontato il governo. La sua processione fu scortata dai fidati guerrieri di Satsuma. Mentre un esercito di migliaia di solati, che portavano tutte le armi di Kagoshima, si creò intorno a lui, la processione prese la forma di una forza armata aggressiva. Divenne rapidamente ciò che fu l’ultimo esercito di samurai nella storia.

La Guerra del Sud-Ovest (o Rivolta di Satsuma)
L’esercito di Saigo consisteva in un nucleo ben addestrato composto da migliaia di soldati del sistema Shigakko. Molti erano veterani della guerra di Boshin. Per i contrariait dallo Stato di Meiji, questo era il giorno per cui si erano preparati da anni. Marciarono trascinandosi i cannoni da campo attraverso la neve più profonda, lasciando Kagoshima. Ognuno portava proprie armi, munizioni e la katana. Mentre passavano davanti alla residenza del loro ex-signore Shimazu Hisamitsu, la processione si inchinò in segno di rispetto; Hisamitsu, da parte sua, rimase in clausura e non si mostrò. Saigo, che disprezzava, guidava questa forza contro l’odiato odiato governo Meiji; sicuramente i suoi sentimenti erano in conflitto come quelli di Saigo. Mentre Saigo sembra voler andare a Tokyo per colloqui, la minaccia militare insita in questo esercito non autorizzato richiese una risposta. Affrontare questi ultimi samurai fu il primo compito dell’esercito di leva in Giappone. I samurai rivoltosi di Satsuma credevano che alcun esercito di sporchi contadini senza principi potesse sconfiggerli. Lasciarono Kagoshima di buon umore. Questo senso di destino imminente non poteva cambiare le probabilità di fronte a loro. Mentre il nuovo esercito imperiale aveva forse solo 20.000 uomini in più pronti a combattere rispetto ai ribelli, avevano infinitamente più coscritti da cui potevano attingere in tutto il paese. Possedevano anche capacità produttive che significavano che potevano sostituire il materiale esaurito; L’esercito di Saigo no. E correndo in avanti verso Tokyo, Saigo non lasciò nessuna forza maggiore a Kagoshima per proteggere la sua schiena.

Uniformi dei ribelli di Satsuma

L’assedio del castello di Kumamoto
La forza di Saigo si avvicinò al castello della città di Kumamoto, sede della guarnigione dell’esercito imperiale dell’isola di Kyushu. Il governatore Oyama inviò una lettera chiedendo il permesso a Saigo di procedere senza ostacoli. La richiesta fu ignorata. Saigo trovò un battaglione imperiale che gli bloccava la strada per Kumamoto. Proprio mentre i suoi uomini si accampavno preparandosi ad affrontare questo impedimento, quattro navi da guerra salpavano da Tokyo. Arrivarono ad Hakata, nel nord dell’isola. Vari reggimenti di fanteria poi vennero di rinforzao da nord, preparandosi ad impedire eventuali incursioni di Satsuma oltre Kyushu. Mentre Saigo attendeva, truppe e poliziotti delle guarnigioni circostanti rinforzarono il Castello di Kumamoto. Presto, i suoi difensori furono più di 4000. Quindi, nel pomeriggio del 21 febbraio 1877, iniziò la guerra. La forza di blocco imperiale aprì il fuoco sugli uomini di Saigo, che risposero schiacciando i difensori e mettendoli in fuga. L’esercito ribelle si avvicinò al castello di Kumamoto, preparandosi ad assediarlo. Kirino, il leale generale di Saigo ed ex-comandante imperiale di Kumamoto, suggerì di lanciare l’intera forza ribelle contro il castello. Saigo fece una smorfia. Invece, inviò 2500 uomini per attaccare il castello dal fronte. Altri 3000 da nord-ovest. Il resto avrebbe mantenuto la formazione e pattugliato l’area circostante. Nel castello, il capo della guarnigione, il generale Tani, decise di mantenere la posizione. Molti soldati erano nativi del Kyushu; alcuni addirittura di Kagoshima. Temeva che, lasciato il castello, questi uomini potessero andarsene per unirsi al nemico. Tani non era nemmeno sicuro che potesse contare sulla gente di Kumamoto. Nativi di Kyushu, potevano facilmente decidere di aiutare Saigo. Piuttosto che incontrare il famoso comandante militare sul campo, e dare la possibilità di una vittoria militare a Saigo che ispirasse altre rivolte a Kyushu, Tani decise di resistere nel castello. Kumamoto era una delle fortificazioni più potenti del Paese e credeva che potesse resistere ai ribelli. L’ultimo giorno prima dell’arrivo di Saigo, gli edifici circostanti il castello furono rasi al suolo e il fossato riempito d’acqua. La guarnigione si preparò a quello che fu l’ultimo assedio del castello giapponese.

Uniformi degli ufficiali dell’esercito imperiale

La difesa di Kumamoto
All’alba del 22 febbraio, ebbe inizio il momento cruciale della ribellione di Satsuma. Le truppe di Satsuma circondarono lentamente il castello di Kumamoto. Presto i colpi risuonarono da tutti i lati. I samurai, con le spade in mano, compirono furiosi attacchi suicidi sui bastioni del castello. Per due giorni questi assalti continuarono; ogni volta che la guarnigione imperiale sparava a un samurai dalle mura del castello, un altro si arrampicava per rimpiazzarlo. Dopo due giorni, Saigo diffidava dell’efficacia dell’assalto totale. Il castello, simbolo dell’etica tradizionale che i ribelli speravano di proteggere, si dimostrò un ostacolo fin troppo duro. Le truppe furono rimosse dall’assedio e inviate a difendere le strade a nord dai rinforzi imperiali. Una forza minore fu lasciata per continuare una forma più paziente di guerra d’assedio. Mentre le brigate imperiali marciavano verso sud da Hakata e Fukuoka, le truppe avanzate di Saigo le incontrarono. In questi scontri iniziali vicino Minaminoseki, le truppe samurai più esperte di Saigo respinsero momentaneamente i nemici di leva. Tuttavia, il giorno seguente rivelò la debolezza numerica della forza di Saigo: l’esercito nazionale più grande poté superarne le linee. Battaglie sanguinose e prolungate scoppiarono nella regione. L’esercito di Saigo ricevette tuttavia alcuni rinforzi nella ribellione di Satsuma. i samurai scontenti del Kyushu si radunarono sotto la loro causa. Perfino alcuni radicali populisti, il cui obiettivo era un governo più rappresentativo, si unirono a Saigo. (Queste ultime truppe non erano direttamente d’accordo con molti ideali di Saigo, ma erano felici di aiutarlo a far cadere il governo Meiji). Il movimento di Saigo era quindi formato da vari elementi senza un solo filo unificante. la stampa della ribellione di Satsuma, tuttavia, gli creò uno slogan: Shinsei Kotoku (Nuovo governo, Alta moralità). Sebbene questo non fu mai uno slogan ufficiale, rappresentava la percezione di Saigo favorita in Giappone. Solo lui poteva rappresentare contemporaneamente l’etica tradizionale la modernità. La malleabilità idealizzata di Saigo continua ancora oggi.

La rivolta di Satsuma: il bagno si sangue
Il 4 marzo, l’esercito imperiale iniziò l’assalto lungo il fronte di Satsuma che si estendeva per miglia e miglia nel Kyushu. Seguirono 17 giorni di battaglia terribilmente sanguinosa. I combattimenti sui campi di battaglia pieni di fumo e bagnati dalla pioggia furono spesso dei corpo a corpo. In media, l’esercito di leva sparò oltre 322000 proiettili da armi leggere al giorno. Durante la battaglia di Tabaruzaka, 15000 truppe ribelli si opposero a 90000 soldati imperiali per oltre una settimana. Una volta che la polvere da sparo fu inumidita dall’acqua piovana, ricorsero alle spade. Il 20 marzo, le superiorità numerica dell’esercito governativo finalmente scacciò i ribelli assedianti. Tornarono nella città di Ueki, dove una successiva battaglia portò a un ulteriore ritirata della forza principale a Kumamoto. La battaglia lasciò 4000 morti su entrambi i lati. 11 giorni prima, il 9 marzo, tre navi da guerra imperiali erano salpate verso Kagoshima, occupando la città natale di Saigo in sua assenza. Le forze d’invasione di Meiji sequestrarono più di 4000 libbre di polvere da sparo. Il governatore Oyama fu messo agli arresti e spedito sotto scorta ad Osaka; dove presto fu giustiziato per tradimento. Tre capi imperiali, due dei quali nativi di Satsuma, furono mandati nella residenza di Shimazu Hisamitsu. Lì, i generali Kuroda Kiyotaka futuro primo ministro) e Takashima Tomonosuke (sulla cui vecchia residenza a Tokyo si trova ora la Sophia University) visitarono il loro ex-signore. Implorarono Hisamitsu di rinnegare Saigo e schierarsi con l’imperatore; all’inizio, l’ex-daimyo non fece promesse. Tuttavia, sembrava contento che il governo centrale lo ritenesse degno di tali suppliche. Si offrì di mediare la pace tra Tokyo e Saigo. Tuttavia, la ribellione di Satsuma era andata oltre una conclusione così facile. Con Kagoshima nelle mani dell’Impero, Satsuma era ora occupata dai nemici. La banda di Saigo non aveva più patria né riserve su cui contare.

Uniformi dei soldati dell’esercito imperiale

La rivolta di Kumamoto
Dal lato imperiale, Kuroda Kiyotaka e Yamagata Aritomo (entrambi futuri primi ministri) erano ora i leader ufficiali. Kuroda lanciò l’operazione anfibia sulla baia Yatsushiro di Kumamoto, sperando di catturare Saigo dal tergo. Queste truppe incontrarono una feroce resistenza sbarcando sulla spiaggia, ma una finta manovra navale e i bombardamenti dal mare permisero alla forza imperiale di avanzare verso l’interno. Ora le truppe governative circondavano Saigo, avanzando lentamente di battaglia in battaglia. Il 30 marzo, i samurai ottennero una breve vittoria attaccando di prima mattina vicino Uto; le loro spade crearono confusione nell’esercito di leva. Ben presto, tuttavia, gli imperiali si raggrupparono. Le perdite furono costantemente sostituite da nuovi rinforzi, avanzando. Il castello di Kumamoto era circondato dalla forza di Saigo; a sua volta circondata dall’esercito governativo. A questo punto, Saigo capì che porre l’assedio al castello fu un errore. Seguirono giorni di scaramucce; alla guarnigione assediata di Kumamoto, pericolosamente a corto di cibo, furono risparmiati manovre di evasione suicida con la notizia dell’arrivo della forza imperiale, portata da un ex-sovrintendente del castello travestito da carpentiere. (In effetti, il cibo scarseggiava così tanto che il fossato fu drenato per pescarvi delle carpe). Il 15 aprile, l’esercito imperiale ottenne la vittoria decisiva a Kawashiri. L’assedio fu spezzato; Saigo e i suoi uomini si ritirarono verso sud. Un ex-soldato della guarnigione di Kumamoto, ora maggiore dell’esercito imperiale, si avvicinò al castello per annunciare la fine dell’assedio. I soldati affamati dentro piansero di gioia, proprio come se “i loro figli fossero risuscitati”. Il 20% di loro era morto durante l’assedio di 54 giorni.

Lunga marcia verso le colline di Shiroyama
Gli uomini di Saigo si raggrupparono a Hitoyoshi, nel sud della Prefettura di Kumamoto. Lì rimasero per un mese e mezzo, respingendo gli occasionali attacchi imperiali. Ora Saigo si preparava a qualcosa che aveva sempre immaginato, anche in gioventù, oppoendosi allo shogunato: una morte significativa. Sebbene ancora sperasse che gli alleati di Tosa si unissero a lui e cambiassero le sorti, Saigo si rassegnò alla morte sul campo di battaglia. Saigo aveva sempre pensato che gli esempi morali avessero più peso delle vittorie politiche o militari; niente poteva essere più d’esempio di come scelse di morire. Il 27 maggio, l’esercito imperiale iniziò l’assalto generale su Hitoyoshi. Saigo fu costretto a ritirarsi ancora una volta. Da qui in poi, la ribellione di Satsuma cambiò. I ribelli non potevano più combattere l’esercito imperiale direttamente; piuttosto, Saigo disperse le sue truppe nel Kyushu, costringendo l’esercito di leva a dividersi nell’inseguimento. La spada era ora l’arma principale di Saigo; avevano perso la maggior parte delle munizioni ed armi pesanti. Gli attacchi della guerriglia sulle montagne boscose divennero il suo modus operandi. Ad ogni incontro, le sue forze diminuivano. A Nobeoka, nella prefettura orientale di Miyazaki, Saigo fu catturato da una manovra a tenaglia dopo lo sbarco degli imperiali. I ribelli ora erano solo 3000; l’esercito imperiale era sei volte più numeroso. Tuttavia, Saigo e le sue truppe resistettero per una settimana. Alla fine, riuscirono a filtrare nelle montagne occidentali. Ancora una volta l’esercito imperiale gli diede la caccia. Questa volta circondarono Saigo sul vicino Monte. Enodake. Questa sembrava la fine della ribellione di Satsuma. Ma Saigo non era ancora pronto alla sconfitta finale. Attraversando una fitta vegetazione non tracciata, lui e il suo nucleo di soldati scomparvero nelle foreste del Kyushu. Non sarebbero più comparsi per due settimane.

La leggendaria ultima resistenza della rivolta di Satsuma
Il 1° settembre 1877, Saigo e 300 samurai rimastisi s0infiltrarono nell’ex territorio di Satsuma. Lì, presero le colline del Monte Shiroyama, in vista sulla città natale di Saigo Kagoshima. Questa banda sbandata, priva di cibo e munizioni, evitò le difese e si preparò all’inevitabile. A quel punto, i molti disturbi fisici di Saigo lo travolsero; secondo molti resoconti, difficilmente poteva camminare. Eppure si preparava ancora all’attesa nobile morte. Le settemila truppe imperiali che presidiavano Kagoshima trattennero rapidamente i ribelli. Il generale Aritomo, frustrato dalle numerose fughe di Saigo, ordinò ai soldati di circondare la montagna. Le sue truppe costruirono una complessa serie di trincee e terrapieni per impedire ogni possibile irruzione dei ribelli. Dal mare, l’artiglieria delle navi da guerra iniziò a martellare i samurai, sperando di ammorbidire qualsiasi resistenza. La notte del 23, le forze imperiali si radunarono per l’attacco. La leggenda dice che Saigo e i suoi ufficiali aprirono una bottiglia di sake per un’ultima celebrazione della morte. Alle 3:55 del 24, iniziò l’assalto finale dei ribelli di Satsuma. Il samurai, all’estremo, si lanciarono in un’ultima folle corsa in discesa verso le linee nemiche. Le spade erano in alti, si aprirono la strada su una linea terrorizzata di coscritti. Per un momento, abilità e coraggio di fronte la morte li fecero avanzare. Ben presto, però, i soverchianti imperiali li sopraffacero. Alla fine della battaglia, solo 40 ribelli di Satsuma rimasero vivi.

La morte di Saigo Takamori
La leggenda popolare afferma che Saigo Takamori, con una gamba spezzata da un proiettile nemico, fu portato dal compagno Beppu Shinsuke in una zona tranquilla del campo di battaglia. Lì, Saigo si compose e immerse pacificamente la spada corta nell’addome. Beppu completò il seppuku , suicidio rituale, tagliando la testa del suo leader. Questa immagine di onorevole, calmo e raccolto suicidio si radicò nella psiche popolare giapponese. Mentre a questo punto rimane parte indelebile del mito di Saigo, molto probabilmente non successe mai; rapporti forensi mostrarono che Saigo era probabilmente ferito troppo seriemente per compiere l’atto. La sua testa, tuttavia, fu effettivamente spiccata, Beppu fece del suo meglio per nasconderla ai nemici. Quindi, tornando in battaglia, anche Beppu fu abbattuto dal fuoco nemico. La ribellione di Satsuma, conosciuta in Giappone come la guerra del sud-ovest, era terminata. Una forza di forse 30000 samurai ribelli aveva affrontato un moderno esercito di leva a Satsuma ed erano morti. L’era dei samurai era ormai finita. La classe non avrebbe mai più tentato di riprendersi. La modernità sconfisse il sistema tradizionale; il centro avvolse la periferia. La morte di Saigo Takamori fu il simbolo perfetto per la fine di questa epoca. Sebbene avesse minacciato il sistema Meiji, la sua onorevole sconfitta permise al Giappone di incorporare ciò che era ammirevole della sua leggenda, pur riconoscendo che il suo tempo era davvero finito.

Il leader della ribellione di Satsuma: una leggenda in vita e nella morte
Con la sconfitta di Saigo, il governo Meiji poteva ora affermare con fiducia al suo popolo e al mondo che aveva la forza di mantenere la propria politica. La ribellione di Satsuma, tuttavia, costò caro al governo. Dovette passare dal gold standard alla valuta cartacea. La ribellione di Satsuma dimostrò il valore dell’esercito di leva. Mentre i discendenti della classe dei samurai, in particolare le élite, continuavano a rappresentarsi in eccessivo ai vertici, erano finiti come una classe. Ora, i rampolli dei samurai camminano tra i lavoratori comuni del Giappone, per molti la loro storia di classe fu quasi dimenticata. Rimane il cosiddetto “spirito” del samurai, e forse di Saigo in particolare. Alla sua morte, Saigo fu adorato quasi come un dio. Le famose stampe in legno nishiki-e raffiguravano Saigo come il signore di Marte; la gente cercava di trascinarlo sulla terra con delle corde. L’arte satirica mostrava un pallone militare che tentava di abbattere la stella che Saigo ora occupava. Tale era l’amore della gente per Saigo che nel 1889 l’imperatore Meiji perdonò postumo il suo ex-mentore per la ribellione di Satsuma. Le leggende si diffusero nel decennio successivo alla morte di Saigo, sostenendo che in realtà era ancora vivo. Che fu portato nelle Filippine o in Russia e, come moderno re Artù, un giorno sarebbe tornato a rimmetttere il mondo sul suo giusto cammino. Qui, Saigo si unì a figure come il signore della guerra del 12° secolo ed eroe popolare Minamoto no Yoshitsune, che nella immaginazione popolare giapponese sfuggì alla morte per Seppuku per riemergere in Mongolia come Ghengis Khan. A 14 anni di distanza, questo mito della sopravvivenza avrebbe influenzato un poliziotto giapponese, preda della follia, veterano dell’esercito imperiale che ha combatté la ribellione di Satsuma, tentando di assassinare lo zarevich Nicola in visita. L’uomo credeva che Saigo sarebbe tornato col principe russo, e il suo arrivo avrebbe significato la fine dei benefici del governo ai veterani imperiali.
La leggenda di Saigo cambiò nel corso dei decenni. Man mano che il Giappone divenne più militarista ed imperialista, Saigo fu venerato per il suo acume militare e come incarnazione dello spirito del Bushido (l’ethos samurai apocrifo reso popolare in Giappone all’inizio del XX secolo). Più tardi, Saigo fu visto come simbolo di come l’onore potesse essere trovato nella sconfitta. Divenne un simbolo sia dopo il monumentale disastro della Seconda guerra mondiale che dopo il disastroso crollo dell’economia giapponese nel 1990. La leggenda di Saigo Takamori divenne globale nel 2003, quando l’epopea di Edward Zwick, The Last Samurai, drammatizzò (e fantasticò) la ribellione di Satsuma. Qui, Saigo era ora un daimyo di nome Katsumoto che conduceva una rivolta di samurai ancora più tradizionale. Mentre la ribellione di Satsuma e Saigo erano chiaramente la principale fonte d’ispirazione, vennero inseriti anche aspetti dell’ultimo Stato controllato dai Tokugawa, in Hokkaido; in particolare la partecipazione di uno straniero che scelse i samurai. (Sebbene lo storico francese Jules Brunet venisse scambiato coll’immaginario nordamericano Nathan Algren, interpretato da Tom Cruise). Il fatto è che la vita e la leggenda di Saigo sono troppo grandi per essere incapsulati. Significl molte cose per molte persone. Per Mark Ravina, le leggende di Saigo “incarnano una vasta e talvolta contraddittoria gamma di idee politiche, tra cui populismo, repubblicanesimo, lealismo imperiale, pacifismo e militarismo”. In vita, cercò di far quadrare il cerchio conducendo una vita tradizionalmente morale in un mondo modernizzante che contribuì a creare. Solo la morte poteva portare una storia del genere a una conclusione soddisfacente; tale era la sua presa che in 10000 morirono al suo fianco. Fintanto che figure contraddittorie e tragiche ci parlano da esseri umani, la sua storia continuerà a essere raccontata, riproposta, abbellita e tramandata. Saigo Takamori rimarrà l’ultimo vero samurai.

Fonti
Buck, J. (1973). La ribellione di Satsuma del 1877. Da Kagoshima all’assedio del castello di Kumamoto. Monumenta Nipponica, 28 (4), 427-446.
Ravina, M. (2011). L’ultimo samurai: la vita e le battaglie di Saigo Takamori. Hoboken: John Wiley & Sons, Inc.
Yates, C. (1994). Saigo Takamori nell’ascesa di Meiji in Giappone. Modern Asian Studies, 28 (3), 449-474.
Ravina, M. (2010). Il suicidio apocrifo di Saigo Takamori: Samurai, ‘Seppuku’ e Politica della Leggenda. The Journal of Asian Studies, vol. 69, n. 3, pagg. 691–721.
薩 英 戦 争 – フ リ ー 百科 事 典 『ウ ィ キ ペ デ ィ ア』
西 郷 隆盛 – フ リ ー 百科 事 典 『ウ ィ キ ペ デ ィ ア』

Traduzione di Alessandro Lattanzio