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L’industria nucleare giapponese: una strada sconnessa dopo Fukushima

Dmitrij Bokarev, New Eastern Outlook 26.03.2020

Il Giappone è il terzo Paese più economicamente sviluppato al mondo e una delle nazioni tecnologicamente più avanzate del pianeta. Fino al 2011, fu anche tra i leader mondiali nel settore dell’energia nucleare. In tutto il Paese c’erano 54 reattori nucleari che generavano il 30% dell’energia consumata. Tuttavia, nel marzo 2011, uno dei più potenti terremoti nella storia moderna del Giappone colpì la nazione insulare causando gravi danni alla centrale nucleare di Fukushima Daiichi. Di conseguenza, parte delle coste dell’isola di Honshu fu contaminata dalle radiazioni, così come le acque degli oceani. In effetti, piccole quantità di sostanze originarie di Fukushima furonoe persino rilevate al largo delle coste del Canada. Inoltre, all’epoca c’erano emergenze di natura non altrettanto grave: nelle centrali nucleari di Fukushima Daini e Onagawa. Dopo il disastro, la società giapponese iniziò a considerare l’industria dell’energia nucleare sotto una luce negativa e l’allora leadership annunciò che il Giappone avrebbe gradualmente smesso di usarla. Tuttavia, il successivo governo guidato dall’attuale Primo ministro Shinzo Abe, salito al potere nel 2012, decise che sarebbe stato impossibile per il Giappone smettere di affidarsi sull’industria nucleare e scelse di salvarla attuando le necessarie misure di sicurezza, basandosi sull’esperienza acquisita dal disastro nucleare di Fukushima Daiichi. Furono sviluppati standard più recenti e molto più rigorosi per garantire che l’energia nucleare potesse essere generata in sicurezza. Fu considerato non solo il modo con cui costruire le centrali nucleari, ma anche i dati sismologici delle regioni in cui erano ubicate, nonché eventuali misure antiterroristiche da introdurre. Ma per garantire che le centrali nucleari del Giappone rispettino i nuovi standard, la nazione fu comunque costretta a chiuderle tutte per condurre le ispezioni necessarie e modernizzarle. Se un impianto non può essere portato agli standard richiesti o non è possibile farlo, veniva deciso di chiuderla per sempre. Dei 48 reattori nucleari rimasti in Giappone dopo il disastro di Fukushima Daiichi, oltre 20 sono probabilmente in attesa di essere disattivate. E a maggio 2012 non c’erano reattori nucleari operativi in Giappone. Nel luglio 2012, due reattori furono autorizzati ad avviare le attività, ma nel settembre 2013 furono nuovamente chiusi e l’industria energetica giapponese entrò nuovamente nel periodo senza nucleare.
Per garantirsi che le enormi esigenze energetiche del Giappone fossero soddisfatte, la nazione fu costretta a rafforzare rapidamente la capacità di generare energia tramite centrali termiche e aumentare le importazioni di combustibili fossili, poiché il Paese non ha giacimenti di idrocarburi. Nel 2013, i combustibili fossili rappresentavano un terzo delle importazioni del Giappone e all’inizio del 2014, la combustione di essi generava il 90% dell’energia consumata dalla nazione. Tale stato di cose mise a dura prova il bilancio della nazione. Quindi, nonostante l’economia assai sviluppata del Giappone, il carbone rappresentava la notevole quantità di combustibili fossili importati da questo Paese. Il carbone è la fonte di energia ad idrocarburi più economica ma, allo stesso tempo, più dannosa per l’ambiente. I costi sostanziali del carburante, la minaccia rappresentata per l’ambiente e la dipendenza da fornitori stranieri furono i fattori che impedirono al governo di Shinzo Abe di sbarazzarsi dell’industria nucleare. Tuttavia, fu abbastanza difficile rilanciare il settore poiché, secondo la legislazione giapponese, per riattivare un reattore (che aveva superato le ispezioni e fu sottoposto a modernizzazione), il permesso delle autorità locali, che erano sotto enorme pressione dalla società giapponese, era necessario. La maggior parte dei cittadini giapponesi ha ancora una visione negativa dell’energia nucleare. Di conseguenza, il primo reattore del periodo senza nucleare del Giappone entrò in servizio nell’agosto 2015. E secondo i dati disponibili, al 2020 furono attivati solo altri sei reattori. Ciò fu realizzato dopo un duro lavoro, numerose discussioni e cause giudiziarie. E anche una volta che i reattori erano entrati in servizio, gli oppositori dell’energia nucleare continuavano a chiedere che fossero chiusi di nuovo.
Le opinioni sull’uso dell’energia nucleare variano anche tra i politici del Giappone. Mentre il Primo ministro giapponese Shinzo Abe sostiene il rilancio dell’industria nucleare, Shinjiro Koizumi, che fu nominato Ministro dell’Ambiente dalla leadership nel settembre 2019, dichiarò di essere favorevole alla chiusura di tutte le centrali nucleari in Giappone, alla prima conferenza stampa nella nuova carica. I rappresentanti dei circoli aziendali giapponesi, che affrontano sfide quotidiane nel passaggio dall’energia abbastanza economica generata dai reattori nucleari alla più costosa energia prodotta dalla combustione degli idrocarburi fossili, avevano una visione diversa. Nel marzo 2019, Hiroaki Nakanishi, presidente della Japan Business Federation (organizzazione che comprende migliaia di aziende e soprannominata la “voce delle imprese giapponesi”), dichiarò che non c’era spazio per opinioni inutili sul problema e che governo e privati dovevano condurre ulteriori ricerche per rilanciare il settore dell’energia nucleare e garantire che il disastro di Fukushima non si ripeta. Tutto sommato, l’attuale governo giapponese è favorevole all’aumento graduale dell’uso dell’energia nucleare per soddisfare le esigenze della nazione. In ogni caso, i leader del Giappone cercavano di comunicare al popolo e alla comunità internazionale che la questione della sicurezza è di fondamentale importanza in tutto ciò che è legato al settore dell’energia nucleare. Attualmente, c’è maggiore attenzione alla sicurezza dalle radiazioni durante le Olimpiadi del 2020, che si terrebbero a Tokyo. Ad esempio, durante i giochi verranno interrotti i lavori di riparazione della centrale nucleare di Kashiwazaki-Kariwa e lo smantellamento delle unità delle centrali nucleari di Fukushima Daiichi e Fukushima Daini. Nel gennaio 2020, i media riferirono che 2 unità della centrale nucleare di Takahama che, con difficoltà, furono attivate nel 2017, sarebbero state temporaneamente chiuse per migliorarne la capacità di gestire le minacce poste dal terrorismo.
Sulla base anche delle previsioni più ottimistiche, solo entro il 2030 il Giappone potrà aumentare la quantità di energia generata dai reattori nucleari fino al 20-22% dell’energia prodotta con vari altri mezzi. Finora non c’erano stati annunci sui tempi per tornare ai livelli pre-Fukushima di utilizzo dell’energia nucleare. Fino ad allora, gas naturale e carbone rimarranno le principali fonti di energia per la nazione. La terra del sol levante ha una lunga strada da percorrere nel settore dell’energia nucleare, che per decenni ha fornito al Paese energia a basso costo e un vantaggio competitivo sulle altre nazioni. Si può solo sperare che la terra del sol levante sfrutti appieno l’esperienza nel disastro nucleare di Fukushima Daiichi mentre riavvia il settore nucleare e rende le centrali nucleari veramente sicure.

Dmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio